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Bollut 037

www.bollutnet.org 
Ottobre 2009

 
Indice:
 
01 Editoriale

02 Berndt Hamm: L'unità della Riforma nella sua diversità. Il potenziale di libertà delle 95 tesi.

 
01. Editoriale
 
Gentili lettori,
Gentili lettori,
sono appena tornato da un altro anniversario: il 60° della CELI. Ne parleremo nel prossimo numero. Ora invece guardiamo in avanti all'anniversario della Riforma: il 31 ottobre. A questo proposito vorrei invece dedicare un Bollut monotematico, proponendo un testo del Prof. Berndt Hamm, che parte dalle 95 tesi di Lutero, pubblicate il 31 ottobre 1517 e che diedero inizio alla Riforma protestante.
Anche se si tratta di un Bollut monotematico, vorrei comunque condividere con voi una mail che mi ha commosso e nella quale l'amministratore internet, in modo del tutto inaspettato, mi ha comunicato l'esonero dal canone annuo per l'amministrazione di Bollutnet:

Egr. Pastore,
volevo farle sapere che ho deciso di aiutare la sua missione offrendole il rinnovo del sito a titolo gratuito.

Pace e bene!

Cordiali saluti,
Marino Tilatti

Buona lettura!
Vostro Dieter Kampen (DK)
 
 
02.  Berndt Hamm: L'unità della Riforma nella sua diversità. Il potenziale di libertà delle 95 tesi.
 
Pubblichiamo qui di inseguito la seconda parte di un saggio, in cui il Prof. Dr. Berndt Hamm, partendo dalle 95 tesi di Lutero, si interroga su quale siano i motivi comuni del movimento riformatore , che danno unità alle chiese della Riforma e che sono attuali ancora oggi. Riassume i suoi risultati in cinque punti che sono, appunto, potenziali di libertà.
Ringrazio il Prof. Hamm per la gentile concessione del testo e la Signora Piera Romani di Trieste, per il gravoso lavoro di traduzione. Il testo viene pubblicato senza le note.
Il testo originale si trova in:

Die Reformation: Potentiale der Freiheit
von Berndt Hamm (Autor), Michael Welker (Autor)
Broschiert: 133 Seiten
Verlag: Mohr Siebeck; Auflage: 1 (November 2008)
Sprache: Deutsch
ISBN-10: 3161497821
ISBN-13: 978-3161497827


 
Nella prima parte del saggio, che per ragioni di spazio è omessa, il Prof. Hamm esamina la storicità dell'affissione delle 95 tesi. Chi si interessa a questa questione potrà ritornare al Bollut 025 che contiene l'articolo „L'affissione delle 95 tesi: leggenda o verità?”. L'autore afferma la storicità dell'affissione, chiarendo però che non si trattò di un atto drammatico, come viene spesso immaginato. Nonostante la poca importanza dell'affissione stessa, la pubblicazione delle 95 tesi segna una svolta importantissima per cui è giusto ricordarla per i motivi in seguito esplicati. (DK)


Berndt Hamm:
L'unità della Riforma nella diversità. Il potenziale di libertà delle 95 tesi.

Grazie alle sue tesi Lutero divenne famoso per tutto l’impero e la sua fama superò i confini dell’impero stesso. La fama acquisita, l’effetto elettrizzante dei suoi scritti e le sue apparizioni pubbliche a Heidelberg nel 1518, a Leipzig nel 1519 e a Worms nel 1521 ci aiutano a capire il motivo per cui si parla di una certa unità della Riforma. Prima di arrivare alla conclusione vorrei soffermarmi su questo punto e spiegare perché incontriamo sempre questa sintonia in una pluralità non scevra di conflitti. Perché l’evento mediatico scaturito dalle 95 tesi creò una unità interna della Riforma, non nel senso di unitarietà o uniformità, piuttosto nel senso di una base comune che completa e rimarca la rottura con la dottrina e le forme di devozione della chiesa medievale?
Con le 95 tesi iniziò la valanga delle pubblicazioni della prima fase della Riforma, la diffusione di massa dei pamphlet, cioè di stampati di formato più piccolo a basso costo che diffondevano tra la gente in modo programmatico e polemico con testo e immagini i temi della riforma della chiesa e della fede. L’autore di maggior successo di tali scritti era lo stesso Lutero. Già per la fine del 1519 erano sul mercato probabilmente più di 250.000 esemplari dei suoi scritti, ancor prima che fossero pubblicati quelli principali e più diffusi del 1520. Agli eruditi Lutero si rivolgeva in latino, come nelle 95 tesi, per i laici, per le persone che non avevano frequentato le università, scrisse nella lingua del popolo. La cosa importante fu che Lutero non divenne noto per sentito dire, ma attraverso un medium che portò in forma autentica e precisa il suo pensiero a uomini e donne di tutte le classi e ceti e di professioni diverse. Chi non sapeva leggere poteva ascoltare gli scritti di Lutero in pubblico, sulle piazze o nelle taverne, dal pulpito.
Decisivo fu soprattutto il fatto che i molti predicatori, i più importanti moltiplicatori in un’era senza giornali e mezzi elettronici, leggevano Lutero con zelo e si appropriavano delle sue idee; tra questi predicatori significativi come Huldrych Zwingli a Zurigo, Martin Bucer a Straßburg, Johannes Brenz a Schwäbisch Hall, Andreas Osiander a Nürnberg o Thomas Müntzer a Zwickau.
Senza volere farne un eroe, si deve constatare che non esiste un riformatore, un predicatore riformato, un autore di pamphlet, una corrente o confessione riformata che non sia stata stimolata almeno all’inizio da Lutero. Ed è questa evidente presenza di Lutero nei primi media della Riforma, questa dominanza della ricezione di Lutero in tutti gli ambiti e a tutti i livelli della Riforma, l’alto grado di conoscenza e di comprensione dell’opera di Lutero, che garantiscono una notevole sintonia ideologica tra i fautori della Riforma a prescindere da tutti gli slogan e le etichette.
Certamente ognuno interpretava Lutero alla propria maniera e le persone si attivavano, spinte da ciò che avevano recepito, ognuna in modo diverso, un predicatore diversamente da un segretario comunale o da un artigiano, la moglie di un mercante diversamente da una contadina, un cavaliere del Reich da un principe regnante. La ricezione di Lutero, fungendo da strumento di collegamento, fece sì che le differenti tendenze perseguite dai destinatari avessero una base religiosa comune che divenne determinante per l’intera Riforma e da cui non si poteva più prescindere senza passare per un vecchio credente papista.
Sorprendentemente ci sono, pur nelle diverse prospettive, molte cose in comune, molte di più di quello che si potrebbe supporre, se ci si lascia influenzare dalla molteplicità e dalle discordie all’interno della Riforma. Ne citerò qualcuna a mo' d’esempio. Salta subito agli occhi il principio comune della legittimazione della Sacra Scrittura „sola scriptura“. La norma di lettura della chiesa cattolico-romana era ed è invece più complessa: l’autorità della Bibbia e del suo quadruplice significato viene inserita dalla chiesa di Roma nell‘autorità interpretativa delle definizioni conciliari e papali e in quella delle tradizioni ecclesiali di culto, diritto e devozione.
In una tale compagine normativa la Bibbia non può valere come atto e documento di protesta nei confronti di istituzioni e tradizioni. Ma proprio questo è accaduto nella Riforma, sostenendo che non la chiesa, con a capo il papa, ha il primato nell’interpretare la santa scrittura e che quindi non bisogna adeguarsi al suo schema gerarchico-esegetico; piuttosto è la santa scrittura che deve purificare la chiesa e chiederle in modo critico le ragioni della sua giustificazione biblica. Liberando così energie critiche nei confronti della chiesa, energie che scaturiscono dalla parola di Dio, si arriva ad una inversione dei poli dell’autorità che mozza il fiato.
Come accade ciò e quanto velocemente da una cosa ne consegua un’altra, lo dimostra la discussione intorno alle indulgenze originata dalle 95 tesi di Lutero. L’indulgenza era apparentemente cosa religiosa e teologica di secondaria importanza. Tuttavia quest’apparenza inganna, infatti l’indulgenza era allora al centro della pratica religiosa e intorno ad essa ruotavano quasi tutte le problematiche fondamentali della chiesa: quella del potere, dell’autorità, della cura delle anime e soprattutto la cosa principale e cioè la garanzia della salvezza e il condono dei peccati.
Attaccando le indulgenze di S. Pietro concesse allora dal papa Leone X e aggiornando nello stesso tempo la norma critica della scrittura biblica, Lutero causò in pochi mesi il crollo dell’intera struttura di potere e di diritto che legittimava la pratica delle indulgenze. I giudizi, che formulò dal 1517 al 1519 in questo conflitto con Roma, formeranno per il tempo a seguire la base comune dei riformatori.
Ora voglio riassumere in 5 punti queste ragioni fondamentali che rendono evidente come ancora oggi la Riforma sia attuale.

I. La pienezza della salvezza e la completa libertà da colpa e pena nella fede
Col farsi uomo, atto di misericordia che è alla base di tutto, con la passione e la resurrezione Cristo ha regalato agli uomini colpevoli la pienezza della remissione dai peccati e della salvezza, prima che essi possano fare qualcosa. Personalmente ricevo questa pienezza della grazia di Dio nella fede.
La fede non è però una prestazione che l’uomo anticipa, ma un adesione ispirata da Dio e dal suo Spirito, alla quale mi abbandono in piena fiducia e dico: Sì, è proprio così come Dio mi dice e promette: Mi è stata rimessa ogni colpa e pena, come figlio di Dio sono già erede della beatitudine eterna e ammesso alla salvezza senza alcun contraccambio. Non devo dunque soddisfare nessun standard minimo per essere accettato da Dio nella sua beatitudine celeste.
Anche i teologi tardo-medievali, soprattutto della scuola di Dun Scotus e Guglielmo di Ockam, sottolineavano che la beatitudine dell’uomo dipende, in ultima analisi, unicamente dall’accettazione (acceptatio) di Dio, che è libero e che Dio, se lo volesse, potrebbe accettare il peccatore senza condizioni da parte umana. Nel contempo però rilevavano che Dio è vincolato nella sua libertà ad un determinato ordine di salvezza e a determinate condizioni all’interno di questo stesso ordine.
Affermano che nessuno verrà accettato da Dio nella beatitudine senza un habitus interiore di vero amore verso Dio e verso il prossimo e senza atti di vero pentimento. De facto, secondo la comune dottrina cattolica, non c’è un’accettazione incondizionata dell’uomo peccatore nella salvezza. Chi insegna diversamente, verrà condannato dal Concilio di Trento.
Diversamente e in modo del tutto appropriato la dottrina della Riforma sostiene: L’Evangelo è la nuda e assoluta promessa della vita eterna senza la condizione dell’osservanza dei comandamenti.
Per i fondamenti teologici della Riforma è fondamentale che la grazia salvifica di Dio renda del tutto indipendente la completa remissione dei peccati e la definitiva accettazione alla beatitudine dall’obbedienza dell’uomo ai comandamenti e dal rinnovamento della sua vita. Perciò i diversi sostenitori della Riforma si riconoscono nel principio comune che il peccatore viene giustificato e salvato attraverso il dono della fede e non attraverso le opere.

II. Nessun opera dell’uomo è riparatrice e meritoria
Ma se è così, come Dio promette nel suo Evangelo, che mi sono rimessi ogni peccato e ogni pena, allora in vita non devo estinguere nessuna pena come non potrò e non dovrò meritare la salvezza eterna attraverso le opere buone.
L’intera religiosità cattolica in cui erano cresciuti Lutero e i suoi contemporanei funzionava come un’assicurazione sulla vita con partecipazione finanziaria propria: i costi fondamentali sono a carico di Dio attraverso il sacrificio espiatorio di suo figlio. Solo così può superare ciò che ci divide da Dio e la colpa e la punizione eterna.
Al peccatore , dopo aver ricevuto la grazia che giustifica e dopo che Dio gli ha rimesso i suoi peccati, si chiede però contribuire alla redenzione con qualcosa di suo, cosa che è di poca conto se la paragoniamo a ciò che Cristo ha fatto e sofferto per lui.
Poiché egli ha commesso i suoi peccati da persona responsabile, Dio vuole che agli partecipi come soggetto attivo alla liberazione del peccato e alla redenzione, pertanto ha stabilito un determinato quantum per le pene temporali, che il peccatore, possibilmente dovrà estinguere in vita attraverso le opere riparatorie. Questa compensazione viene perseguita mediante il digiuno, le preghiere, i pellegrinaggi, elemosine ai poveri o donazioni alla chiesa, attraverso dunque opere pie, che in quanto cristiani, si ha l’obbligo di compiere in forza dei comandamenti di Dio; con tali forme di devozione, secondo gli insegnamenti della chiesa, si acquisiscono dunque meriti finalizzati alla ricompensa della salvezza eterna.
Le stesse opere buone fanno dell’uomo un soggetto attivo nell’acquisizione della salvezza in due modi: da una parte come opere riparatorie diminuiscono la pena, dall’altra come opere meritorie aumentano la qualità della ricompensa, cioè la beatitudine celeste.
Lutero rompe con questo sistema di ricompensa/punizione nelle sue varie graduazioni. Le 95 tesi e le seguenti pubblicazioni di Lutero evidenziano come la partecipazione del peccatore all’acquisizione della salvezza sia del tutto impensabile. A nulla valgono meriti e riparazioni perché l’estinzione della pena e il dono della salvezza dipendono unicamente dalla bontà e dalla misericordia di Dio che le elargisce in modo del tutto autonomo.
Questa posizione di Lutero sarà determinante per tutta la Riforma.

III. Nessun purgatorio, nessuna indulgenza, ma solo il perdono incondizionato di Dio
A questo punto bisogna soffermarsi sulle conseguenze insite nella posizione luterana. La dottrina medievale sosteneva che solo Dio sa quanta pena temporale l’uomo deve scontare prima di accedere al paradiso. L’uomo stesso vive perciò nell’incertezza, cosa che per molti può essere fattore di panico e pena, se le sue opere compensatorie e meritorie saranno sufficienti. Se non riesce in vita ad estinguere del tutto la punizione inflittagli da Dio, dovrà scontare il resto della pena in purgatorio tra terribili tormenti.
In questa situazione di pericolo le indulgenze, dalle più piccole alle più grandi fino all’offerta speciale del papa di indulgenza plenaria, gli offrono una comoda via d’uscita per estinguere l’intera pena e superare così questa paura. Secondo i predicatori di indulgenza, la cosa migliore è compiere con zelo opere buone, dopo essersi pentiti, confessati e aver ricevuto l’assoluzione, e per maggior sicurezza acquistare indulgenze. Le opere buone, che vanno oltre i comandamenti di Dio, sono in ogni caso utili perché con la loro meritorietà aumentano la qualità della beatitudine celeste, cioè della visione di Dio. Però non si può mai sapere se bastano ad estinguere l’intera pena assegnata per espiare i peccati e preservare dal purgatorio. Per questo bisogna sfruttare la possibilità di acquistare indulgenze.
La concessione di grazia tramite l’indulgenza papale per il giubileo, concessa dal papa e venduta in Germania prima e dopo il 1500, offriva, con l’acquisto di una lettera d’indulgenza, una doppia possibilità di indulgenza plenaria, ovverosia per il presente e per il futuro, cioè per il momento della morte. Se il moribondo, dopo essersi confessato, porgeva al prete la lettera d’indulgenza, riceveva la completa remissione di tutte le pene temporali da scontare e morire con la speranza di essere risparmiato dal purgatorio e di entrare direttamente in cielo.
Ognuno poteva acquistare questa indulgenza plenaria per altri uomini a lui vicini, presumibilmente in purgatorio, in modo che le loro anime fossero liberate quanto prima dalla pena. Coerentemente con le coordinate ecclesiali del suo tempo Johannes Tetzel, predicatore di indulgenze, aveva lodato la chance offerta dall’indulgenza di S. Pietro con le parole, drastiche ma per il suo tempo teologicamente corrette, del verso popolare: “Non appena i soldi in cassa suonano, le anime via dal purgatorio volano”. E già il citato Johannes von Paltz, eremita agostiniano di Erfurt, che negli anni 1489/90 e 1501/02 aveva fatto pubblicità per l’indulgenza papale del giubileo, lodava il proprio tempo per questa immensa e prodigiosa offerta di grazia che lo distingueva dalle epoche precedenti della chiesa: “ In presenza di una così grande grazia, come l’esperienza insegna, un predicatore può produrre in poco tempo più frutti che in 20 anni.” Così anche i peccatori più incalliti riceverebbero l’aiuto più efficace.
Il sistema basato su rapporto indulgenza-purgatorio si può capire solo tenendo presente la logica religiosa del tempo, secondo la quale la giustizia divina pretende che nessun peccato rimanga impunito e che non ci sia perdono senza riparazione e penitenza. Perciò la relazione tra Dio e l’uomo è regolata dalla norma del “do ut des”, sacrificio e penitenza, merito e ricompensa.
D’altra parte la misericordia di Dio vuole la salvezza dei peccatori e perciò ha previsto, dentro questa legge inflessibile di colpa e penitenza, la possibilità di rappresentanza: all’interno della “communio sanctorum” cioè della comunità ecclesiale - a sua volta simile a una compagnia assicurativa che garantisce la salvezza - io come uomo debole e peccatore posso trarre profitto da ciò che altri hanno fatto in mia vece, e cioè Cristo, Maria e i santi. Pertanto attraverso loro ho acquisito un credito, un tesoro di opere buone.
L’indulgenza è la possibilità attraverso una minima partecipazione personale, attraverso un importo in denaro, una preghiera o una visita ad una chiesa, di fruire di questa espiazione sostitutiva e di attingere al tesoro della chiesa delle opere buone. Ogni uomo, sottolineavano con zelo i predicatori di indulgenza, nonostante la quantità dei suoi peccati, può andare in cielo completamente esente da pene se egli ha contribuito con del suo, anche se minimamente, con la devozione e con azioni, non necessariamente faticose.
A questo punto Lutero completa il salto epocale dal “minimo” al “niente”. A tale riguardo rompe con la logica religiosa del passato quando dice: Dio non pretende nulla dal peccatore, se lo perdona e lo accoglie nell’eterna beatitudine, nemmeno un centesimo di indulgenza.
L’uomo è sorretto dalla bontà e dal perdono incondizionati di Dio. Credere vuol dire abbandonarsi a questo amore incondizionato in un mondo che insiste sul fatto che il credente, secondo la logica del dare per avere, debba contribuire alla sua salvezza con un minimo di partecipazione. Nel momento in cui Lutero cancella dallo scenario escatologico il purgatorio e con esso la necessità e la possibilità di acquisire indulgenze, egli ricusa ogni necessità religiosa di una bontà divina e di una grazia condizionate.
Questo salto quantico dal minimo al “niente” è caratterizzante per l’intera Riforma. Cristologia, dottrina della grazia e concezione della fede sono variazioni di questo “niente”, o detto con altre parole, della totalità della salvezza e della giustizia, che la misericordia divina ci ha regalato.

IV. Dignità umana frutto della libertà che deriva dalla fede, libertà dalla gerarchia ecclesiastica
La dignità personale dell’uomo non consiste per l’autore delle 95 tesi in un ruolo cooperativo e attivo di fronte a Dio. Quando egli si definisce “Eleutherius”, “il liberato”, in questo momento, in cui si distacca completamente dalla teologia scolastica, in cui inizia la disputa sulle indulgenze, e firma la lettera di accompagnamento delle tesi con la nuova forma del suo nome, Lutero vuole dirci: La mia dignità di uomo libero non sta in quello che faccio ma in quello che mi viene regalato gratis per volontà di Cristo, sta nel fatto che Dio misericordioso mi regala la dignità di essere suo figlio e con ciò anche la grazia e la salvezza.
Poter confidare in ciò e percepirlo vuol dire per Lutero essere libero per merito di Cristo, liberato da ogni servitù devozionale e dalle catene del sistema scientifico dottrinale tradizionale e con ciò liberato dalla diabolica “servitù babilonese”, cioè da quelle strutture diaboliche create dagli uomini come il papato e le gerarchie della chiesa. Mi sono spinto però troppo avanti.
Tre anni più tardi, nel suo famoso saggio “Della Libertà del cristiano” (1520), scrive Lutero questa frase estremamente significativa: “ Un cristiano è signore di tutte le cose e suddito di nessuno”. Con ciò riafferma il principio che era già apparso nel contesto delle 95 tesi: nella fede ogni cristiano è signore sovrano su tutto, non sugli uomini ma su tutte le cose, cioè su tutto quello che si può frapporre tra lui e il perdono di Dio, che può essere impedimento o condizione di salvezza; sotto questo aspetto non è suddito di nessuno, cioè è libero e indipendente dal papa, che a sua volta si è arrogato il potere sull’aldilà, sul purgatorio e sul cielo.
Il tema della sovranità della fede che, da una prospettiva soteriologica, mette da parte il papato in quanto dannoso e superfluo e avvicina il peccatore a Dio grazie alla sua bontà, è stato già trattato, ma si potrebbe completare così: nella critica di Lutero all’autorità papale, fino al 1500, è insito il potenziale per una critica più ampia alla gerarchia ecclesiastica che pretende, dal papa in giù fino al semplice prete, di avere il monopolio della trasmissione della salvezza in un sistema che la elargisce d’ufficio e per gradi.
Contro questo sistema Lutero oppone il principio dell’immediatezza della relazione tra Dio e ogni credente cristiano, sia esso uomo o donna, sottolineando così l’immediatezza dell’Evangelo di Dio che rende l’uomo libero. Nella tesi 62 inaugura questa prospettiva con le parole: ”Il vero tesoro della chiesa è il santissimo Evangelo della gloria e della grazia di Dio”. Il tesoro della chiesa non è dunque, come si era insegnato fino ad allora, il tesoro delle opere buone amministrato dal papa e dai vescovi, bensì l’annuncio autentico del vangelo, per il quale non si ha bisogno della fittizia salvezza d’ufficio dell’autorità papale. Il tesoro dell’Evangelo è accessibile al cristiano indipendentemente dal grado che egli occupa nella gerarchia ecclesiastica e la santità della chiesa non si basa sui suoi uffici, ma sulla grazia che il santo Evangelo regala a tutti i cristiani credenti e agli uffici della chiesa che diffondono il vangelo. Questa nuova lettura della santità, in chiave democratica, divenne fondamentale per la concezione di comunità dell’intera Riforma.

V. Le opere buone non procurano salvezza ma sono frutto della penitenza
Lutero, nonostante tutte le calunnie, non vuole essere il distruttore di tutte le opere buone, ma il dottore delle stesse. Alle opere della fede, alla sua attività interna ed esterna, attribuisce un significato radicalmente nuovo. Le opere pie infatti non hanno più un riferimento causale con l’acquisizione della grazia e della salvezza. Digiuno, preghiere, elemosine ai poveri e donazioni per la costruzione di chiese o per lo svolgimento della liturgia non servono più a migliorare le prospettive per l’aldilà. Soprattutto le messe di suffragio per le anime in purgatorio non hanno più motivo di esistere. Attaccando le indulgenze, Lutero fa cadere la prima pietra del domino che farà a sua volta crollare tutto l’ampio sistema economico che provvedeva all’aldilà a spese del credente.
Attraverso le opere buone non realizzo né la mia salvezza né quella del mio prossimo perché il dono della salvezza è indipendente da ogni prestazione umana, al di fuori del circuito terreno del “do ut des”. Procedendo Lutero al radicale annullamento della valenza escatologica delle opere, si arriverà con la Riforma, oltre alle altre conseguenze ecclesiali, sociali ed economiche, alla stagnazione della vita degli ordini, già fiorente e molto sviluppata nel medioevo.
D’altra parte però Lutero aveva la massima stima delle opere buone e pie che scaturiscono dalla fede e dall’amore. L’intera vita del cristiano deve essere santificata dall’Evangelo in modo che possa produrre i frutti vivi della penitenza e della conversione. Perciò Lutero annuncia programmaticamente nella prima delle 95 tesi: “Il nostro Signore e maestro Gesù Cristo ha voluto con le sue parole ‘fate penitenza’ che tutta la vita del credente sia una penitenza.” Con ‘penitenza’ Lutero intende una vita che segua l’esempio di Cristo, nel dolore per il peccato, nella pronta accettazione della croce e nell’amore verso il prossimo bisognoso.
Questa osservazione serve a capire meglio le 95 tesi. Come già detto, esse iniziano con la prospettiva di penitenza che dura tutta la vita e terminano con la parenesi delle tesi 94 e 95: ”Si devono esortare i cristiani affinché seguano il loro capo, Cristo, attraverso pene, morte ed inferno e affinché confidino maggiormente di arrivare nel regno dei cieli attraverso molte afflizioni piuttosto che confidare nella sicurezza di una pace non vera”.
Inizio e fine della tesi 95 formano la cornice che determina tutto il loro carattere: esse contrappongono all’indulgenza la santificazione della vita attraverso una vera penitenza evangelica. In questo modo di intendere la vera penitenza, dice Lutero, è tipico che non si voglia fuggire le cosiddette pene (poenae), cioè la sofferenza e la croce, come fanno i predicatori di indulgenze, ma le si ‘cerchi e le si ami’. Si deve, secondo Lutero, insegnare ai cristiani che il valore dell’indulgenza comprata non è paragonabile a quello delle opere buone dell’amore e della misericordia:” Infatti l’amore cresce attraverso l’opera dell’amore e così l’uomo diventa migliore, mentre attraverso le indulgenze non si diventa migliori, ma solamente più liberi dalla pena”.
Colpisce comunque che nelle 95 tesi di Lutero manchino i concetti centrali della sua teologia del 1513-16 come parola (promissio - promessa), remissione dei peccati (incondizionata), fede (che giustifica), giustizia (regalata), beatitudine (già presente nella fede) e certezza della salvezza. Questo non significa che le 95 tesi non siano una testimonianza della teologia riformatrice e che rientrino unicamente nella teologia dell’umiltà e nella tradizionale intensificazione della penitenza, piuttosto ha la sua importanza il modo in cui Lutero pone e limita il tema: affrontando la questione dell’indulgenza e della giusta penitenza, Lutero non tematizza la giustificazione del credente, quindi non abbiamo una verticalizzazione della grazia che ci viene regalata, ma ci troviamo di fronte alla santificazione che scaturisce dall’amore, quindi di fronte alla dimensione orizzontale del pentimento, dello sconvolgimento doloroso di ogni sicurezza supposta, delle opere buone e dell’esempio di Cristo morto in croce nei più atroci tormenti. L’indulgenza tardo-medievale unisce le due dimensioni in quanto deve assumere la funzione riparatoria delle opere buone, faticose e dispendiose, difficili da attuare nella misura o nell’intensità giusta, per rendere più facile e assicurare la salvezza aggirando il purgatorio. Al contrario Lutero non riconosce alle indulgenze qualsivoglia relazione con l’aldilà e le rende completamente ‘orizzontali’, perciò sul piano orizzontale della vita terrena, dopo averle completamente svalorizzate e profanate, contrappone ad esse il valore insostituibile di una santa esistenza di penitenza nel segno dell’amore verso il prossimo e della croce che toglie ogni illusione.
La critica principale di Lutero alle indulgenze del suo tempo ha due obiettivi: per prima cosa esse, in modo dannosa, offrono sicurezza dove essa non c’è, per seconda esse fanno sperare nell'esonero da opere che sono proprie di una vera penitenza evangelica. Vera penitenza e opere veramente buone sono però possibili solo quando il credente non vuole acquistare la salvezza, bensì quando egli vive ed agisce con la certezza della salvezza a lui già concessa. Anche con questa concezione di vera penitenza e santificazione della vita Lutero ha influenzato l’intera Riforma.
Da una parte Lutero era convincente per l’acutezza della sua critica, che partendo dal messaggio di grazia dell’Evangelo ha travolto l’ autorità e le tradizioni ecclesiastiche, un procedimento questo di desacralizzazione rivoluzionaria. Convincente e caratterizzante era d’altra parte la sua intensa sacralizzazione della cristianità fin dentro tutte le attività e professioni di questo mondo. Il fatto che si debba servire Dio e il prossimo dappertutto e in ogni momento, senza perseguire la propria salvezza , appare a tutti i seguaci della Riforma come la migliore giustizia, come disciplina e rigore voluti da Dio e come purificazione da ogni religiosità egoistica. I riformatori si prefiggono proprio il contrario di una grazia a buon mercato e facilmente acquistabile: Cristo ci ha pagato a caro prezzo, quindi vogliamo camminare nella luce del suo amore verso gli uomini. Questa concezione di vita cristiana avrà una grande importanza negli articoli protestatari della Riforma contadina.
Anche la duplice prospettiva di Lutero - profanazione destrutturante e santificazione costruttiva - era convincente per i suoi contemporanei, anche perché essa era non assolutamente nuova e insolita bensì poteva riallacciarsi ai molti impulsi critici normativi dei due decenni prima delle 95 tesi.
Critiche al papa e alle indulgenze erano già ricorrenti prima di Lutero. Infatti il suo confratello di Erfurt Johannes von Pfalz aveva pubblicato nel 1504 un libro in cui combatteva con argomentazioni i quattro eserciti del demonio che scendono in campo contro le indulgenze più sante: l’esercito della ‘annihilatio’(annientamento), che – come già sostenuto dal teologo di Erfurt Johannes Rucherath von Wesel - nega l’efficacia delle indulgenze, l’esercito della ‘denigratio’, che metteva in dubbio le pie intenzioni del papa, l’esercito della ‘desperatio’, che voleva convincere i cristiani che nessuna indulgenza sarebbe stata efficace, e l’esercito della ’excaecatio’ che voleva accecare i cristiani. Il compito di questi eserciti consisteva dunque nel promuovere la vendita delle indulgenze.
Nella polemica, già crescente dal 1490, contro le indulgenze e contro quella papale del giubileo, forti attacchi contro la pratica di una religiosità esteriorizzata e contro il comportamento della chiesa in campo finanziario si univano ad una aspirazione verso una religiosità più viva, interiore e riformata dalle sue basi. Anche la misericordia che Dio ci dona è contrapposta alla giustizia umana delle opere già prima di Lutero, p.es. dal suo superiore e maestro Johannes von Staupitz, in un modo che evidenzia come la critica luterana alla chiesa e la prospettiva di rinnovamento delle 95 tesi non cadessero dal cielo. Esse erano quindi connaturate alla coscienza critica del suo tempo e alla sua richiesta di un’ampia ‘reformatio’. Per capire le ragioni del suo successo non si possono allora tralasciare tali continuità con il passato come anche l’emergente novità del suo approccio critico-costruttivo.
Infine Lutero ebbe successo anche perché non costringeva compagni di strada e sostenitori ad una univocità partitica. Piuttosto gli impulsi della sua teologia trovavano applicazioni in tutti i progetti e in tutte le relazioni umane e conformemente a ciò la ricezione del suo pensiero si sviluppò in modo dinamico e ricco di variabili. Per la ricezione il criterio era, secondo i principi luterani, non la fedeltà o la contiguità con Lutero, ma la fedeltà all’Evangelo. I laici e persino le donne si sentono legittimati e incoraggiati da Lutero a scoprire da soli, con la Bibbia in mano, la parola di Dio. Nel processo della ricezione di Lutero, a seconda della situazione personale, locale e sociale, emergono aspetti nuovi e le problematiche vengono esposte e impostate in modo più chiaro e inequivocabile.
Perciò Zwingli a Zurigo pensava di diventare riformatore indipendentemente da Lutero, sebbene sia stato inconfutabilmente e fortemente influenzato dagli scritti e dagli interventi pubblici di Lutero nel suo distaccarsi dalla chiesa cattolica. Così l’azione di Lutero e specialmente l’effetto della sua traduzione della Bibbia oltrepassarono Lutero stesso e portarono a diverse direzioni riformatrici, ad una pluralità altamente divergente. Si pensi ai disordini di Wittenberg durante il soggiorno di Lutero nella Wartburg nel 1521-22, al ruolo sempre più rilevante di Karlstadt e ai profeti di Zwickau nel 1511 - avvenimenti nei quali Lutero vedeva l’opera di satana che seminava gramigna tra il grano.
Nelle ricerche sulla Riforma ha sempre dominato la tendenza a ridurre, semplificandola, la molteplicità di essa in una bilateralità. Così si è contrapposta all’ampia riforma partita dal basso la riforma delle autorità o dei principi partita dall’alto. Oppure si riduce la riflessione sulla Riforma e sull’aspetto evangelico alla contrapposizione tra luterani e riformatori. Analizzando però più da vicino, questa ed altre bilateralità si rivelano ingannevoli. Nella concezione della Santa Cena degli anni ’20 non c’era soltanto il contrasto tra l’interpretazione simbolica degli svizzeri e la dottrina della presenza reale di luterani, ma anche la terza posizione di Martin Bucer, che porta a Calvino, e quella dei tedeschi meridionali che parlavano di una presenza pneumatica della persona di Cristo e del suo corpo spirituale; per quanto riguarda il battesimo non c’era solo il contrasto tra i sostenitori del battesimo ai bambini e quelli del battesimo agli adulti, ma anche una terza posizione, quella di Sebastian Schwenckfeld e degli Spiritualisti, che minimizzano questa contrapposizione riguardo al battesimo come disputa su cose di secondaria importanza.
Sembra una verità lapalissiana, ma tuttavia è necessario ribadirla: la Riforma aveva più di due facce. Sin dall’inizio sono insite in essa molte potenzialità diverse che si completano e che sono in concorrenza tra di loro, potenzialità di una libertà che chiama a un cristianesimo adulto, potenzialità di vita sociale e ecclesiale orientata secondo la Bibbia, ma anche potenzialità di impazienza, repressione, servitù e violenza, anche queste in nome della verità biblica. Dal comune appello alla sola norma della Sacra Scrittura deriva una molteplicità irritante ma anche affascinante che distingue tutt’oggi l’essenza del protestantesimo. Come abbiamo visto nella trattazione di questi 5 punti, c’ è tuttavia nell’ambito protestante, spesso diviso, una comunanza e uniformità di standard che pongono dei limiti nei confronti del cattolicesimo romano e di altre confessioni e religioni, oltre il quale non è possibile andare, ma che non esclude l’incontro in una ecumene futura.
Il 31 ottobre come giorno della Riforma è per noi un’occasione per ribadire questa unità interna della Riforma e dell’Evangelismo, perché Lutero ha inaugurato pubblicamente con le sue 95 tesi questo cammino comune.
 
 
 
 
 
 
 
     
     
 
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