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Bollut 031

www.bollutnet.org 
Aprile 2009

 
Indice:

01 Editoriale

02 Prof. Dr. Michael Roth: „Lex semper accusat“, parte 2

03 Principi luterani IX: Legge ed Evangelo, parte 2

04 Intervista a Christiane Groeben

05 Internet: novità

06 Seminario teologico

07 Prossimi eventi CELI

08 Pensiero del mese: credere e sentire
 
 
01. Editoriale
 
Gentili lettori,
stiamo pochi giorni prima del prossimo Sinodo, incontro annuale molto importante in cui si esprime il carattere laico e democratico della nostra chiesa. Il Bollut riporta quindi un intervista della presidente del Sinodo rilasciata a NEV, il notiziario evangelico. In quest'occasione segnalo anche che “Protestantesimo” riporterà un servizio televisivo sul Sinodo il 3 maggio. A parte di queste e altre pur importanti cosucce di attualità, il Bollut si concentra sulla continuazione della riflessione teologica intorno a legge ed evangelo incominaciata nel Bollut precedente.
Buona lettura!
Vostro Dieter Kampen (DK)

 
02  Prof. Dr. Michael Roth: „Lex semper accusat“, parte 2
 
Nella prima parte della sua relazione, pubblicata nel Bollut precedente, Prof. Roth ha spiegato la dottrina luterana che “la legge accusa sempre”. Qualcuno ha forse pensato che si tratta di classificazioni teologiche che non hanno niente a che fare con la vita di ogni giorno. Però non è così. La seconda parte della relazione riportata qui sotto è particolarmente interessante in quanto esamina la morale nella sua funzione quotidiana al di là di ogni premessa teologica, arrivando a una conclusione che per molti sarà sorprendente: lex semper accusat.
Ringrazio il Prof. Roth per la gentile concessione del suo testo e la Signora Pierra Romani per la traduzione. (DK)

Prof. Dr. Michael Roth: „Lex semper accusat“
Relazione tenuta al congresso autunnale del Lutherakademie (Accademia Luterana) a Ratzeburg 2008, 2. e 3. parte (in forma abbreviata).

2.1. L’“allettamento” del giudizio morale
Sarebbe troppo precipitoso affermare che la morale non è più di moda. Infatti sarebbe in contraddizione con la nostra esperienza dei rapporti quotidiani affermare che non ci sia più una rappresentazione comune di ciò che in senso morale può essere definito „buono“ e di ciò che è giudicato degno del nostro biasimo. Infatti non ci meravigliamo in nessun modo di ciò che l’altro ritiene moralmente buono o no, e siamo nel nostro agire abbastanza sicuri della possibilità di ottenere o meno una approvazione morale. Sappiamo esattamente che cosa dobbiamo fare – o almeno dobbiamo fingere di fare - per ottenere una approvazione morale e sappiamo anche che cosa dobbiamo dire per squalificare moralmente gli altri.
Proprio perché la morale è universalmente riconosciuta, esprimiamo approvazione o disapprovazione richiamandoci ad essa. Questa funzione è stata messa in evidenza anzitutto dall’Etica Analitica di origine anglosassone: la domanda che ci si pone è che cosa sostanzialmente facciamo quando parliamo moralmente e con ciò definiamo determinate azioni „buone“ o meglio „moralmente buone“. Considerando il discorso e la critica morale come li incontriamo nella nostra esperienza quotidiana, bisognerebbe tuttavia porre la questione in questi termini: proprio perché la morale è universalmente riconosciuta, rifiutiamo approvazione con l'aiuto di essa. Che cosa c’è di allettante nella critica morale e nella approvazione negata?

Quando parliamo moralmente rimandiamo da noi e dalle nostre sensazioni soggettive ad un livello più alto. Non esprimiamo un giudizio morale su ciò che noi percepiamo riguardo ad un fatto X compiuto da Y, ma piuttosto giudichiamo Y dall’osservatorio della morale. Almeno pretendiamo di farlo. Proprio perciò il linguaggio morale è così attraente: è parlare da un punto di vista più alto. Nei giudizi morali ci facciamo portavoce di un’istanza più alta e cioè dell’ordine morale. Non „io trovo qualcosa problematico“, ma „dal punto di vista morale è XY“, ottenendo con ciò che il mio giudizio da meramente soggettivo acquisisca uno status di oggettività: „XY non si fa!“ Naturalmente ciò non deve avvenire troppo apertamente, il moralista non è benvoluto, piuttosto incorre nel pericolo di esporsi lui stesso alla disapprovazione morale. Per questo motivo il sociologo Jörg Bergmann rileva nella comunicazione morale anche una distanza dalla moralizzazione. Nella sua ricerca in collaborazione con Thomas Luckmann „Forme della costruzione comunicativa della morale“ Bergmann analizza gli aspetti della morale vissuta quotidianamente e stabilisce che non di rado si comunica moralmente e contemporaneamente ci si distanzia dalla intenzione di moralizzazione: „Non voglio fare la parte del moralista, ma non si parcheggia l’automobile sul marciapiede...”
Quando rinfacciamo a qualcuno che cosa deve o avrebbe dovuto fare, gli neghiamo l’approvazione morale e contemporaneamente, parlando dall’osservatorio della morale, ci poniamo al di sopra di lui. A questo punto si potrebbe replicare: che cosa c’è di male a parlare dalla „prospettiva“ della morale, non è forse un segno di buon carattere? La mia risposta è: no, per niente, perché parlando dalla prospettiva della morale, ci facciamo soltanto delle illusioni su noi stessi.

2.2 l'attore e l’osservatore
È evidente che le altrui situazioni si possano orientare moralmente in modo più facile delle proprie. Prendendo in considerazione le situazioni degli altri non ci risulta difficile stabilire che certe regole morali siano da prendere in considerazione e quali possano rivendicare la loro validità nella situazione specifica. Infatti analizziamo da una distanza che rende il nostro sguardo più acuto. Al contrario risulta molto più difficile l‘applicazione di regole morali al proprio comportamento. Resta da vedere come mai le cose stiano così. L’applicazione di regole morali al proprio comportamento è difficile in quanto, esaminando noi stessi, prendono spesso il sopravvento circostanze o bisogni particolari, che sembrano giustificare un’eccezione alle regole generali.

In questo contesto sono di estrema importanza le ricerche degli psicologi E. E. Jones e R. E. Nisbett, che, per spiegare il comportamento umano, formulano l’ipotesi di una „discrepanza attore – osservatore“: Jones e Nisbett riscontrano che, mentre gli osservatori tendono a vedere la causa del comportamento nella persona che agisce, coloro che agiscono sono inclini a implicare nella spiegazione fattori situazionali. Evidentemente l’attenzione viene focalizzata su aspetti diversi: mentre colui che agisce rivolge la sua attenzione principalmente al ciò che lo circonda e al contesto situazionale, l’osservatore si concentra sul comportamento di colui che agisce. Attraverso una serie di esperimenti si è potuta dimostrare la validità dell'ipotesi dell'attenzione. L'attore trova la motivazione per una certa azione nelle necessità della situazione contingente, l'osservatore nelle inclinazioni specifiche dell'attore. E' inoltre da rilevare un ulteriore importante punto di vista della ricerca e cioè le analisi illustrano che l'osservatore empatico tende ad avvicinare le analisi del comportamento a quelle dell'attore, differenziandosi con ciò dalle analisi di un osservatore „normale“. Come dimostrano gli studi siamo capaci di comportamento empatico quando siamo favorevolmente disposti nei confronti di una persona, cioè quando essa ci piace.
Secondo me, l'ipotesi dell'attenzione di Nisbett e Jones è di estrema importanza per la nostra questione, in quanto chiarisce per quale motivo è diverso se l'attore stesso giudica il suo agire o l'osservatore. L'attore stesso ha con la sua azione un' intenzione. Questa intenzione è il punto di vista del suo agire.
La direzione dello sguardo dell'attore è rivolta alle esigenze della situazione e agli interessi da soddisfare ad essa collegati. Da questo punto egli intende e giudica la sua azione. Possiamo anche dire che l'attore è „nell'azione“ e osserva da essa. Egli comprende e giudica l'azione dalla struttura vissuta di quest'ultima. L'osservatore invece non „sta“ nell'azione, non la vive a partire dalle intenzioni di questa, anche nel caso che ne è cosciente, perciò può misurarla con una grandezza esterna, da una prospettiva disgiunta dall'intenzione.
E' chiaro che la prospettiva morale è una prospettiva da osservatore, in quanto misura l'azione con una grandezza che ne sta al di fuori (cioè l'ordine morale). L' osservatore giudica l'azione nella sua conformità all'ordine morale. Questa diversa focalizzazione dell'attenzione osservata da Nisbett e Jones è dovuta ad una differente prospettiva: mentre l'intenzione dell'attore e le ragioni del suo agire sono determinate dal soddisfacimento di determinati bisogni in una data situazione e dal vivere questa situazione diversamente a seconda degli individui, il giudizio morale dell'azione è determinato dall'ordine morale, secondo il quale essa, l'azione, si orienta.
Ma la conformità dell'azione all'ordine morale non rientra tra le intenzioni dell'attore, piuttosto entrano in gioco la conformità alle esigenze di una data situazione e le possibilità di conseguire determinati scopi. In questa situazione non compare in primo luogo l'ordine morale, come viceversa la prospettiva morale non comprende in primo luogo l'agire a partire dagli interessi dell'attore.
La morale è „un sistema di punti di vista per giudicare azioni e solo indirettamente per determinarle“. E proprio per questo motivo usiamo la prospettiva morale soprattutto per le azioni degli altri, mentre per noi stessi giudichiamo e capiamo dalle motivazioni determinanti del momento. Perciò giudichiamo gli altri con un metro che non usiamo per noi stessi e ci poniamo al di fuori della prospettiva morale.
Sono andato troppo oltre? È in effetti la morale solo una prospettiva di giudizio dell'azione e non un motivo interno di determinazione di essa? Sarebbe augurabile che la morale sia un motivo interno di determinazione? La mia risposta è no, perché altrimenti ci estranieremmo da tutto ciò che ci è caro e scadremmo in una sorta di autoriconoscimento, che chiamare spiacevole è la cosa più gentile che si possa dire a proposito.
 
2.3. Come le nostre motivazioni vengono compromesse moralmente
Una condizione necessaria per vivere non in dissidio ma in armonia con se stessi è l'armonia tra le nostre ragioni e intenzioni da una parte e i nostri motivi dall'altra, cioè un'armonia tra ciò attraverso il quale si è motivati e ciò che si ritiene di valore. Una tale armonia si ottiene, se si viene motivato da ciò che si giudica bello, giusto e buono.
Michael Stocker sostiene la tesi provocatoria che l'armonia tra i nostri motivi (ciò che riteniamo di valore) e le nostre ragioni (e le intenzioni da quest'ultime pilotate) viene impedita efficacemente con le moderne teorie dell'etica e che queste di conseguenza sono di impedimento per una vita in armonia con se stessi.
E‘ vero che nelle teorie dell'etica l’amore, l’amicizia ecc. vengono visti come valori superiori, ma si sottovaluta che queste cose non si possono raggiungere, se esse motivano direttamente le nostre azioni, con altre parole se esse sono le mete delle nostre azioni. Non posso realizzare un’amicizia se mi interessa solo il bene “amicizia”, infatti l’amicizia presuppone che mi interessi la persona, il suo benessere e i suoi interessi.
Dovrebbe essere evidente che amicizia, amore ecc. non si realizzano se vengono intesi come obiettivi delle nostre azioni. Altrettanto chiaro dovrebbe essere che sbagliamo con una persona se nel nostro rapporto con essa perseguiamo la realizzazione del bene per amore del bene. Il bene, non l’altro, diventa così il fine della mia azione.
E‘ chiaro che ci estranieremmo dal nostro prossimo se facessimo del bene fine a se stesso. Perché dunque dovremmo fare del bene fine a se stesso se poi il prezzo da pagare è l’estraniamento? In altre parole: Why to be moral? Con ciò propongo una questione spesso trattata. A questo riguardo bisogna ricordare un secondo punto e cioè il senso generale che Kant nomina fare il bene come fine a se stesso e che a mio avviso può essere l’unico motivo valido per questa impresa: l’autoapprovazione.
L’autoriconoscimento è secondo Kant il motivo ultimo dell’azione morale. Quando facciamo il bene per amore del bene, ci mettiamo nella condizione di approvare noi stessi e ci riconoscerci come esseri razionali che possono dare se stessi una legge morale. Considerando queste motivazioni possiamo dire più chiaramente: non agisco per il bene dell’altro, cioè per l'altro nella sua concretezza, ma strumentalizzo l’altro per il mio autoriconoscimento, di cui egli non ne è che uno strumento qualsiasi. Lo sguardo è rivolto a noi, non all’altro, l’altro è solo un espediente nella nostra aspirazione all’autoriconoscimento.
Pertanto la nostra aspirazione all’autoapprovazione è in primo piano e svilupperà mezzi ad essa adeguati. Arrivare all’autoriconoscimento in verità non richiede agire effettivamente in un modo che si ritiene utile per l’autoriconoscimento, bensì basta già interpretare il proprio agire e quello degli altri così che sia utile per l’autoriconoscimento.
Si ottiene il necessario autoriconoscimento interpretando moralmente il proprio agire (e cioè la morale come principio d’azione nel proprio agire) sminuendo l’agire degli altri nella critica morale (perché non hanno la morale come principio d’azione). Invece di capire l’altro e di riconoscerci nel suo fallimento morale come persona ugualmente passibile al fallimento, ci distanziamo dall’altro nel modo del giudizio morale.

3. Lex semper accusat
In effetti si potrà dare ragione ad Hannah Arendt quando parla “della banalità del male”. La si contraddice però se intende che i “malvagi” si escludano coscientemente dall’ordine morale. Come osservatrice al processo contro Eichmann nel 1961 a Gerusalemme arrivò a questa conclusione. A ragione Franziska Augstein ha formulato contro la Arendt: “ad Hanna Arendt non è passato per la mente che né Eichmann né gli altri esecutori nazisti si fossero congedato dal giudizio morale di se stessi. Il fatto che qualcuno uccida miglialia e migliaia di uomini e si ritenga esclusivamente onesto era presumibilmente inimmaginabile per lei, già traumatizzata. Ma proprio in questo sembra consistere la banalità del male: il moralmente riprovevole non nasce quando un individuo si congeda in modo teatrale dalla morale e a partire da questo momento si prefigge di agire in modo biasimevole contro la morale, e non consiste neanche nel ritenere eccellente il moralmente riprovevole. Perciò sarebbe sbagliato pensare che ci differenziamo dagli uomini presunti “malvagi” in quanto, al contrario di loro, vogliamo conoscere e fare il moralmente bene. Piuttosto è da considerare che anche essi vogliono conoscere quello che merita di chiamarsi moralmente buono e che anche essi vogliono fare per principio il moralmente giusto. La frattura con le esigenze della morale non è un evento straordinario ma del tutto banale. Avviene nella nostra quotidianità, nelle, con, tramite le nostre azioni. In nessun modo ci congediamo platealmente dalla morale, ma la pieghiamo a nostro favore, giustifichiamo moralmente cosa perseguiamo, usiamo la ragione per motivare perché qualcosa in una certa situazione non ha valore, e proprio con ciò si arriva alla frattura, la quale per quanto riguarda gli altri avvertiamo molto acutamente, ma per quanto riguarda noi stessi l’avvertiamo debolmente, sommessamente, come colpiti da cecità.

Ho cercato di mostrare, quale pericolo vi sia nell’uso indebito del dovere morale ai fini dell’autoriconoscimento: l’esaltazione inopportuna della propria persona attraverso l’illusione e la squalifica degli altri a scopo del proprio autoriconoscimento. Lo sguardo rivolto alle azioni degli altri non è idoneo per distanziarsi da essi giudicandoli, piuttosto ci può aiutare nell’osservazione che gli stessi meccanismi operano anche in noi, come anche in noi è racchiuso il germe del crimine che può arrivare fino all’assassinio. Ne consegue un differimento della prospettiva morale, diventando ora noi stessi oggetto del giudizio morale. Così la morale non viene abolita ma innalzata e perviene al suo scopo precipuo: la nostra condanna.
 
 
03 Principi luterani IX: Legge ed Evangelo, parte 2
 
„Aber do ich das discrimen fande, quod aliud esset lex, aliud evangelium, da riß ich her durch.“ „Ma quando ho trovato la differenza di come una cose sia la legge, un'altra cosa l'evangelo, ho finalmente sfondato verso la giusta soluzione.“ (WATR 5, 210, Nr. 5518). Lutero descrive la scoperta della distinzione tra legge ed evangelo come una svolta decisiva del suo pensiero (che però non è l'unica scoperta di carattere decisivo. Una lista si trova in Berndt Hamm: Naher Zorn und nahe Gnade, in: Athina Lexutt, Volker Manteye e Volkmar Ortmann (edd.): Reformation und Mönchtum, Mohr Siebeck, Tübingen 2008, pag. 106). Infatti non si tratta di una distinzione tra due elementi della teologia, ma di una categoria interpretativa che riguarda tutta la teologia. È così fondamentali che, secondo Lutero, è essa stessa che fa il teologo (WA 40.I,207,17s). “Praticamente tutta la Scrittura e la conoscenza di tutta la teologia dipendono dalla conoscenza di legge ed evangelo”(WA 7,502,34s).
Le differenze tra legge ed evangelo sono fondamentali: la legge viene compresa dall'uomo naturale e può essere riconosciuta in parte con la ragione; l'evangelo invece è una cosa radicalmente nuova e può essere solamente rivelata. La legge ci dice ciò che dobbiamo fare; l'evangelo ci dice cosa Dio ha fatto per noi. La legge ci promette la salvezza sotto condizione che noi la compiamo, cosa in cui però non riusciremo mai completamente; l'evangelo invece ci promette la salvezza in modo incondizionato. La legge ci minaccia con l'annuncio del giudizio e la punizione; l'evangelo ci annuncia soltanto la grazia. La legge spaventa, fa disperare e uccide; l'evangelo consola e dà vita. La legge riguarda le azioni esteriori, l'evangelo invece rinnova l'uomo nel suo interiore. La legge non dà la forza per compiere ciò che chiede; l'evangelo invece dona anche la fede. La legge si rivolge ai peccatori sicuri di sé; l'evangelo si rivolge ai peccatori disperati.
Si tratta quindi di due cose totalmente diverse. Non distinguerle vuol dire perdere l'evangelo. Per comprendere questo possiamo ricorrere alla distinzione tra lettera e Spirito come fa Gerhardt Ebeling nella sua famosa introduzione nel pensiero di Lutero (esiste anche in traduzione italiana, seppure non più in commercio: Gerhardt Ebeling: Lutero. Un volto nuovo, Herder-Morcelliana, Brescia 1970). È lo Spirito che rende la Bibbia parola viva di Dio. Però non distinguiamo lo Spirito dalla lettera morta, tutta la Bibbia è lettera morta. Solo nel confronto intenso con la Scrittura, e per la stessa opera dello Spirito, possiamo riconoscere l'azione dello Spirito. Non nel senso di una separazione tra una parte non ispirata e un'altra ispirata dallo Spirito, ma piuttosto come un processo in cui la lettera morta diventa parola viva e liberatoria grazie allo Spirito. Così è anche con la distinzione tra legge ed evangelo. Normalmente legge ed evangelo sono mescolati e devono quindi essere distinte. Questo è il compito del teologo; teologo nel senso di credente, perché la distinzione tra legge ed evangelo non si impara all'università, ma mediante la fede e l'esperienza. In particolare la distinzione tra legge ed evangelo è il compito della predicazione, perché nella predicazione vengono annunciati legge ed evangelo, cosa che non sarebbe possibile senza la distinzione senza la quale tutto sarebbe legge. L'annuncio, operando questa distinzione, fa sì che l'evangelo possa rivelarsi. L'evangelo è – come lo Spirito – non qualcosa che abbiamo e su cui possiamo disporre a piacere, ma che dobbiamo sempre di nuovo riscoprire, distinguendolo dalla legge.
In questo processo si svolge tutta l'esistenza cristiana in quanto la giustificazione per grazia non è mai giustificazione indipendentemente dal giudizio, ma sempre giustificazione del peccatore. L'uomo simul justus et peccator sta sotto la legge e sotto l'evangelo. L'immagine di Dio che è solo gentile e amabile è troppo semplicista e non corrisponde né alla nostra esperienza quotidiana né ai testi biblici. È vero, Dio è un Dio d'amore, ma questo lo possiamo sapere solo perché il Dio che percepiamo anche come crudele e incomprensibile si rivela come tale, quindi in quanto il Deus absconditus (il Dio nascosto) si qualifica in modo nuovo come Deus revelatus (Dio rivelato), qualifica nuova solo grazie alla netta distinzione tra legge ed evangelo, tra Deus absconditus e Deus revelatus, perché un Dio che a volte è amorevole a volte è crudele non è affatto amorevole. Perciò la conoscenza di Dio non si può imparare dalle scuole filosofiche che pronunciano frasi generali su Dio del tipo: “Dio è un Dio d'amore” oppure “Dio ama tutti”. Dio si lascia conoscere solo in un atto concreto, atto nel quale si riconosce Dio come radicalmente nuovo, quindi cogliendo la differenza fondamentale tra Dio come si rivela nella legge (e anche nella natura e nella ragione) e Dio come si rivela in Gesù Cristo. Visto che Dio può essere riconosciuto come Dio d'amore solo in un atto concreto di distinzione e visto che è compito della predicazione di operare tale distinzione, la predicazione (in tutte le sue forme, non solo alla domenica in chiesa) è il compito più urgente dei cristiani, perché è essa che apre gli occhi alla novità sconvolgente dell'evangelo che è tale solo in distinzione dalla legge. Solo nella più netta distinzione l'evangelo si può rivelare veramente come ciò che è: cioè la giustificazione incondizionata del peccatore per sola grazia. (DK)
 
04 Intervista a Christiane Groeben
 
a cura di Gaëlle Courtens
Roma (NEV), 22 aprile 2009 – Tra una settimana si apre l'annuale Sinodo della Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI). Dal 29 aprile al 3 maggio una cinquantina di deputati delle comunità luterane disseminate su tutto il territorio nazionale si incontreranno a Roma per esaminare l'operato del Concistoro, l'organo esecutivo della CELI eletto dal Sinodo. Sarà anche l'occasione per celebrare i 60 anni dalla fondazione della CELI.
L'Agenzia stampa NEV ha intervistato la presidente del Sinodo, la laica Christiane Groeben, al suo primo mandato, sullo "stato di salute" della Chiesa luterana, la quale, pur essendo presente in Italia da centinaia di anni, ha sempre mantenuto un suo particolare carattere italo-tedesco.
 
Lei è stata eletta dal Sinodo 2008 a presiedere per i prossimi 4 anni quello che è il massimo organo decisionale della CELI. Cosa si aspetta da questo nuovo incarico?
Lo vedo come una grande opportunità per impegnarmi a salvaguardare i diritti e i doveri dei membri della CELI e dei suoi organi esecutivi. E’ una responsabilità molto grande e molto diversa da quella che ho avuto fino all’anno scorso come tesoriera della CELI, e sento di aver bisogno della continua fiducia di chi mi ha eletto.
Quest'anno è prevista l'adesione alla CELI di una nuova comunità sorta a Torino. Già l'anno scorso ci fu l'adesione di due nuove comunità. Si può dire che la CELI gode di un ottimo "stato di salute"?
Sì, certo! Ogni cosa che cresce ha bisogno di radici, di un punto fermo dal quale espandersi. Due nuove radici l’anno scorso e un'altra quest’anno significano una crescita consistente per noi come chiesa e realtà luterana in Italia.
La doppia identità tedesco-italiana è una caratteristica delle vostre comunità. Come viene vissuta?
Da quando viviamo questa doppia identità in un modo più consapevole la vediamo sempre più come una ricchezza. La convivenza di radici tedesche e italiane è una realtà felice che sperimentano anche tante famiglie presenti nelle nostre chiese, perché dunque non dovrebbe essere possibile poterlo fare serenamente nella vita di una comunità, tra fedeli che parlano con Dio nella loro lingua e con il prossimo in quella che scelgono al momento?
Si può dire che negli ultimi anni si è verificata una maggiore attenzione della CELI e delle sue comunità verso l'integrazione delle vostre realtà nella società italiana?
Lo posso confermare. Vedo una maggiore integrazione non solo nel contesto evangelico italiano, ma anche nella società italiana. Questo è – secondo me – una conseguenza dell’otto per mille. Le persone che assegnano il loro otto per mille alla CELI sono molto di più dei nostri membri dichiarati. Vogliamo essere presenti, visibili e raggiungibili anche per loro. Aumenta tra i nostri membri anche il numero di quelli che chiamo "tedeschi permanenti", tedeschi che scelgono l’Italia per restarci, per inserirsi consapevolmente in questa società.
Interverrà al Sinodo il vescovo Michael Bünker, segretario generale della Comunità delle chiese protestanti in Europa (CCPE)? Di cosa parlerà?
Il vescovo Michael Bünker della Chiesa luterana austriaca ha scelto come tema della sua conferenza "Giovane come il primo giorno – i 60 anni della CELI". Sono molto contenta che il vescovo di una chiesa con la quale la CELI ha un accordo abbia accettato il nostro invito per festeggiare con noi, anche in vista dell'Assemblea generale della CCPE che nel 2012 si terrà proprio in Italia, a Firenze.
Quali sono le sfide alle quali la CELI va incontro?
Far sentire la nostra voce in un paese dove sempre di più si ascolta la sola maggioranza. Raggiungere chi sa di noi e non sa come trovarci. Capire dove potrà sorgere la nostra prossima comunità. Sono senza dubbio queste le sfide maggiori.
Fonte: NEV09/16 – 22 aprile 2009
 
05 Internet: novità
 
Con gioia posso dare l'annuncio che Giorgio Ruffa, che ai bolluttori è già conosciuto per il sito luterano italiano più antico, è ora anche il webmaster del sito luterano più giovane. Il nuovo sito che porta nuovi contenuti e sfrutta tutte le novità tecnologiche, dando anche ai visitatori più possibilità di interagire, lo potete trovare all'indirizzo:

http://www.ewp.netsons.org/ewp/


Inoltre il sito www.luterani.it di Anna Belli, dopo una piccola interruzione, nuovamente online con alcuni aggiornamenti.


Faccio anche presente che su facebook ci sono nuovi spunti di discussione nel gruppo C.E.L.I.


Di seguito riporto l'annuncio del sito rinnovato del gruppo “Religioni per la pace” :


Care amiche, cari amici,

da alcuni giorni è cambiata la veste grafica del nostro sito nazionale www.religioniperlapaceitalia.org

Abbiamo la possibilità di ospitare articoli, documenti ed immagini che ci vorrete suggerire, proporre o richiedere, scrivendo a info@religioniperlapaceitalia.org.

Vi saremo grati se allo stesso indirizzo del sito vorrete comunicare indirizzo e-mail  di vostri conoscenti che potrebbero essere interessati a news-letter di aggiornamento di “Religioni per la Pace”-Italia.

All’interno del sito abbiamo dato uno spazio speciale alla solidarietà per le popolazioni dell’Abruzzo colpite dal terremoto (testimonianze,riflessioni,richieste di aiuto,iniziative,etc.) per tutto il tempo necessario alla ricostruzione non solo materiale.

Un saluto molto affettuoso,

Luigi De Salvia

06 Seminario teologico
 

Seminario di teologia per “non teologi”
Roma: ELKI-CELI Decanato, Via Aurelia Antica, 391 - 00165 Roma / ITALIA
tel +39 0666030104 - fax +39 0666017993 - e-mail: decanato@chiesaluterana.it

Foto del seminario teologico marzo 2009
Visto il grande interesse, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia organizza quest'anno un ulteriore seminario di formazione teologica per giovani italiani (ed ex giovani interessati).
L’incontro avrà luogo a Romapresso il Decanato nel fine settimana dal 24-26 luglio 2009.
Il seminario sarà guidato dal prof. Paolo Ricca (Il concetto di libertà in Lutero e oggi) e dal pastore Dieter Kampen (Il sacerdozio universale e un secondo tema da stabilire).
Il seminario è gratuito e i costiper il soggiorno (pasti inclusi) sono di Euro 65 a persona in stanza singola, di Euro 45 in stanza doppia e Euro 30 per la partecipazione senza pernottamento (pranzi e cene incluse). Grazie alla possibilità di poter pernottare nella casa della CELI, i costi per il seminario sono molto più bassi rispetto alle precedenti edizioni. Inoltre prepareremo da noi i pasti e per questa ragione ci attendiamo da tutti i partecipanti la disponibilità a collaborare.
Termine dell'iscrizione è il15 giugno 2009, tuttavia essendo limitato il numero delle stanze si accetteranno le prenotazioni in base all’ordine temporale con cui sono pervenute. Si prega di inviare il modulo d'iscrizione al Decanato della CELI via e-mail: decanato@chiesaluterana.it o via fax: 06 66017993.
L'incontro avrà inizio nel pomeriggio di venerdì, ore 16, e terminerà domenica dopo il culto e il pranzo.
Per ulteriori informazioni contattare il decanato al numero 06 66030104. Per l’iscrizione utilizzare il modulo allegato.
Questo seminario è finanziato in parte con i fondi dell'otto per mille della Chiesa Evangelica Luterana in Italia.



 
07 Prossimi eventi CELI
 
dal 20.05.2009 al 23.05.2009 | Brema :: Messe Halle 5, Stand 10
"UOMO, dove sei?" Il Kirchentag 2009 a BREMA e lo stand della CELI

dal 04.06.2009 al 07.06.2009 | Gasthof zum Falken :: Girlan (Bolzano)
Week-end escursionistico in Alto Adige

dal 12.06.2009 al 19.06.2009 | Lipsia, Halle, Mühlhausen, Weimar :: Germania
Viaggio musicale in Germania: Bach e Händel

dal 27.06.2009 al 06.07.2009 | Vallecrosia (IM) :: Casa Valdese
Campo Famiglie 2009
 
 
08 Pensiero del mese: credere e sentire
 
In un libro su legge ed Evangelo ho trovato due rime che sono espressione del concetto fondamentale che il sentire viene dalla fede e non viceversa. Le traduzioni sono necessariamente molto libere, visto che non è facile ricreare la metrica.

Und ob mein Herz spräch lauter Nein;
dein Wort soll mir gewisser sein.
Seppur mio cuor dicesse no,
per tua parola certo son.

Traduzione: DK


Ohn Fühlen will ich trauen,
Bis ich komme, dich zu schauen.”

Senza sentir fiducia ho,
Finché davanti_a Te verrò.

Traduzione: DK

oppure:

Non ti sento, ma io credo;
quando vengo_in ciel, Ti vedo.

Traduzione: Anna Belli


L'autore non ha citato le fonti, ma il primo verso si trova in forma simile in alcune cantate di Bach, mentre il secondo si trova similmente nell'ottava strofa di un poesia di Christian Friedrich Richter (* 5. Oktober 1676 Sorau (Niederlausitz), † 5. Oktober 1711): „O wie selig sind die Seelen“.

E.F.W. Walther: Die rechte Unterscheidung von Gesetz und Evangelium. 39 Abendvorträge, St. Louis, Missouri, 1946, pag. 189

 
 
     
     
 
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