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Bollut 060

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Dicembre 2011

 
Indice:

01. Editoriale

02. Kerstin Vogt: Luca 2,1-20

03. Dieter Kampen: Vane attese
 
 
01. Editoriale

Gentili Bolluttori,
A tutti un buon Natale e un felice anno nuovo con due meditazioni del periodo d'avvento.
Vostro Dieter Kampen (DK)
 
02. Kerstin Vogt: Luca 2,1-20

 

Relazione tenuta in occasione del "Ciclo di catechesi ecumenica: La sinfonia delle feste cristiane" a Verona. Ringrazio la collega Kerstin Vogt per averci messo a disposizione il testo. (DK)

Pastori-la nascita 2011

Lk 2,1-20

Gentili presenti, cari fratelli e sorelle,
il brano di vangelo di Luca che abbiamo appena ascoltato è certamente uno dei testi più belli e conosciuti della bibbia. Ogni anno ascoltiamo la storia della nascita nella notte santa e ogni anno i bambini alla vigilia di Natale mettono in scena la natività. Senza queste parole del vangelo di Luca non è Natale.
Poiché lo conosciamo così bene, esso ci appare come una cosa unica, ma se lo guardiamo dal punto di vista esegetico, ci rendiamo conto che è composto di tre racconti.
Il primo è il racconto del censimento della popolazione, il secondo racconta la nascita di Gesù e il terzo l’annuncio della nascita di Gesù ai pastori. Questi tre racconti hanno ognuno un proprio significato, ma solamente insieme rivelano il loro senso più profondo.
Proprio i racconti della natività sono quelli che si differenziano maggiormente l’uno dall’altro nei 4 vangeli e mostrano così le interpretazioni teologie degli evangelisti.
A Luca non basta raccontare solamente la nascita di Gesù sullo sfondo della promessa del vecchio Testamento, egli desidera come cornice per questo avvenimento la storia del mondo. Luca la colloca al tempo in cui a Roma regnava l’imperatore Augusto. Se veramente al tempo dei romani ci fosse un’imposta universale è una cosa molto dibattuta da parte degli storici. Probabilmente c’erano delle imposte regionali. Ma per Luca è importante presentare la nascita di Gesù in relazione al regno dell’imperatore Augusto per mostrare che Gesù è il vero re.
La nascita di Gesù in un angolo insignificante della Palestina ha una valenza salvifica per tutto il mondo. Gesù è il vero salvatore e Signore e non l’imperatore. La storia della natività secondo Luca è al tempo stesso una critica dell’ideologia del regno dell’imperatore e della teologia politica degli Zeloti che si oppongono al censimento. Maria e Giuseppe si mettono in cammino per adempiere all’ordine dell’imperatore. Lo sconvolgimento delle condizioni non si realizza con la violenza, ma viene da dentro.
Nella seconda scena della natività di Gesù nella più grande povertà e umiltà si arriva allo stravolgimento di tutti i criteri. Il maestro, il signore viene partorito da una ragazza non sposata in una stalla e posto in una mangiatoia. Lo stravolgimento non potrebbe essere più grande. E tuttavia proprio in questo si svela chiaramente lo scopo dell’incarnazione di Gesù.
Paul Gerhardt, uno dei più importanti pastori e compositori di liriche del 17 (diciassettesimo) secolo la descrive così:

Heute geht aus seiner Kammer
Gottes Held, der die Welt
reißt aus allem Jammer.
Gott wird Mensch dir, Mensch, zugute,
Gottes Kind, das verbind't
sich mit unserm Blute.

4. Er nimmt auf sich, was auf Erden
wir getan, gibt sich dran,
unser Lamm zu werden,
unser Lamm, das für uns stirbet
und bei Gott für den Tod
Gnad und Fried erwirbet.

Si rivela, il Signore:
Nasce qui e un dì
Ci torrà al dolore.
Nasce uom pel nostro bene:
Cristo già suoi ci fa,
per salvarci viene.

Di noi prende il fardello
Su di sé, affinché
per noi sia l’Agnello.
E l’Agnello per noi muore;
egli qua ci darà
pace nel Signore.


Nell’incarnazione Dio non diventa solo uomo, ma in questa forma umana dell’essere senza una casa prende su di sé già una parte del calvario. Per Martin Lutero questa “lieta alternanza” delle qualità fra Cristo e il credente è un aspetto importante della sua soteriologia, della sua dottrina della redenzione dell’uomo. Un simile pensiero si trova anche nella teologia ortodossa: Dio diventa uomo affinché l’uomo possa diventare divino.
Tutto ciò non avviene in uno spazio vuoto, bensì davanti a testimoni. Questi sono dunque i pastori nei campi nella terza parte del racconto. Queste figure rozze, che una volta attendevano al loro lavoro in grande povertà fuori dalle città. Non avevano alcuna formazione religiosa. Non si credeva che fossero in grado di contribuire alla viva discussione religiosa del loro tempo. Non appartenevano agli scribi né agli eruditi. No, sono i rappresentanti dei poveri del popolo dei quali nella storia del mondo non ci si accorge. Coloro ai quali non si presta attenzione e che vengono dimenticati. E tuttavia il lieto annuncio della nascita del salvatore viene proclamato proprio a loro. Nel versetto 11 si dice: “Oggi vi è nato nella città un salvatore che è il Cristo Signore.” Qui Luca unisce le attese di salvezza giudaiche a quelle greche. “Soter” (salvatore) nei Septuaginta indica la traduzione greca dell’AT, l’opera di Dio. Dio salva il suo popolo, tuttavia al tempo stesso nel mondo greco-romano anche gli imperatori, i filosofi e i medici venivano qualificati come salvatori. “Kyrios” (il signore) è un titolo che può essere usato per l’imperatore e per Dio. E Messia, l’unto dal Signore, per gli ebrei adempie alla promessa di Dio. In una sola frase Luca fonde queste diverse attese di salvezza e mette l’accento sul fatto che “oggi” è il giorno del compimento. 7 volte compare la parola “oggi” nel vangelo di Luca e trasporta dunque anche noi nell’evento della salvezza. Allora quando noi festeggiamo il Natale non commemoriamo un avvenimento storico come un anniversario, ma festeggiamo il fatto che anche oggi per noi può diventare il “nostro” Natale.
“Se Cristo fosse nato mille volte a Betlemme e non in te, tu saresti perso mille volte” dice Angelo Silesio.
Martin Lutero e Paul Gerhardt non si stancarono mai di mettere l’accento sulla parola “oggi” nelle loro liriche. Ora è il tempo della grazia, ora è il tempo della salvezza. Per loro la musica è una delle più importante forma di espressione della fede. Perciò a Natale la gioia dovrebbe essere palpabile e percettibile. Come nessun altra opera della storia della musica, l’Oratorio di Natale di Johann Sebastian Bach esprime questo stato d’animo. “Esultate, gioite, su, celebrate i giorni” canta il coro all’inizio. Ho stampato il testo in tedesco e italiano per poterlo leggere meglio.
L’Oratorio di Natale fu creato su consiglio del teologo luterano Augustus Hermann Francke che aveva raccomandato di leggere la bibbia e di meditare nella preghiera su quanto letto e poi di applicarlo alla propria vita e professarlo.
Allora al testo della bibbia nell’Oratorio di Natale segue il recitato che aiuta la riflessione e la meditazione. Nell’aria viene creato il riferimento esistenziale alla vita del singolo e nella corale si trova la risposta della comunità che avvalora quanto ascoltato. Viene seriamente percepita come assemblea di individui religiosi adulti. Per esprimere il legame tra l’incarnazione di Gesù e la redenzione sulla croce, Johann Sebastian Bach arricchisce le corali con melodie di famosi canti della passione che ancora oggi i confermandi imparano a memoria. La profonda compenetrazione teologica del messaggio di Natale, fece guadagnare a Bach il titolo di 5 (quinto) evangelista. Immergiamoci ora nella musica e ascoltiamo la prima parte dell’Oratorio di Natale che fu composto per il culto di Natale. L’Oratorio è composto in totale da 6 parti che arrivano fino all’Epifania. Ascoltiamo un’esecuzione del coro e dell’orchestra di Lipsia.
(Thomanerchor e Gewandhausorchester di Lipsia)

 
 


Johann Sebastian Bach
Weihnachtsoratorium 

1. Teil:
Jauchzet, frohlocket, auf, preiset die Tage
Am ersten Weihnachtsfeiertage
Lukas 2, 1 und 3-7
 
1. CHOR
 
Jauchzet, frohlocket, auf, preiset die Tage,
rühmet, was heute der Höchste getan!
Lasset das Zagen, verbannet die Klage,
Stimmet voll Jauchzen und Fröhlichkeit an!
Dienet dem Höchsten mit herrlichen Chören,
Laßt uns den Namen des Herrschers verehren!
 

2. REZITATIV, Evangelist
 
Es begab sich aber zu der Zeit, daß ein Gebot von dem Kaiser Augusto ausging, daß alle Welt geschätzet würde. Und jedermann ging, daß er sich schätzen ließe, ein jeglicher in seine Stadt. Da machte sich auch auf Joseph aus Galiliäa, aus der Stadt Nazareth, in das jüdische Land zur Stadt David, die da heißet Bethlehem; darum, daß er von den Hause und Geschlechte David war, auf daß er sich schätzen ließe mit Maria, seinem vertrauten Weibe, die war schwanger. Und als sie daselbst waren, kam die Zeit, daß sie gebären sollte.
 
3. REZITATIV, Alt
 
Nun wird mein liebster Bräutigam,
nun wird der Held aus Davids Stamm
zum Trost, zum Heil der Erden
einmal geboren werden.
Nun wird der Stern aus Jakob scheinen,
sein Strahl bricht schon hervor.
Auf, Zion, und verlasse nun das Weinen,
dein Wohl steigt hoch empor.
 
4. ARIE, Alt
 
Bereite dich, Zion, mit zärtlichen Trieben,
den Schönsten, den Liebsten bald bei dir zu sehn!
Deine Wangen müssen heut viel schöner prangen,
eile, den Bräutigam sehnlichst zu lieben!
 

5. CHORAL
 
Wie soll ich dich empfangen,
und wie begegn' ich dir?
O aller Welt Verlangen,
O meiner Seelen Zier!
O Jesu, Jesu, setze
mir selbst die Fackel bei,
damit, was dich ergötze,
mir kund und wissend sei.
 

6. REZITATIV, Evangelist
 
Und sie gebar ihren ersten Sohn, und wickelte ihn in Windeln und legte ihn in eine Krippen, denn sie hatten sonst keinen Raum in der Herberge.
 

7. CHORAL, Chor-Sopran, mit Rezitativ, Bass
 
Sopran: Er ist auf Erden kommen arm,
Bass:     wer will die Liebe recht erhöhn,
             die unser Heiland vor uns hegt?
Sopran: daß er unser sich erbarm,
Bass:     ja, wer vermag es einzusehen,
             wie ihn der Menschen Leid bewegt?
Sopran: und in dem Himmel mache reich
Bass:     des Höchsten Sohn kömmt in die Welt;
             weil ihm ihr Heil so wohl gefällt,
Sopran: und seinen lieben Engeln gleich.
Bass:     So will er selbst als Mensch geboren werden.
Sopran: Kyrieleis!
 
8. ARIE, Bass
 
Großer Herr, o starker König,
liebster Heiland, o wie wenig
achtest du der Erden Pracht!
Der die ganze Welt erhält,
ihre Pracht und Zier erschaffen,
muß in harten Krippen schlafen.
 
9. CHORAL
 
Ach mein herzliebes Jesulein,
mach dir ein rein sanft Bettelein,
zu ruhn in meines Herzens Schrein,
daß ich nimmer vergesse dein!
 
Johann SJohann Sebastian Bach – Oratorio di NaatalNatale
(Weihnachtsoratorium BWV 248)

Parte I. Per il giorno di Natale (Feria 1 Nativitatis Christi)
248)

1. CORO

Esultate, gioite, su, celebrate i giorni,
glorificate ciò che oggi ha fatto l'Altissimo!
Non esitate, scacciate il lamento,
intonate canti pieni di giubilo e di esultanza!
Servite l'Altissimo con splendidi cori,
sia onorato il nome del Signore!


2. RECITATIVO,Evangelista [Luca 2, 1-6]:
"Ora avvenne in quel tempo che l'imperatore Augusto emanasse un editto per il censimento di tutto l'impero. E tutti andarono a farsi censire, ciascuno nella propria città. Allora anche Giuseppe si mise in cammino dalla Galilea, dalla città di Nazaret, verso il paese di Giudea, nella città di Davide chiamata Betlemme; e ciò perchè egli era della casa e della stirpe di Davide: per farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. E mentre si trovavano là, venne il tempo in cui ella doveva partorire".


3.RECITATIVO [contralto]
Ora il mio amatissimo sposo, l'eroe della stirpe di Davide, vedrà finalmente la luce per la consolazione, per la salvezza della terra. Ora risplenderà la stella di Giacobbe, il suo raggio già brilla luminoso. Alzati, Sion, e dimentica ora il pianto, già rifulge il tuo bene!


4. ARIA [contralto]
Preparati, Sion, con tenere premure,
a vedere presto vicino a te il Bellissimo, l'Amatissimo!
Le tue guance
debbono splendere oggi molto più belle,
affrettati ad amare lo sposo nel modo più ardente!


5. CORALE
Come debbo accoglierti
e come incontrarti?
O desiderio di tutto il mondo,
o ornamento della mia anima!
O Gesù, Gesù, accosta
la tua fiaccola fino a me,
affinché ciò che ti dà gioia
mi sia noto e conosciuto!


6. RECITATIVO, Evangelista [Luca 1, 7]:
"Ed ella partorì il suo figlio primogenito e lo avvolse in fasce. E depose in una mangiatoia, perché per loro non c'era altro posto nella locanda".


7. CORALE e RECITATIVO [soprano, basso]
 Soprano: Egli è venuto povero sulla terra,
Basso: Come glorificare degnamente l'amore che il nostro Salvatore nutre per noi?
Soprano: perché aveva pietà di noi, Basso: Sì, chi può comprendere quanto lo commuove il dolore degli uomini?
Soprano: e per renderci ricchi nel cielo,
Basso: Il figlio dell'Altissimo viene al mondo perché la sua salvezza gli sta così tanto a cuore: Soprano: e simili ai suoi cari angeli.
Basso: per questo Egli stesso ha voluto nascere uomo.
Soprano: Kyrieleis!


8. ARIA [basso]
Grande Signore, o re possente,
carissimo Salvatore, o quanto poco
tu stimi lo sfarzo della terra!
Colui che regge il mondo intero,
che ha creato il suo splendore e il suo ornamento, deve dormire in una rozza mangiatoia.
 
9. CORALE
Oh, mio carissimo Gesù Bambino, preparati un lettino pulito e morbido, per riposare nello scrigno del mio cuore, affinché io non mi dimentichi mai di te

Pastora Kerstin Vogt, Verona


 
 
 
03. Dieter Kampen: Vane attese
 
Centro Culturale Veritas
Vane attese – Lectio di Avvento su Romani 8,18-25
Pastore Dieter Kampen


Cari fratelli e sorelle,
iniziamo subito con la lettura scelta, Romani 8,18-25. Seguo la recente traduzione della CEI del 2008:

18 Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.
19 L'ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
20 La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l'ha sottoposta - nella speranza 21 che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22 Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. 23 Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
24 Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25 Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

Essendo datomi il tema delle “vane attese”, mi è venuto subito in mente questo testo che descrive in modo molto intenso l'attesa. Non solo i credenti, ma tutta la creazione geme e soffre nell'attesa; il lettore stesso, almeno a me capita così, si immedesima in questo ardente desiderio di salvezza.
In un certo senso si tratta di un'attesa vana, in quanto il ritorno di Cristo, che Paolo e i primi cristiani aspettavano, non si è verificato. Però spero che da quello che dirò possa trasparire che non si tratta di una falsa speranza e che quindi l'attesa dei cristiani non è affatto vana, ma pieno di significato.
Esaminiamo quindi il testo, cominciando dal versetto 18 che dice:

18 Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi.
Per comprendere pienamente questa frase, dobbiamo leggere almeno anche il versetto precedente:
17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Questi versetti descrivano bene la teologia crucis, la teologia della croce di Paolo. Siamo coeredi di Cristo e questo significa che come lui dobbiamo morire per risuscitare, dobbiamo soffrire per partecipare alla sua gloria. Per Paolo la vita del cristiano è una vita sotto la croce, segnato dalla sofferenza. La sofferenza può diventare un segno dell'elezione da parte di Dio. Quindi per Paolo i credenti non sono salvati nel senso che già adesso sono sottratti al mondo della sofferenza e della morte, ma sono pienamente inseriti in essa, così come Dio è diventato vero uomo in Gesù Cristo, abbracciando pienamente sofferenza e morte. Dio si rivela sub specie contraria, cioè nella croce. Solo la fede può riconoscere Dio nel misero galileo in croce. Così anche nella nostra vita solo la fede può riconoscere nella sofferenza la grazia di Dio e la nostra elezione come coeredi di Cristo.
Non si tratta di una glorificazione della sofferenza o della morte. Questi infatti restano i nemici che verranno tolti da Dio quando il suo regno si manifesterà definitivamente. Si tratta invece di sapersi uniti a Cristo nella sofferenza.
Paolo descrive qui la sofferenza come presente e la gloria come futura. Però è anche da tener conto che nella fede il credente partecipa già adesso alla gloria di Cristo, però è appunto una partecipazione nella fede che non comprende ancora tutta l'esistenza materiale del credente.
Questo è importante per la questione se l'attesa del cristiano sia vana o meno. Se la gloria fosse solo futura, allora sarebbe facile di qualificare l'attesa come vana, ma siccome il cristiano nella fede partecipa già alla gloria futura,l'attesa ha comunque già una qualifica positiva e anticipa ciò che aspetta.

19 L'ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio.
Finora i figli di Dio, cioè i credenti e tutti coloro che hanno ricevuto lo Spirito Santo e chiamano Dio “Padre”, sono nascosti nel senso che nel mondo contano poco, sono deboli, perseguitati e sofferenti. Ma all'ultimo giorno, quando Cristo ritornerà e stabilirà definitivamente il suo regno, essi saranno innalzati nella gloria. Questa “rivelazione dei figli di Dio” ha una funzione chiave per tutta la creazione, che nella sua totalità è protesa verso questo evento.

Segue una piccola spiegazione:
20 La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità - non per sua volontà, ma per volontà di colui che l'ha sottoposta - nella speranza 21 che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio.
Questa spiegazione, per così dire “storica”, è certamente influenzata dall'Antico Testamento e dalla sua visione mitologica del mondo. Paolo pensa probabilmente alla caduta di Adamo e Eva, e alla loro punizione che coinvolge la creazione tutta. Colui che ha sottoposto la creazione alla caducità, vanità o nullità è quindi Dio stesso e sarà di nuovo Dio che infine libererà – sempre in funzione dei figli di Dio – la creazione da questo stato di punizione. Anche per quanto riguarda lo stato di liberazione della creazione, Paolo aveva a disposizione degli immagini bibliche forti. Penso p.es. a Isaia 111, che descrive un mondo armonico in cui “il lupo abiterà con l'agnello” e “il leone mangerà il foraggio come il bue”.

22 Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi.
Questa frase è molto suggestiva sia per l'immagine del parto, sia per il fatto che la natura viene personalizzata e geme e soffre in prima persona. Quanto lontano è quest'affermazione da da una visione meccanicistica ad es. di un Descartes che vedeva negli animali solo macchine senza anima. La personalizzazione della creazione indica un forte immedesimarsi da parte di Paolo, una forte compassione, una forte empatia. Però non finisce qui. Paolo sa riconoscere la natura come creazione di Dio e sa riconoscere la sua origine e la sua fine.
La ragione umana può esaminare la natura secondo la sua composizione, il suo funzionamento e il suo sviluppo storico, ma non potrebbe mai nominarla “creazione”. Di “creazione” si può parlare solo in relazione a Dio e Dio è accessibile solo alla fede, ma non alla ragione. Così anche solo la fede può dare una risposta al perché e al dove del mondo. Paolo vede quindi il mondo con gli occhi della fede e quindi lo vede protratto intensamente verso la sua liberazione come una donna che partorisce.

23 Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo.
Dopo che Paolo ha allargato lo sguardo alla creazione tutta ritorna ai credenti che sono il punto focale di un grande processo cosmico. I credenti aspettano l'adozione a figli. Però abbiamo già le primizie dello Spirito e quindi siamo già figli. Ma come spiegato sopra, siamo figli nella fede e questa figliolanza deve essere ancora rivelata pienamente. Perciò Paolo precisa l'adozione a figli: cioè la redenzione del nostro corpo. Paolo vede l'uomo come unità di corpo, spirito e anima, come tipicamente vera nella tradizione ebraica. Pertanto, non basta essere liberati spiritualmente, ma dobbiamo essere liberati anche corporalmente da sofferenza e morte. Questo legame con il corpo spiega anche perché Paolo non pensa la salvezza indipendentemente dalla creazione, ma insieme alla creazione tutta, di cui l'uomo fa parte.

L'ardente aspettativa, il gemere e il soffrire, l'immagine del parto: tutto queste sono espressioni forti con cui Paolo descrive lo stato d'attesa. Il cristiano vive nella tensione tra il già e il non ancora, ha già conosciuto la nuova realtà di Dio, ma aspetta ancora il suo compimento. Più vicino il cristiano sente Dio, più cresce la tensione tra il già e il non ancora, fino a diventare insopportabile. Ecco perché la soluzione di questo contrasto, cioè il compimento del regno di Dio, non è esprimibile adeguatamente se non con la vicinanza immediata di questo regno. Per Paolo siamo quindi poco prima della fine dell'attesa, come una donna che sta per partorire. Nella storia del cristianesimo molti altri hanno visto vicino il regno di Dio. Sarebbe troppo facile dire che hanno sbagliato, perché era l'unica espressione adeguata di ciò che sentivano, solo che utilizzavano un linguaggio mitologico riferito a una visione del mondo che possiamo chiamare prescientifica.

24 Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25 Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.
In questi versi Paolo descrive l'esistenza cristiana: essendo salvato nella fede e avendo le primizie dello Spirito, il cristiano vive nella speranza del giorno in cui la redenzione sarà compiuta. Il compito del cristiano è di perseverare, di rimanere nella speranza. Per il resto bisogna lasciar operare Dio. La vita del cristiano è quindi passiva, anche li dove esteriormente sembra molto attiva, in quanto anche le nostre attività non derivano da noi stessi, ma da fede, speranza e amore che lo Spirito Santo opera in noi.

Ciò che Paolo dice sul vedere e sperare sembra ovvio. In questo caso “vedere Dio” intende la visione beata che potremo avere solo dopo la risurrezione. Come dice Paolo in 1 Cor. 13,12: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.”

La nuova realtà di Dio, la redenzione personale e quella di tutta la creazione non si vedono, in quanto continuiamo a vivere in un mondo sottoposto alla caducità in cui Dio si rivela solo sub specie contraria. Però a noi è dato l'Evangelo di Gesù Cristo e da esso scaturisce la speranza in ciò che non si vede.


Prima di chiudere questa riflessione vorrei dedicare ancora un po' di spazio a una questione che mi sembra fondamentale e cioè: la speranza di cui parla Paolo è fondata?
A prima vista sembra di no perché, visto che il mondo circostante non sembra un mondo redento, la verità della promessa non si lascia dedurre con la razionalità e non si lascia dedurre dall'esperienza con il mondo.
La speranza è una questione di fede. Se la fede fosse solo una scelta soggettiva, la speranza non sarebbe fondata. Purtroppo spesso la fede cristiana viene descritta erroneamente come una scelta. Questo fraintendimento diffuso proviene probabilmente dal fatto che la parola credere viene usata anche nel senso di avere un’opinione. Se p.es. dico: credo che domani ci sarà un giorno di sole, non è qualcosa che posso sapere, ma che faccio sulla base di alcuni indicatori. Se però poi, alla sera il cielo si oscura e le previsioni del tempo annunciano pioggia, probabilmente cambio la mia opinione. Qui la parola “credere” si riferisce a cose contingenti2 che non si possono sapere, ma solo prevedere con una certa probabilità.
La fede cristiana invece non si riferisce a fatti contingenti, ma alla parola di Dio. Riconoscere come vera la promessa di Dio non è una scelta soggettiva, così come in generale il riconoscimento di verità non è una scelta.
Per esplicarlo con un esempio: se uno mi dice: “Due più due è uguale a quattro”, non è una mia scelta riconoscere o meno questa frase come vera, ma conoscendo l'italiano e sapendo cosa siano i numeri, devo per forza riconoscere la verità della frase.
Ugualmente anche l'attribuire fiducia non è una mia scelta. Se una persona mi sembra degna di fiducia o meno, non è una mia scelta, ma è la persona che mi induce questo sentimento o meno.
Nello stesso modo non è una mia scelta se riconosco come vera e degna di fiducia la promessa di Dio, ma è la promessa che mi si mostra come tale. La fede quindi non è solo soggettiva, ma si riferisce ad una realtà oggettiva. La fede è di carattere correlativo e non può essere descritta come una cosa a se stante, ma solo in riferimento ad un oggetto. Si potrebbe descriverla come un essere aperto per la parola di Dio. O con un’ immagine si potrebbe dire che chi ha fede ha gli occhi dell'anima aperti e vede la realtà di Dio, mentre chi non crede semplicemente tiene gli occhi chiusi e quindi non vede niente.
Prendiamo un altro esempio: se guardo un quadro, p.es. uno di Lucas Cranach, vedo tante persone e figure, colori, vedo l'armonia e la bellezza. Però se puoi qualcuno del mestiere mi spiega il quadro, cambia la mia percezione. Magari vedo qualche dettaglio, che in qualche modo avevo visto anche prima, ma non ne avevo fatto caso. Vedo che i colori hanno un significato, vedo che le persone e figure sono disposte in modo sensato e vedo che il quadro contiene un messaggio. Quindi si potrebbe dire che la spiegazione mi abbia aperto gli occhi alla realtà del quadro. Alla fine la mia comprensione del quadro non è più una scelta soggettiva, ma mi è stata indotta dalla realtà esteriore del quadro e della sua spiegazione. Quindi la mia comprensione è soggettiva soltanto nel senso che è la mia, ma non è soggettiva nel senso che è una mia scelta personale, ma la mia comprensione si riferisce a una realtà oggettiva ed è quindi ben fondata.
Ritorniamo alla fede. Anch'essa è soggettiva soltanto nel senso che è la mia, ma è oggettiva nel senso che si riferisce ad una realtà esteriore che mi si rivela nella parola.

Il nostro testo biblico parla della speranza fondata sulla propria salvezza e la redenzione di tutta la creazione. Che noi saremo salvati per sola grazia è una promessa che si autoevidenzia quando essa ci apre lo sguardo alla realtà di Dio, perché Dio è misericordioso ed è amore. Inoltre è una realtà più forte della nostra solita realtà quotidiana. Nello stesso tempo la relazione con Dio ci libera dal nostro autocentrismo e ci apre lo sguardo alla realtà tutta.
La descrizione del mondo come creazione, che nella sua complessità soffre e aspetta la redenzione, è una descrizione che include la realtà di Dio. E' quindi scritta da una prospettiva di fede ed è capace di aprirci lo sguardo alla realtà di Dio, potendo essa stessa diventare per noi parola di Dio.
Al di fuori della fede non si vedrebbe il mondo come creazione e poi non si direbbe che tutto il mondo soffre e aspetta la redenzione. Si direbbe piuttosto che nel mondo c'è una parte di persone che sta male, mentre altri stanno bene. Il tendere verso il compimento sarebbe del tutto tralasciato. Una tale descrizione tecnica e solo apparentemente neutrale del mondo non ci potrebbe aprire lo sguardo alla realtà di Dio, anzi lo chiude, dirigendo la nostra attenzione verso una visione superficiale delle cose.
Diversa è la percezione del cristiano. Avendo conosciuto la pienezza di Dio e la beatitudine della sua contemplazione, al cristiano si rivela anche tutta l'imperfezione e la provvisorietà dell'esistenza in questo mondo. Il cristiano vive nella tensione del già e del non ancora e anche nei momenti più belli intravede il dolore del fatto che questi momenti non durano, ma che tutta la creazione è sottoposta alla vanità. Viceversa nei momenti più brutti riconosce la realtà superiore di Dio e non dubita che un giorno Dio sarà tutto in tutto e che quindi tutta la creazione sarà redenta. Questo è autoevidente a partire dalla realtà di Dio.
Invece non sappiamo niente sulle modalità, in quanto le descrizioni bibliche sono certamente contingenti. Oggi non crediamo più che da un momento all'altro Gesù poterebbe tornare su di una nuvola. Sono immagini che appartengono a una visione del mondo antico. Quindi dobbiamo anche fare un lavoro di demitizzazione ovvero di traduzione, rendendo accessibile il messaggio all'uomo d'oggi. Però questo da solo non basta per rendere il testo accettabile. Bisogna che mediante il messaggio lo Spirito Santo ci apra lo sguardo sulla realtà di Dio.

In questo discorso ho utilizzato l'espressione “la Bibbia diventa parola di Dio”, ma sia chiaro che diventa per me soggettivamente parola di Dio, mentre oggettivamente la Bibbia è parola di Dio in quanto annuncia la realtà di Dio indipendentemente dal fatto che io personalmente riconosca o meno questa realtà.
Quindi la speranza del cristiano è ben fondata, anche se la realtà di Dio non si lascia mostrare con la ragione o con la scienza, ma si rivela soltanto alla fede. L'autoevidenza della promessa divina mi dà una certezza che vale anche quando l'apparenza della mia esperienza soggettiva sembra indicare il contrario. Anzi, proprio nelle esperienze contrarie, cioè nella sofferenza, Dio e il suo regno mi sono particolarmente vicini. (DK)

1Il lupo abiterà con l'agnello,
e il leopardo si sdraierà accanto al capretto;
il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme,
e un bambino li condurrà.
7 La vacca pascolerà con l'orsa,
i loro piccoli si sdraieranno assieme,
e il leone mangerà il foraggio come il bue.
8 Il lattante giocherà sul nido della vipera,
e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente.
9 Non si farà né male né danno
su tutto il mio monte santo,
poiché la conoscenza del SIGNORE riempirà la terra,
come le acque coprono il fondo del mare

2Contingente in filosofia indica ciò che non è necessario e quindi si contrappone a ciò che è essenziale. Il termine si riferisce alle caratteristiche mutevoli e sensibili delle cose.
 
 
 
     
     
 
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