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Bollut 011

 

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www.bollutnet.org 
Agosto 2007

 
Indice:
 
01 Editoriale
 
02 Jürg Kleemann: La felicità dei turisti

 
01. Editoriale 
 
Cari lettori,
Eccovi l'edizione estiva del Bollut! Un saluto particolare va ai 35 nuovi lettori che si sono iscritti nell'ultima settimana. Auguro a tutti delle buone vacanze e spero di poter contribuirne con questo Bollut, ringraziando il Pastor Kleemann per i suoi pensieri che partono proprio da esperienze estive e ci parlano di turismo, felicità, chiesa e comunicazione. Buona lettura!Vostro Dieter Kampen (DK)
 
02 Jürg Kleemann: La felicità dei turisti
 
Il seguente testo di Jürg Kleemann è già apparso in: Feeria, N° 16, Firenze 1999; p.40- 43


Jürg Kleemann
FELICITA DEI TURISTI,
INFELICITA’ DELLE CHIESE?
La figura contemporanea del «turista», alla ricerca della conoscenza e della bellezza,
non sempre è capita quando entra nei «luoghi della fede». Il pastore luterano
Jürg Kleemann ci aiuta piuttosto a leggere il senso di quella «comunicazione»
spirituale che si può instaurare con questo «ospite della bellezza».
in :Feeria, N° 16, Firenze 1999; p.40- 43


La felicità, una chiave per la comprensione del turista
Chi non ha sentito nominare l’Hotel Eden Palace o la Pensione Paradiso? Sono nomi che ci ricordano che tra la ricerca della felicità da parte del turista e la tradizione ecclesiale esistono stretti legami. La visione biblica della storia ha trovato la sua espressione occidentale nelle nostre immagini del luogo della beatitudine: noi veniamo dal giardino della creazione e ci muoviamo verso la città paradisiaca, verso la nuova creazione di cui ha avuto la visione il profeta Giovanni (una reminiscenza ell’assemblea ecumenica di Basilea nel 1989 e della sua speranza in «Pace, giustizia e salvaguardia del creato» non è casuale!). Perciò non ci fa onore se, dopo secoli di competenza per le immagini di felicità, ora deploriamo la banalizzazione e la secolarizzazione della speranza nel paradiso. Con questa osservazione mi metto al seguito di un teologo luterano che criticava un certo tipo di pastori d’anime - siano essi secolari come gli psicoterapeuti oppure ecclesiali come i sacerdoti - per i loro metodi curativi: essi vogliono dimostrare all’uomo moderno che quando questi cerca la felicità in fondo non è che un infelice che necessita del loro intervento salvifico. Intendo Dietrich Bonhoeffer (Resistenza e resa, Ed. Paoline 1989), che in maniera provocatoria parlava dell’uomo moderno come dell’«uomo maturo» che noi dovremmo cercare e accettare pure nel turista. Non come padroni di roccaforti, che armeggiando rumorosamente con le chiavi, ora con tono di minaccia, ora con tono di castigo, chiudono o aprono la porta della beatitudine e magari l’aprono soltanto ai credenti della propria comunità. Ciò significa: nell’incontro - e talvolta nello scontro - col turista ci guideranno motivi meno morali e dogmatici quanto piuttosto pastorali. Sì, io parlo del «turista» e quindi del destinatario del Vangelo, da non confondere con la massa del branco guidato economicamente ed emotivamente. Ci sia lecito rinfrescare i nostri ricordi di teologia: impareremo a leggere le beatitudini del discorso della montagna anche come «felicità del viaggiare», come invito alla sequela di Cristo che fu un predicatore itinerante, un pellegrino che si muove sulle tracce della salvezza futura che nei Salmi - anch’essi in parte canti di viaggio! - aveva connotati del tutto concreti: «Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore… E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme! …. Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi» (Sal 122,1-2, 6-7). A chi non verrebbe in mente l’antichissima immagine dell’esodo; della partenza alla ricerca di latte e di miele: come modello biblico della ricerca umana di felicità è stato messo in vigore in senso universale da Gesù e ci dà la possibilità di decifrare il fenomeno dei viaggi di massa anche teologicamente. Occorre sviluppare una sensibilità ecumenica per la brutta immagine che il turista di Amsterdam o di Lipsia dà di sé sullo sfondo paradisiaco di Piazza S. Marco e delle Dolomiti! Per noi abitanti abituali del paradiso è soltanto un seccatore, una fonte di guadagno, oppure, visto con gli occhi del Vangelo, un possibile prossimo, battezzato e uno dei nostri?

Il tempo libero, un imbarazzo teologico ?
Desidero ricordare in questo contesto un tema che nei nostri piani di studio manca quasi dei tutto, mentre trova ampia attenzione sul piano sociologico ed economico: il tempo libero. Partiamo dal presupposto che le nostre proposte ecclesiali stesse sono una parte della proposta della nostra società per il tempo libero. Con quale modello di pensiero rispondiamo a questa valutazione? Con quello umanistico antico, per cui la vita vera, libera, consiste in saggezza e meditazione? Con quello quantitativo, per cui il tempo libero è tutto quello spazio che rimane al di là del lavoro? Oppure in senso terapeutico: tempo libero come strumento di controllo e socializzazione per ammalati, persone stressate e bisognose di tranquillità? In ogni caso, la parte protestante dovrà ammettere che il tempo libero non può essere definito soltanto in funzione del lavoro, e che noi abbiamo bisogno di una nuova etica del lavoro che tenga conto del tempo libero come di una istituzione a sé da non valutare solo in base alla distinzione dal lavoro. Lo shabbat sarebbe da riscoprire ecumenicamente.

Proteggete non solo i monumenti ma anche i turisti !
1l sinodo delle Diocesi del Triveneto nel 1990 a Grado aveva ricordato che il turismo rappresenta uno dei problemi con cui devono confrontarsi le nostre comunità. Ciò vale anche per gli evangelici. Penso che in questo senso la ricerca di felicità possa acquisire una funzione sorprendente e teologicamente anche stimolante. Prima di accennare ad alcune prospettive, voglio ricordare quei viaggiatori che fanno parte di un «turismo della disperazione», sfruttato da agenzie addirittura criminali e che, il più delle volte, nelle nostre comunità incontrano il rifiuto: tutti quei nomadi che percorrono il nostro paese in cerca di lavoro e delle gioie del consumismo e del benessere; albanesi, tunisini, e probabilmente presto ancora altri europei. La loro realtà mi ha suggerito l’idea che dovremmo preoccuparci della «difesa» dei turisti. Difatti è proprio al loro deficit di felicità che ci si rivolge! La pubblicità turistica, in fin dei conti, deve risvegliare appetito e quindi fare appello alla fame, all’occorrenza anche provocare dapprima tale fame: la fame di felicità, di laguna azzurra, di aria pulita, presuppone, infatti, mancanza, forse perfino insoddisfazione. La felicità del turista rappresenta anche un prodotto artificiale, una merce prodotta professionalmente che risveglia il desiderio, accompagnato da sentimenti di invidia e di concorrenza tra i felici: io mi posso permettere questo lusso, io sono il fortunato che può stare nel paradiso delle Dolomiti. In questo mercato di beatitudine nemmeno noi della Chiesa siamo dei principianti: abbiamo promesso felicità e spesso abbiamo approfittato in maniera fatale della sfortuna della gente per poi «vendere» loro il nostro messaggio. Difendiamo quindi il turista di massa dallo sfruttamento della sua esperienza di deficit: esistono vie per sottrarlo ai sentimenti prodotti in massa, per incontrarlo come individuo, per offrirgli strutture di comunione e di famiglia, per rivolgerci alla sua ragione, per approfondire il suo sapere, invece di provocare ebbrezza?

Piacere e difficoltà delle belle immagine
Un po’ alla volta l’abbiamo capito: l’era Gutenberg volge alla sua fine, il mondo del video sta per nascere, il linguaggio delle immagini, della fotografia sviluppa una nuova grammatica, le cui regole osserviamo già ampiamente, ma che comprendiamo ancora a mala pena. La parte destra del cervello diventa la più attiva e con essa la lingua dei sogni, dei colori, dell’inunaginazione. La lingua del bramare e del desiderare, la lingua della felicità è dominante: essa non vuole informare, spiegare, leggere testi o calcolare, essa vuole volare, nuotare senza tempo e in tutti gli spazi dell’oceano azzurro e profondo dei sentimenti (richiamo alla memoria l’analisi della lingua dell’Es nell’inconscio di Sigmund Freud). Quindi il linguaggio delle belle arti, dell’architettura e della scultura, del teatro e infine la bellezza di un tramonto si rivolge a delle persone alla ricerca della felicità. Quale lingua parla allora il Dio di Abramo, di Giacobbe e di Gesù? Parabole, immagini, simboli? Che cosa possiamo, che cosa ci è lecito esprimere in questa lingua, che cosa fanno vedere i nostri culti, le nostre chiese fotografate e visitate quotidianamente? Sacramenti? Possiamo aiutare a tradurre, a dire addirittura cose nuove? Il turista non incontra da noi piuttosto notai diventati muti di un rigido mondo di segni, di testi, di letture, di carte, di liturgie e di avvisi sul portone delle chiese?

I quattro canali di comunicazione della felicità
Sfioro quasi la banalità se ora rimando ai quattro piani, sui quali avviene la comunicazione: viene fatto riferimento a contenuti reali, vengono comunicati degli appelli, stabiliti dei rapporti e espressi dei sentimenti. A me interessa se e come, tramite questi canali, può essere trasmessa la felicità, comunicata la buona novella anzi, qui alludo intenzionalmente ad un termine che per noi teologi è centrale: al Vangelo come messaggio di felicità.
Contenuti reali:: qui i teologi sembrano trovarsi maggiormente a loro agio, in quanto hanno imparato a badare al contenuto della comunicazione e sono essi che dovrebbero venire incontro maggiormente al raro turista assetato di cultura. Al lettore, collezionista, uditore, piace godere di una specie di felicità intellettuale: sa apprezzare una forma d’altare del ‘700, un nuovo dettaglio della storia della costruzione di navi o dell’alpinismo... In che misura lo possono rallegrare i nostri testi spesso miserabili all’entrata della Chiesa, renderlo beato i nostri racconti o la nostra guida? Qui sarebbe opportuna la comunicazione scritta: nel caso di un museo, di una storia, di una spiegazione … casi rari di felicità!
Appelli: questo piano sarebbe la felicità delle persone pratiche, degli attivi. Loro da noi trovano azioni, progetti che li fanno immigrare in paradiso, anche se ciò significa maggiore quotidianità? Pulire spiagge, rimettere in ordine chiese, collaborazione caritativa : forse il turista deve sempre soltanto infilare la mano nel suo portafoglio? Perché non prendere in mano il badile, la forbice... guidare non solo su sentieri prestabiliti, ma stimolare anche a scoperte delle piccole cose accanto a noi? Sono inviti alla cura del giardino dell’Eden!
Rapporti: dare il benvenuto, chiacchierare insieme, imparare a conoscersi, chiamare per nome, questa è la felicità minuscola dei contatti riusciti là dove si è forestieri, la via tanto desiderata fuori dal mondo degli automatismi sempre più impersonali, dentro gli spazi riservati alla comunicazione intima. La Chiesa di massa in quest’ambito dovrebbe imparare a cambiare: un aperitivo dopo il culto come occasione per il dialogo, la festa della comunità e il pranzo d’agape, un po’ di divertimento per i bambini, una celebrazione eucaristica accogliente... e non soltanto la Chiesa come sala di ricevimento, come dimensione cultuale! Infatti li la soglia per i nostri contemporanei è notoriamente molto elevata.
Espressione di sentimenti: ridere, piangere, gridare, saltare per la gioia, tremare e canticchiare una melodia - cosi s’esprime la felicità, così s’esprime la beatitudine - e saper anche tacere. Quasi quasi non si ha il coraggio di scoprire tali momenti estatici nella nostra quotidianità ecclesiale, eppure colori, suoni, ritmo, offrono un ampio spazio che non occorre cedere alla sola discoteca. Ma con questi accenni ho toccato un ulteriore aspetto:

Dalla felicità di tornare bambini
Se penso al turista viene in mente una bocca aperta, lo stupore innocente del bambino, l’afferrare avidamente tutto con le mani (vietato toccare!) - e mezzo nudo oppure vestito in maniera bizzarra... Una regressione nell’infanzia che permetteva ancora forti desideri e fantasie. Aggiungiamo che l’adolescenza dell’uomo di oggi dura sempre più a lungo, tanto che alcuni pensano che non ci siano più adulti, allora ci diventa manifesta la nostra tentazione: prendere per mano - del tutto contro la definizione di Bonhoeffer - l’uomo come un fanciullo immaturo e condurlo alla felicità del branco. Bambini vecchi e vecchi bambini, quale invito all’autoritarismo dei capocomitiva e delle agenzie! Anche le Chiese rientrano in questa categoria? Oppure esse pensano al bel gioco di Dio, detto creazione, e aprono, inventano tempo e spazio per il gioco, in cui i turisti scoprono nuove libertà per il corpo e per l’anima? Comunità come invito al gioco? Un problema aperto anche per la liturgia.

I segreti della terra straniera
Il filosofo Ernst Bloch parlava volentieri della felicità della patria in cui ancora nessuno è stato. Ciò va oltre il romanticismo alla Schubert del viandante nella terra straniera, e tocca una dimensione fondamentale della vita umana che si estende nel futuro, nella quale curiosità e attesa dei nuovo fanno dimenticare il vecchio: felicità può significare non capire nulla, rischiare le proprie sicurezze, scoprire differenze. Avremmo qui - probabilmente una reminiscenza di Paolo ! - il compito fondamentale di educare a saper distinguere e a gioire dell’essere diversi. Così verrebbero anche riattivate le usanze antichissime in onore dell’ospite che nel turismo di massa minacciano di estinguersi lentamente. Avrei molto da meditare sul mistero della terra straniera che è inquietante e al tempo stesso promessa di felicità. Per lo meno qui potremmo rendere feconda una massima ecumenica anche per il rapporto con i turisti: nell’incontro deve confluire la maniera rispettiva propria di vivere, di pensare, di mangiare e di festeggiare, esso deve provocare stupore e felicità. La felicità sta nello scoprire nuove profondità della ricchezza della creazione e nel ritrovarsi a casa in mezzo all’ignoto. Questo discorso ha già quasi il sapore del linguaggio dell’apostolo Paolo: sono effettivamente convinto che al suo Dio universale, proteso verso i pagani, fanno comodo i turisti per l’espropriazione ecumenica di Chiese piene di polvere.

 
 
 
     
     
 
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