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www.bollutnet.org 
Giugno 2012

 
Indice:

01. Editoriale

02. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte II

03. Prof. Walter Lorenz: L’identità come processo di crescita comunitario

04. FCEI: Dossier del Servizio rifugiati e migranti

05. ASLI: Convegno teologico: Lutero e la mistica

06. Viaggio CELI in Slovenia e Ungheria

 
01. Editoriale
 
Gentili Bolluttori,
lo scorso fine settimana ha avuto luogo, a Roma, il seminario teologico di cui stiamo ancora elaborando le ricche impressioni teologiche e spirituali. Intanto il Decanato ha messo a disposizione la traduzione di una relazione sull'immigrazione, discussa al recente Sinodo. Recentemente ho saputo che i Pastori Vogt di Verona tornano in Germania. Ringrazio in particolare la Pastora Vogt per i numerosi articoli che durante il suo servizio in Italia ha messo a disposizione di Bollutnet. All'orizzonte si affacciano già nuovi appuntamenti importanti come la visita alle nostre chiese gemellate della Slovenia e dell'Ungheria o il convegno teologico in settembre a Milano, ma intanto:
Buona lettura!
Vostro Dieter Kampen (DK)
 
 
02. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte II
 
Cari Bolluttori, continua il nostro studio del Lutero meno conosciuto. In questo mese vedremo il giovane monaco agostiniano nel suo rapporto con la Sacra Scrittura che per lui diventerà ragione di vita.
Buono studio!
Nicola Tedoldi.

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La Parola è la mia sposa”.
E’ il 1512 quando Lutero ritorna a Wittemberg dopo un lungo soggiorno a Roma; vi torna per prepararsi ad assumere la cattedra di Sacra Scrittura, che per tanti anni era stata del Dr. Staupitz. Lutero è un innamorato della Scrittura: ne ricevette una copia rilegata in pelle rossa dai monaci agostiniani al suo ingresso in monastero. Lui stesso, in alcuni suoi scritti, ammette di aver così tanto “frequentato” quelle pagine da conoscerne il contenuto così bene da riconoscere a memoria qualsiasi versetto gli venisse presentato.
Lutero raggiunse una maturità biblica così alta e un così profondo amore per la Scrittura, da arrivare a definirla come la “sua sposa”.
Per Lutero non si può essere cristiani se non si accoglie la Parola di Cristo. Pur conoscendo a fondo le pagine della Bibbia, Lutero si riteneva sempre un alunno, sempre ansioso d’imparare, sempre bisognoso di capire. Ogni giorno è un punto di partenza per addentrarsi ancora nel mistero, cercarlo, viverlo, senza mai accontentarsi, con l’incapacità di dire “basta”, al punto di diventarne “sottomesso”. Quando nel 1512 verrà promosso dottore in teologia, inizia per lui una fase che definirei “a corde ad corda” (dal cuore ai cuori) dove Lutero riversa il suo amore per la Scrittura nel cuore dei suoi studenti che in breve tempo riempiranno le aule dell’università di Wittemberg.
 
 
03Prof. Walter Lorenz: L’identità come processo di crescita comunitario

 
Sinodo CELI 28.4.2012
Relazione Walter Lorenz

Titolo:
L’identità come processo di crescita comunitario – contro la paura della contaminazione nell’epoca delle migrazioni

Riassunto:
La relazione si occupa dei parallelismi fra i processi di ricerca dell’identità personale e sociale. Considerata l’attuale mobilità globale si ricerca una via fra l’indifferenza nei confronti delle differenze e della molteplicità e il distinguersi da tutto ciò che “non è proprio”. Le osservazioni sulla creazione di un aspetto soggettivo dell‘io sicuro e non difensivo danno adito a principi adeguati della formazione dell’identità collettiva e nazionale alla luce di un nuovo confrontarsi con la molteplicità linguistica e culturale. L’idea di un incontro “nel terzo spazio”, che diventa necessario in ogni traduzione, offre degli stimoli per affrontare in maniera costruttiva gli incontri e gli scontri culturali.
 
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La globalizzazione sembra aver portato ad un risultato paradossale: i contatti reali ed elettronici, enormemente accelerati, con persone e fonti d’informazione in tutto il mondo da un lato fanno sì che i confini si dissolvano e diventino irrilevanti, non solo i confini di stato e le barriere culturali, ma anche gli stili di vita, le occupazioni nel tempo libero, l’abbigliamento fino ad arrivare ai confini biologici dell’identità sessuale o delle barriere anagrafiche che si relativizzano e diventano fluidi. Il sociologo Bauman parla a questo proposito di una “modernità liquida” in cui tutto confluisce ed infatti in alcuni centri commerciali o alberghi internazionali non si sa veramente in quale paese ci si trovi e cosa vi si potrebbe ancora acquistare o vedere di tipico.

D’altro canto proprio grazie a questo fatto si può osservare una nuova ondata di differenziazioni: le persone trovano accesso ad occupazioni, stili di abbigliamento, orientamenti musicali ecc. proprio grazie a queste possibilità illimitate di scelta, che li differenziano consapevolmente “dalla massa” e creano delle comunità vere e proprie.
Ci si veste in base ad una moda che non ha più nessun riferimento locale come per esempio i vecchi abiti tradizionali, ma che tuttavia esprime un’appartenenza ad una specie di tribù e che ci rende riconoscibili come appartenenti ad un gruppo molto particolare. Su ciò si basa anche già la forma di organizzazione dei grandi magazzini in cui non esistono più le sezioni per i cappotti, le scarpe o le borse, ma che sono organizzati in piccoli raggruppamenti di capi di abbigliamento ed accessori di determinati “marchi” o griffe. Spesso si indossano anche i loro vistosi nomi su occhiali, borse o t-shirts…

A questo paradosso o quantomeno a questo duplice movimento in direzione dell’uniformità se non addirittura del livellamento da un lato e della differenziazione delle diversità ovvero del ricorso al particolare, corrisponde anche la trasformazione sociale che si manifesta nella società attraverso la migrazione e le nuove sovrapposizioni culturali. Da questa prospettiva, tuttavia, si può anche riconoscere che non sono i flussi migratori come tali che portano ai cambiamenti o alle insicurezze rispetto alle questioni d’identità; piuttosto questi sono da inserire in un contesto di scambi acceleranti a livello virtuale e reale. La migrazione per lavoro che porta persone dai più svariati paesi nelle nostre società occidentali, è solo una minima parte di una migrazione a livello globale, composta anche da turisti ad esempio, soprattutto da chi vuole avere il diritto di visitare tutte le parti belle da vedere al mondo e partecipare alla mobilità mondiale, cosa che normalmente viene rinfacciata ai lavoratori migranti.

A questa liquidità dei confini culturali è collegato anche un altro sforzo, caratteristico dell’epoca attuale, ovvero la ricerca dell’autorealizzazione: la vita individuale non scorre più su dei binari predefiniti, ma diventa un progetto creativo con cui si esprime la propria individualità. Lo sviluppo della modernità ha fatto sì che il principio costitutivo della libertà venisse interpretato come possibilità di scelta, quindi con l’impegno di non accettare semplicemente delle strutture della società, ma di sottoporle ad una scelta personale legittimandole in questo modo. La sua espressione pubblica più forte si è vista nell’ambito politico e nella legittimazione democratica dell’autorità politica e della violenza, ma anche nella vita privata nelle società occidentali moderne domina l’idea che il matrimonio debba essere il prodotto di una scelta libera per essere legittimo.

Ma tale progetto non si è fermato ai rapporti e alle strutture sociali. I confini della plasticità delle proprie sensibilità vengono spostati sempre di più, come si vede non solo nel caso di tutti gli interventi di bellezza che possono influenzare e modificare le caratteristiche dell’identità, ma anche rispetto a delle identità biologicamente preesistenti come l’appartenenza sessuale. La biologia non può più essere il destino, la plasticità diventa un’esigenza ed un obiettivo.

Alla luce delle possibilità di scelta ovvero della necessità di dover scegliere in continuazione, l’uomo moderno soffre di un carico estremo e di insicurezze nello svolgimento dei compiti legati alla creazione dell’identità. Soprattutto si constata che le esigenze apparentemente contrarie di continuità e di affidabilità rispetto a delle offerte di identificazione da un lato e la libertà e l’autonomia nella gestione autentica della vita si presentano in modo sempre più polarizzato e che si diffonde una duplice insicurezza a livello personale e politico.

A livello personale e psicologico i processi sono stati studiati abbastanza bene. Per lo sviluppo di una persona adulta autonoma, ma al contempo con capacità relazionali è indispensabile che tale sviluppo si basi innanzitutto su dei legami stabili ed affidabili. Soprattutto la continuità di un rapporto precoce con i genitori o con le persone che hanno cura del soggetto è il presupposto di un’interiorizzazione di questo rapporto ovvero della capacità di riuscire a sopportare la discontinuità (p. es. nel caso dell’assenza della persona di riferimento). A questi legami (attachments) sono legati direttamente anche dei processi di identificazione con ruoli come p. es. l’appartenenza sessuale, linguistica, il ruolo dell’essere bambino ecc.. Soprattutto nell’adolescenza tali processi svolgono un ruolo intenso avendo psicologicamente lo scopo di trasformare la guida esterna in una guida interna mantenendo allo stesso tempo la capacità di creare delle comunità. Il processo ha due tratti principali, da un lato non è privo di conflitti e presenta o deve presentare comunque elementi di crisi e dall’altro si svolge nel confronto dell’altro, quindi nella distinzione guidata dalle dinamiche di gruppo in un “in-group” ed un “out-group”. Il proprio gruppo è sempre caratterizzato dal fatto che i membri vi investono a livello emotivo. Il mio gruppo deve essere il migliore, il più attraente e superiore perché vi si riflette una parte di me. La messa in discussione è quindi sempre anche un pochino la messa in discussione del proprio io che ha investito in questa forma d’identità, anche se ciò a volte è molto lontano dall’attribuzione dell’identità. In linea di principio, però, descrive la linea dello sviluppo della personalità come un legarsi e prendere le distanze dall’altro – un processo che è caratterizzante per tutte le forme di legame nella nostra società.

Perciò bisogna soprattutto chiedersi se l’unità organizzativa più importante della società (accanto alla famiglia), ovvero lo stato nazione, corrisponde anche sempre a queste esigenze psicologiche creando un legame. Si può tuttora constatare che nonostante la globalizzazione e la creazione di unità organizzative più grandi come l’Unione Europea, lo stato nazione è rimasto una forma organizzativa determinante per l’identità. I cittadini si identificano con la nazione e danno una specie di precedenza o preferenza emotiva agli appartenenti alla loro nazione.

Nella storia europea ciò non è scontato. La maggior parte degli stati europei è nata nel corso del 19. secolo, di solito come unione di entità più piccole, regni, principati ecc.. Un caso tipico è rappresentato dall’Italia con l’unione dei regni precedentemente indipendenti, avvenuta nel contesto del Risorgimento dopo la campagna di Garibaldi del 1861. Ma l’unione politica non bastava. Gli stati nazione dovevano portare avanti in maniera consapevole l’unificazione a “carattere nazionale” ed una cultura unitaria, secondo il motto del politico italiano ed artista Massimo d’Azeglio “abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Così anche l’unità tedesca portata avanti da Bismarck doveva ancora essere consolidata dopo il 1871. La sua strategia si basava sul consolidamento esterno dell’unità tedesca rispetto ad un nemico esterno, ovvero la Francia e sul consolidamento interno grazie a delle misure di carattere sociale.

Gli stati nazione europei avevano in generale due possibilità per impegnare la popolazione, ovvero i cittadini, nei confronti di un obiettivo nazionale comune. Nella tradizione liberale predominante inizialmente in Francia l’unione era sempre un contratto sociale che lasciava al citoyen delle libertà in ambito privato, per gestire la propria appartenenza culturale e non imponendo ad esempio l’appartenenza religiosa. Della nazione secondo questa prospettiva fanno quindi parte coloro che si rendono disponibili ad accettare i diritti e i diritti sulla base di un contratto. Pertanto tutti coloro che erano nati sul territorio nazionale diventavano potenzialmente cittadini (“ius solis”). Per la tradizione conservatrice questo elemento di appartenenza contrattuale era troppo debole e quindi sviluppava il criterio dell’”origine”, in concreto quindi lo “ius sanguinis” che in Germania fino a al 2000 determinava l’appartenenza nazionale. Della nazione fanno parte quindi solo delle persone identificate geneticamente, cosa che naturalmente lasciava ampio spazio alle teorie razziste dell’appartenenza. A prescindere da queste impostazioni fondamentalmente diverse riguardo la cittadinanza quasi tutti gli stati nazione svilupparono programmi di integrazione culturale il cui elemento centrale era lo strumento dell’obbligo scolastico generale. Questo non solo trasmetteva contenuti essenziali ma anche un impegno nei confronti di valori culturali comuni. Ma proprio a livello culturale lo stato nazione offriva in tal modo un programma di omogeneizzazione per eccellenza che aveva come effetto soprattutto l’eliminazione della diversità linguistica in Europa. Con poche eccezioni la nazione doveva prendersi cura anche della lingua nazionale e le lingue minoritarie vennero sistematicamente oppresse per molto tempo. L’Europa è pertanto il continente con la diversità linguistica minore al mondo e laddove continua a persistere la diversità linguistica all’interno dei confini di uno stato nazione, questo viene considerato spesso come problematico, nonostante le metropoli degli stati nazione all’epoca della loro fondazione fossero spesso molto più multilingue rispetto ad oggi.

Attualmente la globalizzazione con i fenomeni della migrazione ad essa legati e con un accesso più facile a punti di riferimento culturali di tutto il mondo accentua la tensione già predisposta nel progetto dello stato nazione. Lo stato nazione non solo non preparava a questa situazione, ma eliminava sistematicamente le competenze sociali necessarie per affrontare la molteplicità linguistica, cosa che si è riflettuta negativamente sulla situazione odierna. Questo influenza in modo sconcertante addirittura i processi di ricerca dell’identità personale. L’esigenza di un inserimento collettivo in una “patria” culturale, che senza dubbio esiste, entra in conflitto con l’esigenza altrettanto forte dell’autonomia e dell’individualità, quest’ultima incrementata ancora di più negli ultimi decenni dalla politica neoliberale mentre la prima è stata strumentalizzata attraverso le ideologie dei partiti di destra che si sono rafforzati.

Cosa bisogna fare? L’indifferenza nei confronti dell’esigenza di appartenere ad una collettività come a volte viene propagata da intellettuali che si autodefiniscono cittadini illuminati del mondo non è una soluzione che corrisponda alle esigenze psicologiche di base degli uomini, e nemmeno il ricorso a delle identità culturali e nazionali date apparentemente per scontate e propagate dai movimenti neonazisti non è una soluzione che corrisponda ai compiti delle società moderne ed entrambe le posizioni sembrano alimentarsi a vicenda portando ad una escalation.

Questo dilemma non si riferisce solo alla questione dell’identità delle minoranze etniche o linguistiche, ma si pone in tutte le situazioni quotidiane in cui la questione dell’identità personale si deve giustificare ricorrendo a criteri universali che tuttavia non si trovano. Posso lasciare a mio figlio o a mia figlia la scelta di come vestirsi e in quale “stile” “riconoscersi” grazie p. es. ai tatuaggi o ai piercing, agli interventi di chirurgia estetica che sembra che ormai si regalino già per il compleanno, o lasciando che si ritirino in un mondo di contatti virtuali attraverso internet? La questione dell’orientamento sessuale è solo una questione dell’orientamento individuale senza che serva una comunità che lasci spazio a questo orientamento? Riguardo al Sinodo odierno la domanda che si pone concretamente è: l’appartenenza ad una comunità religiosa è semplicemente un interesse privato, personale come lo è la mia preferenza per un determinato tipo di musica o è inevitabilmente anche parte della mia identità e se è così, tale appartenenza mi separa in fin dei conti da persone con altre identità religiose che posso naturalmente incontrare ma che in fin dei conti mi rimangono sempre estranee?

Alla questione dell’identità non si può rispondere da una prospettiva individuale, perché è in fin dei conti sempre una questione d’intesa, di comunicazione, nel senso della possibilità reale di un incontro comunicativo, che deve sempre essere qualcosa di diverso rispetto a due navi che si passano momentaneamente vicino come succede attualmente. La questione dell’identità è direttamente legata alla questione della possibilità e della creazione di una comunità con propri simboli ed opinioni e valori condivisi.

A questo punto sembra opportuno analizzare più da vicino il termine cultura e identità culturale. L’essenza della cultura si può dedurre proprio dall’esperienza dell’omogeneizzazione delle differenze culturali nazionali e della repressione delle identità culturali ad esse collegate, che ha assunto una forma ancora più accentuata nel programma di colonizzazione globale che ha portato i progetti di stato nazione praticamente ad una diffusione mondiale. Perché la colonizzazione, l’armonizzazione e la repressione fanno evidentemente leva sulla finzione di un dominio culturale e quindi della purezza fino alla continua evocazione del rischio della contaminazione, in realtà però tutti questi processi di trasformazione indotti hanno generato un intenso scambio che ha prodotto il contrario della “purificazione” e ha condotto ad un’ibridizzazione continua. Il linguista e filosofo Homi Bhabha, nato in India subito dopo la decolonizzazione, riprende questa osservazione e la trasforma in uno dei principi prioritari dell’incontro culturale1. Utilizza appositamente il termine dell’ibridità, ripreso dalla biologia, che venne poi utilizzato in maniera dispregiativa nel contesto sociale per indicare l’inferiorità delle culture ibride, per potergli contrapporre un significato contrario positivo. Le sue esperienze di vita in diverse culture gli hanno dato lo spunto a riflettere sul rapporto fra ciò che è proprio e ciò che è estraneo. Perché proprio in questo tipo di incontro risulta chiaro che l’insistere sulla “purezza” e sull’“originalità“ dell’una o dell’altra identità culturale può risultare efficace solo attraverso l’impiego del potere e probabilmente della violenza. Rispetto a questo il ricorso spesso propagato all’”autenticità” richiede l‘ammissione di un’ibridità presente da sempre, le complesse conseguenze di incontri e scambi continui, per lo meno nel senso che significa l’autenticità stessa cioè rendendo riconoscibile la complessa struttura di tutte le identità sottolineando inoltre la necessità di poter formare l’identità solo nell’incontro con l‘“altro”.

Questo spazio, in cui può svolgersi la “differenziazione” (“differing”), viene definito da Bhabha “terzo spazio” (“third space”), quindi lo spazio in cui avviene la classificazione dell’identico e del non identico. Il terzo spazio rappresenta quindi anche linguisticamente la possibilità della traduzione. Qui, in questo spazio fra i territori linguistici, non ci può essere pertanto un’univocità, ma deve essere creato uno spazio per la messa in questione, la comunicazione in senso reale e quindi anche per scontri politici per il potere e la liberazione. Ogni univocità postulata a priori rimanda a mere rivendicazioni di potere, all’affermazione che un determinato tipo di lettura dei valori culturali possegga già un’autorità prima di essere sottoposta alla discussione reale sul suo significato attuale. La liberazione e il consenso negoziato liberamente non possono avvenire né sul territorio di una né dell’altra parte, ma unicamente in questo spazio intermedio creato solo attraverso processi comunicativi.

Questo “terzo spazio” quindi non si raggiunge ritirandosi nel proprio, in gesti di delimitazione inconciliabile, né attraverso il gesto della tolleranza, che concede all’”altro” uno spazio, ma che attraverso questa concessione dimostra la propria superiorità e pertanto l’incapacità di mettere in discussione la propria posizione. A differenza di questo modo di procedere con tolleranza nei confronti della diversità attraverso la prospettiva della differenza secondo Bhabha ciò che differenzia non può essere assorbito e quindi minimizzato e guidato in uno spazio universalistico. Come nel processo di traduzione, in cui non può essere mai raggiunta la congruenza esatta con l’originale, la consapevolezza dell’acutezza e dell’attualità della differenza è al contempo la chiave per l’effettiva comprensione dell’altro e quindi di se stesso. Questo si osserva di continuo in tutti i processi di traduzione e quindi di comunicazione, anche all’interno della stessa cultura e dello stesso gruppo linguistico, e acquisisce nella quotidianità una funzione dinamica di collegamento e quindi vincolante: ci si capisce “avvicinandosi“ e nell’avvicinarsi da entrambe le parti, non ci si cambia necessariamente attraverso compromessi ma forse proprio attraverso una migliore comprensione dell’essenzialità delle differenze nello scambio avvenuto nel terzo spazio. Si ritrova se stessi come una creatura storica inserita all’interno delle tradizioni ma non in loro balia, proprio nell’interessarsi in maniera seria all’altro.

L’appartenenza ad una comunità solidale compresa come unità politica o cultural-religiosa è in questo senso sempre un fenomeno ibrido, che da una parte deve essere garantito incondizionatamente, ad esempio in senso politico fin dalla nascita attraverso l’accesso ai diritti fondamentali e la garanzia della tutela dei diritti umani e senza tener conto delle capacità fisiche o psichiche dell’individuo, a cui viene concessa questa appartenenza, come espressione per antonomasia della dignità dell’uomo indipendentemente dalle prestazioni prodotte. Nel contesto cristiano questo viene espresso anche dal battesimo, questa accettazione incondizionata in una comunità come espressione di un’incondizionalità molto più ampia. D’altro canto è proprio questa incondizionalità che mira alla nascita di caratteristiche comuni di comportamento, ad un consenso morale che documenti sostanzialmente la coesione e la concretizzi, che esprima soprattutto l’energia emotiva che accompagna i processi di gruppo dell’identificazione. L’ibridità di un’identità di gruppo così concepita serve al contempo anche a ricordare continuamente che va messa sempre in discussione e che distinguerci dall’altro e trovare ciò che è proprio può riuscirci solo se andiamo verso l’altro.

In questo si riconosce la necessità di una polarità fra la continuità e la discontinuità, che è alla base di tutti i processi storici e allo stesso tempo rimanda ad un fenomeno di psicologia dello sviluppo. Le identità personali e collettive nella loro formazione devono poter accertarsi della loro “genealogia” per non scivolare nell’arbitrarietà. I bambini, soprattutto durante l’adolescenza, cercano le loro “radici”, si occupano intensamente della loro origine, cosa che si manifesta in particolar modo nel caso di bambini adottati o appartenenti a minoranze etniche.2 Proprio quando si riesce ad essere emotivamente sicuri della propria identità e della continuità nelle esperienze di gruppo si può avere un rapporto differenziato con questa identità con un’apertura nei confronti di altre possibilità di identità, senza che si debba giungere ad un esclusivo “aut aut”.

Ma non appena questa continuità storica viene ridotta alla riproduzione esatta di ciò che è uguale, non potendo distaccarsi dalla verità e dalla forma di vita degli antenati, nascono i veri conflitti, perché cosi facendo viene limitata e minacciata anche la paternità dell’individuo, la sua esclusiva capacità vitale generativa. La paura di essere percepiti che è legata alla propria identità e all’ibridità ad essa connessa diventa travolgente sotto i dettami della totale “univocità” e deve essere proiettata verso l’esterno sullo straniero come immagine nemica. Proprio questo può accadere sia per le maggioranze che per le minoranze etniche con il risultato che tali gruppi si definiscono solo attraverso il rifiuto e il riferimento ad una storia spesso rivestita di un alone eroico e ridotta a poche caratteristiche e possono assumere una posizione politica attraverso questo atteggiamento. Soltanto superando una polarizzazione fra la continuità e la discontinuità può realizzarsi e svilupparsi la storia sia nell’ambito personale che in quello sociale.

I parenti delle vittime del massacro sull’isola norvegese di Utøya in questi giorni devono sentirsi le descrizioni dell‘omicida Anders Breivik, che testimonia la sua incapacità a entrare in questo terzo spazio, a confrontarsi con l’altro in modo diverso che con la violenza, un’incapacità che gli costa molti sforzi e preparazione e che dimostra pertanto che non è malato dal punto di vista psichiatrico. Durante l’udienza ad Oslo fa mettere a verbale: “Se si vuol essere capaci di uccidere bisogna allenarsi a cancellare i propri sentimenti. In un certo senso questo è contrario alla natura umana. Ma se si vuole compiere un’azione così cruenta, bisogna prepararsi con estrema accuratezza. Bisogna seguire una strategia di disumanizzazione. Se non si disumanizza il nemico non lo si può uccidere quando lo si ha di fronte.“ Quando l’avvocato Mette Larsen in quanto rappresentante dei parenti delle vittime gli chiede “Lei sa chi sono le persone sedute in quest’aula?” Breivik risponde in maniera coerente: “Non pretendo di poter capire il dolore che ho causato.” All’esortazione a provarci risponde: “Se lo facessi crollerei.” L‘avvocato replica: “Sarebbe un problema se lei crollasse?“ E lui: “Capisco il suo punto di vista. Ma ho altri interessi. Ora le dico come funziona il mondo: un uomo non mostra nessun sentimento. Questo è il mio ideale, anche se questo in Europa forse è diventato normale.” Tali sforzi deve compiere anche un omicida per aggrapparsi agli ideali delle caratteristiche più profonde della sua identità.

Il fatto che le trasformazioni sociali siano necessarie e che queste comportino una rivisitazione e ridefinizione delle identità, in primo luogo non ha niente a che fare con l’aumento delle migrazioni, ma con la crescente consapevolezza (e la sua articolazione) di una pluralità culturale (e psichica) esistente da sempre in ogni società. Quello che è aumentato è la necessità di riflettere su questa diversità, dato che non può essere semplicemente accettata né si può delegare ai potenti la sua regolazione. È aumentata l’impotenza nei confronti di quello che viene richiesto alle identità personali e culturali. Questa necessità di occuparsi di queste questioni fa sorgere delle paure e si scontra con l’incapacità di riflettere e comunicare. Ma questo processo di riflessione appartiene all’eredità esclusiva dell’epoca moderna, senza di cui non ci sarebbero stati né scoperte scientifiche, né l’autodeterminazione politica né il contenimento della violenza nell’ambito pubblico e privato. Lo stato nazione ha promosso questo processo di riflessione e lo ha al contempo regolato, organizzato verso una determinata versione di conformità, che in questo momento tuttavia viene messo in discussione radicalmente, proprio nell’estensione globale del processo di riflessione, attualmente ad esempio nei paesi dell’Africa settentrionale.

In sostanza si tratta di promuovere queste capacità d’incontro e di comunicazione sia a livello personale-psicologico che politico. Per far questo è necessario non eludere le differenze e non trivializzarle, ma invece tematizzarle. Quello che è in gioco non è la perdita della propria cultura ed identità, ma piuttosto l’opportunità di mantenere viva la propria cultura ed in grado di comunicare e vivere in maniera integrata la complessità esistente da sempre delle proprie identità e considerando la creazione della solidarietà.

Proprio sotto questo aspetto la comunità evangelica-luterana in Italia può vedere il suo compito culturale nel partecipare attivamente e criticamente a questo attuale processo di ricerca dell’identità nazionale ed europea naturalmente carico di retroscena storici sulla base della propria storia ed esperienza con continui incontri e “contaminazioni”. Le questioni della molteplicità linguistica che la occupano continuamente, dei partenariati fra confessioni diverse, la ricerca della “patria” non sono fenomeni straordinari di un gruppo marginale ma questioni centrali del nostro tempo per tutte le società e forse nel nostro caso ancora più ineludibili. Nel superare queste sfide la CELI in questo modo non offre solo un contributo ad una gestione efficace della società, ma anche alla gestione consapevole e adeguata ai tempi della propria identità cristiana, che deve essere integrata nella realtà globale delle identità personali e collettive, proprio attraverso il fatto che “si apre” e non teme l’ibridità. Poter vivere una vita libera dalla continua giustificazione è anche in questo senso un dono particolare che la fede evangelico-cristiana è incaricata ad annunciare e realizzare.




Domande per il workshop:

Quando mi sono reso conto nel corso della mia giovinezza che la mia appartenenza religiosa mi separa dagli altri? Come si ripercuotono queste esperienze sul modo di rapportarsi con l’attuale multi-religiosità della nostra società?

Quali somiglianze/differenze c’erano in questo processo di presa di coscienza rispetto ad altri elementi identificativi(lingua, genere, ...)

Che significato ha per me il mio passaporto?

Che cosa associo al termine “missione”?

Quali convinzioni appartengono alla mia identità e su quali posso trattare?
 Homi K. Bhabha, Die Verortung der Kultur. Tübingen 2000.


 Jean S. Phinney, Stages of ethnic identity development in minority group adolescents. In: Journal of Early Adolescence, 9 (1989), S. 34-49.

 
04. FCEI: Dossier del Servizio rifugiati e migranti
 
Giornata del Rifugiato. Pubblicato il Dossier del Servizio rifugiati e migranti della FCEI
Franca Di Lecce, direttore SRM: "Preoccupazione per il nuovo accordo Italia-Libia"

Roma (NEV), 20 giugno 2012 - "In Italia il diritto di asilo è garantito dall'art. 10 della Costituzione che recita: 'Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica'. Tuttavia finora in Italia - unico caso in tutta l'Unione Europea – continua a mancare una legge organica su questa materia che dia attuazione al dettato costituzionale". Lo ricorda nel suo Dossier speciale dedicato alla Giornata mondiale del rifugiato che ricorre oggi, 20 giugno, il Servizio rifugiati e migranti (SRM) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Con riguardo al contesto europeo ed internazionale il Dossier monografico fa il punto sulla situazione italiana, offrendo una serie di dati, riflessioni, articoli, documenti, e comunicati stampa, nonché fornendo in appendice un utile glossario, ma anche una breve bibliografia e filmografia.
E così si apprende che il 2011 ha fatto registrare un triste record: sono ben 800mila le persone che sono state costrette l'anno scorso a fuggire dal proprio paese, il numero più alto dal 2000. È quanto emerge dal rapporto annuale pubblicato ieri dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).
Per quanto riguarda l'Italia, l'SRM nel suo Dossier punta il dito contro "l'evidente insufficienza dell'accoglienza nel nostro paese che richiederebbe un impegno immediato e concreto da parte delle istituzioni, di concerto con la società civile, al fine di mettere in campo un vero sistema di accoglienza unitario e integrato". Un'interlocuzione, quella con le istituzioni e in particolare con il Ministero dell'Interno, che purtroppo è assente e che è "elemento di forte preoccupazione" da parte dell'SRM. Da oltre tre mesi il Tavolo Nazionale Asilo, di cui l'SRM della FCEI fa parte, ha infatti chiesto un incontro alla ministro Annamaria Cancellieri per discutere delle tante criticità alle quali dovrebbe essere data con urgenza una risposta, "ma ad oggi non c'è stato ancora alcun riscontro da parte del ministro".
Viva preoccupazione è stata inoltre espressa da Franca Di Lecce, direttore del SRM, per il nuovo accordo Italia-Libia, siglato a Tripoli lo scorso 3 aprile dai ministri dell'interno italiano e libico, e reso pubblico due giorni fa dal quotidiano "La Stampa": "Preoccupa che sia la stampa a darne notizia: nonostante le ripetute richieste al Governo da parte degli enti di tutela dei diritti umani, quell'accordo, che in realtà è un processo verbale, non è mai stato reso pubblico. Non ci sono nell'accordo garanzie per i richiedenti asilo e la Libia di oggi non può essere considerato un paese in cui i diritti umani dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati vengono rispettati e garantiti. Ancora una volta, come nell'accordo siglato dal precedente Governo, l'Italia si accontenta di un generico riferimento al 'rispetto dei diritti umani' e di 'rassicurazioni diplomatiche' da parte della Libia a cui continua a chiedere cooperazione nella gestione dell'immigrazione irregolare. Questo appare ancora più grave alla luce della recente sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato l'Italia per le operazioni di respingimento verso la Libia e che ha messo a grave rischio la vita di tanti esseri umani in cerca di protezione".
L'SRM pertanto invita "tutti e tutte ad impegnarsi in prima persona per diffondere una cultura dell'accoglienza e per favorire una politica di protezione e di rispetto dei diritti umani per le persone che chiedono asilo nel nostro Paese". (Il Dossier è scaricabile dal sito www.fcei.it).

Fonte: NEV 25/2012
 
 
05. ASLI: Convegno teologico: Lutero e la mistica



ASLI – Accademia di Studi Lutereani in Italia

I. Convegno teologico

28-29 Settembre 2012

Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Sala delle Accademie
Piazza Pio XI, 2 - Milano

Lutero e la mistica

Programma: Bozza

Venerdì 28 Settembre

Ore 17: Saluto: Prof. Franco Buzzi - Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Presidente dell’Accademia Ambrosiana
Presentazione dell'ASLI: dott. Giorgio Ruffa - Presidente dell'ASLI
Introduzione al tema: Pastore Dieter Kampen – Vicepresidente dell'ASLI

Ore 17.30: I. Relazione:
Prof Paolo Ricca – Prof. emerito della Facoltà Valdese
L'interesse di Lutero per la “Theologia deutsch”


Venerdì 29 Settembre

Ore 9.30: II. Relazione:
Prof. Franco Buzzi
"La fede di Abramo" nei commentari (Genesi, Romani e Galalati)

Ore 11.30: III. Relazione:
Prof. Sven Grosse - Staatsunabhängige Theologische Hochschule (STH), Basilea
Lutero come mistico e Bonaventura.


Ore 16: IV. Relazione:
Prof. Michele Cassese – Trieste
La mistica nuziale in Lutero e nel pietista Zinzendorf.

Ore 18: V. Relazione:
Pastore Dieter Kampen - Trieste
Il carattere mistico della fede pura.

Convegno pubblico - ingresso libero.

 
06. Viaggio CELI in Slovenia e Ungheria



Novità: L'autobus riaccompagna i partecipanti da Budapest a Trieste !!!!!!


 

Viaggio di studio e di incontro della CELI nelle chiese gemellate in Slovenia e in Ungheria


 

Mercoledì, 29 agosto

Arrivi individuali a Trieste, entro le ore 14.30

Partenza con autobus verso la Slovenia occidentale

In serata incontro con la comunità luterana nella capitale slovena Lubiana

Pernottamento in albergo a Lubiana


 

Giovedì, 30 agosto

Visita di Lubiana

Prosecuzione per Maribor e incontro con la comunità luterana

Pernottamento in albergo a Moravske Toplice (nella provincia Oltremura nel nordest della Slovenia)


 

Venerdì, 31 agosto

Visita di Moravske Toplice ed eventualmente di una delle terme

Incontro con il vescovo Geza Erniša

Incontro con alcune comunità luterane ed opere diaconali luterane dell’Oltremura

Serata in una taverna


 

Sabato, 1° settembre

Prosecuzione nell’Ungheria sud-occidentale

Incontro nell’istituzione diaconale a Dombovár

Prosecuzione verso il Lago Balaton

Pernottamento nella foresteria della chiesa luterana ungherese a Balatoszárszó sul Balaton


 

Domenica, 2 settembre

Partecipazione al culto nella città storica di Siófok

Visita guidata di Siófok

Incontro con la comunità luterana di Balatonboglár

Serata in una taverna


 

Lunedì, 3 settembre

Partenza per la capitale ungherese Budapest

Visita guidata della città

Incontro con il vescovo Tamás Fabiny

Incontro con la comunità luterana tedesca

Pernottamento in albergo a Budapest


 

Martedì, 4 settembre

Passeggiata per Budapest

Partenze individuali da Budapest in aereo o ritorno con l'autobus a Trieste


 

Finalmente ci siamo – la CELI organizza un viaggio di conoscenza e incontro in due dei tre paesi partner (Slovenia e Ungheria, l’Austria sarebbe il terzo partner).

Nel 2000 il Sinodo aveva firmato un trattato ufficiale di partenariato con la Chiesa Evangelica di Confessione Augustana in Slovenia, nel frattempo già pluririnnovato e aggiornato. Nel 2010, si è aggiunto un trattato analogo con la Chiesa Luterana in Ungheria. Ma questo non significa automaticamente che molti membri delle comunità della CELI abbiano già avuto dei contatti e delle esperienze diretti con il paese, la gente, le curiosità, le comunità e le istituzioni diaconiche, i culti e l’ecumenismo in Slovenia oppure in Ungheria.

Ora si presenta l’occasione di cambiare qualcosa. Chi fosse interessato, dal 28 agosto fino al 4 settembre 2012 potrebbe partire da Trieste in pullman per un viaggio d’esplorazione. Grazie al fattivo sostegno da parte delle nostre Chiese partner e del Decanato CELI, siamo riusciti ad elaborare un percorso interessante per il viaggio. Tra le tappe previste citiamo Ljubljana, la regione Oltremura dall’impronta luterana nella parte nordorientale della Slovenia, il lago Balaton e, naturalmente, Budapest.

Troverete ulteriori informazioni circa prezzi, modalità di trasporto per il viaggio e pernottamenti nel modulo d’iscrizione che sarà allegato al prossimo numero di INSIEME.

Infine: va da sé che il viaggio non è soltanto indirizzato ai membri delle comunità della CELI, ma anche ad amiche ed amici interessati. Si parleranno entrambe le lingue della CELI, italiano e tedesco, quindi tutte le informazioni importanti saranno sempre tradotte per tutti.

Ulrich Eckert, Mailand


 


 

Per maggiori informazioni e per iscriverti, vai sul sito della CELI:


 

http://www.chiesaluterana.it/evento/viaggio-celi-in-slovenia-e-ungheria/


 

 





 
 
     
     
 
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