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Bollut 006

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www.bollutnet.org 
Marzo 2007

 
Indice:

01 Editoriale

Approfondimento: La Santa Cena

02 Paolo Ricca: Il Signore fra noi
03 Dieter Kampen: Spunti da Lutero per una comprensione della presenza reale oggi
04 Giovanni Carrari: Dalla cena pasquale ebraica allo spezzare il pane insieme dei primi cristiani
05 Dario Fiorensoli: Una testimonianza

 

01. Editoriale

Siccome si tratta di un tema di prima importanza, oggi vi raggiunge un Bollut monotematico, trattando la Santa Cena. I testi riportati sono degli interventi tenuti durante una tavola rotonda che il Centro studi “Albert Schweitzer” di Trieste aveva organizzato nel 2006.

Devo premettere due cose: primo, si tratta di bozze non citabili. Verso la fine dell'anno 2007 i testi rivisti e rielaborati verranno pubblicati insieme ad altri nella raccolta a cura di Dario Fiorensoli in collaborazione con Gabrielli Editori. Secondo, non si tratta di testi tipo introduzione, ma di approfondimenti liberi che non devono per forza esprimere le opinioni delle chiese.
Ho scelto quattro relazioni: la prima è del Prof. Paolo Ricca che ci introduce nella tematica, approfondendo la questione di presenza e trascendenza. Le due relazioni seguenti rappresentano due punti di vista molto diversi: l'interpretazione nel senso della presenza reale e del segno. Conclude la testimonianza personale di Dario Fiorensoli che vale anche come pensiero del mese. Buona lettura!
Vostro Dieter Kampen (DK)
 

02 Paolo Ricca: Il Signore fra noi

Un tema di fondamentale importanza, perché costituisce il cuore stesso dell’esperienza religiosa e della vita di fede, ma è anche un tema che, almeno nella Bibbia, viene svolto in dialettica permanente con l’altra affermazione classicamente formulata nel libro dell’Ecclesiaste: “Il tuo cuore non s’affretti a proferir verbo davanti a Dio, poiché Dio è in cielo e tu sei sulla terra.”(5,2). Del resto Gesù stesso ci ha insegnato a dire: “Padre nostro che sei nei cieli”. Il Signore fra noi – il Signore fuori di noi: questi sono i due poli all’interno dei quali si situa la presenza del Signore.


Possiamo partire dalla grande domanda del re Salomone nella preghiera di inaugurazione e consacrazione del tempio che doveva essere ed effettivamente era la “casa del Signore”, il luogo della sua dimora. Ecco la domanda: “Ma è proprio vero che Dio abiti sulla terra?”(1 Re 8,27) “Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non ti possono contenere; quanto meno questa casa che ti ho costruita”. Il Signore fra noi – il Signore oltre, infinitamente oltre noi. Questa dialettica tra presenza e trascendenza accompagna tutta la rivelazione biblica fino alla conclusione della storia, alla situazione ultima nella quale, come dice l’apostolo Paolo, “Dio sarà tutto in tutti”, oppure nel linguaggio dell’Apocalisse:”Non vidi nella Gerusalemme celeste alcun tempio perché il Signore Iddio, l’Onnipotente, sono il suo tempio”(Apoc. 21,22).


La dialettica tra presenza e trascendenza appare evidente fin dall’inizio nel grande paradigma di Abramo, la cui vocazione consiste in una fuoriuscita dal suo clan, dalla famiglia, dal paese natale e dall’idolatria per iniziare un viaggio verso una destinazione ignota - un paese “che io ti mostrerò”(Genesi 12,1). Non si tratta di un viaggio interiore che possa svolgersi nel paese d’origine. No, si tratta di uno spostamento fisico e geografico, di un o sradicamento, di un trasloco. C’è un “altrove” verso il quale Abramo si mette in cammino. Non può restare dov’è. Il Dio che si fa vivo entrando nella sua vita e cambiandone il corso, è anche il Dio che lo trascende, che sta oltre e lo chiama dal futuro, un Dio verso il quale deve andare. Non si tratta dunque di un viaggio nell’interiorità, ma di un movimento verso un “altrove”, o un futuro, una meta a cui tendere, un Dio che è fuori di noi.

 
Lutero, come sappia, ha molto insistito sul valore costitutivo per la fede dell’extra nos. Basti ricordare la sua affermazione secondo cui...

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03 Dieter Kampen: Spunti da Lutero per una comprensione della presenza reale oggi

Siccome a volte mi si rimprovera di teorizzare troppo, vorrei questa volta cominciare proprio terra a terra con uno di quei incidenti che potrebbero mettere in crisi ogni pastore. Accadde che la 3° domenica d’avvento del 1545 il diacono Adam Besserer a Frießniß (Naunburg) distribuì la Santa Cena e arrivato all’ultima persona si accorse che gli mancava un’ostia, sebbene le avesse contate secondo il numero dei partecipanti come era uso. Una scena penosa. Cosa fare? Il diacono prese una nuova ostia dalla scatola e la distribuì. E qui fece il suo primo errore. Sarebbe stato giusto pronunciare nuovamente le parole di istituzione sull’ostia aggiuntiva. Invece distribuì un’ostia non consacrata.

Dopo il culto una donna trovò l’ostia mancante per terra e il diacono la rimise nella scatola, non sapendo se l’avesse persa primo o dopo la consacrazione. E qui fece il suo secondo errore, perché se l’avesse persa dopo la consacrazione, l’avrebbe consacrata nel prossimo culto una seconda volta. Invece sarebbe stato giusto mangiarla con fede, come viene di solito raccomandato di fare con gli avanzi della Santa Cena.1
Ma non basta. Una persona, osservando la scena, interrogò il diacono circa l’accaduto, a che quello rispose frettolosamente: “È la stessa cosa, tanto non c’è differenza tra il pane consacrato e quello non consacrato.” Questo era veramente troppo. La cosa fu riferita al vescovo, il quale con l’aiuto del governo temporale, lo fece arrestare e...
 
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04 Giovanni Carrari: Dalla cena pasquale ebraica allo spezzare il pane insieme dei primi cristiani

Premessa.

Secondo la più antica tradizione scritta pervenutaci (la prima lettera ai Corinzi), la Cena del Signore praticata dalla comunità aveva un esplicito riferimento all’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli (“nella notte in cui fu tradito…”). L’apostolo Paolo non dice quando ciò avvenne, ma se andiamo ai testi dei Vangeli sinottici, l’ultima Cena è chiaramente una cena pasquale, mentre per il quarto Vangelo l’ultimo pasto è anticipato di un giorno e – direi: quasi ovviamente – non contiene alcun riferimento al pane e al calice che sono invece tipici, come vedremo, della cena pasquale ebraica. Questo spostamento di date è dovuto al fatto che, secondo il Vangelo di Giovanni, la morte di Gesù avvenne durante la preparazione alla Pasqua e cioè è fatta coincidere con il sacrificio rituale degli agnelli che erano il cibo principale di questo pasto.

Quale cronologia è quella giusta? L’idea che Gesù fosse “l’agnello (immolato) che toglie il peccato del mondo” è programmaticamente espressa all’inizio del quarto Vangelo, nelle parole del Battista, e sembra trovare un’esplicita conferma nel momento della crocifissione che avviene in contemporanea con l’uccisione degli agnelli. Si tratta di una sottolineatura della equiparazione “Gesù = agnello pasquale” che per altro era molto antica e attestata in numerosi altri passi neotestamentari. Forse proprio la volontà di rimarcare questo elemento ha determinato un’anticipazione di 24 ore dell’ultima cena nel Vangelo di Giovanni. È questa anche la conclusione cui perviene Joachim Jeremias1 nel suo ponderoso e documentatissimo saggio riguardante Le parole dell’ultima cena.

La Cena pasquale ebraica.

Accogliendo quindi la tradizione del Vangeli sinottici e considerando l’ultimo pasto di Gesù come una cena pasquale, è bene segnalare alcune

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05 Dario Fiorensoli: Una testimonianza

1.

In un convegno chiamato a riflettere sul mistero della presenza del Cristo fra noi, e specificatamente a riflettere sulla cena del Signore quale appuntamento spirituale di una comunità di credenti che si raccoglie attorno a Lui non solo per ricordarlo ma per averlo vicino, il mio intervento vuole esprimere umilmente una testimonianza che coinvolge la mia vita e la mia fede cristiana.
 
Non voglio addentrarmi ora nell’analisi delle definizioni canoniche, delle dottrine dogmatizzate, nella puntualizzazione delle differenze interpretative che hanno portato storicamente a tradizioni diverse,purtroppo allontanando le chiese l’una dall’altra senza raggiungere per ora definitivi consensi. Sappiamo bene che le dispute sulla Santa Cena hanno coinvolto per molti secoli i teologi e paiono per alcuni tratti irrisolte. Il tempo crea però una diversa sensibilità nei credenti e l’accanimento di molte dispute , le reciproche scomuniche, le accuse di infedeltà alla parola di Dio cominciano ad apparire un poco estranee alla vera fede. Inoltre dobbiamo prendere atto che nel secolo scorso grandi passi sono stati compiuti ( penso al Sinodo confessante di Halle nel 1934, ai dialoghi delle chiese evangeliche tedesche nel ‘57 , etc ). Sempre indispensabile continua ad essere il confronto che può essere foriero di aperture teologiche, di una diversa comprensione delle reciproche distanze, di augurabili riesami delle divergenze. Intanto le diverse comunità cristiane si stringono al loro Maestro e ciascuna seguendo la via particolare della propria confessione cercano di attingere da Lui quella grazia che dona loro vita e speranza.
Vari relatori si sono espressi al riguardo e siamo grati a ciascuno per i contributi offerti.

2.

Oggi ritengo doveroso limitarmi ad esprimere una testimonianza di fede che mi coinvolge profondamente e che è tutta orientata al riconoscimento della presenza del Signore risorto fra noi ,in quanto presenza spirituale , assolutamente reale , nella chiesa che lo invoca e che non può vivere senza il suo aiuto e senza la guida dello Spirito da lui promesso.
 
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