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Bollut 068

www.bollutnet.org 
Settembre 2012

 
Indice:

01. Editoriale

02. Testimonianza di Francesca Vatta

03. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte III

04. Prof. Franco Buzzi: Speculazione e storia in Lutero

05. ASLI: Convegno teologico: Lutero e la mistica

 
01. Editoriale
 
Gentili Bolluttori,
questa volta il Bollut vi raggiunge già nella prima metà del mese, sia per accorciare la pausa estiva e per non lasciarvi troppo tempo a secco di riflessioni teologiche - immagino che state già soffrendo le pene dell'astinenza – sia per annunciare, per tempo, l'eminente culmine dell'anno 2012, anzi del decennio – o meglio del nuovo millennio, se non della storia in generale... Ormai ci siamo! Il 28/29 settembre ci svolgerà un evento storico per la teologia italiana: il primo convegno teologico dell'ASLI (vedi sotto i dettagli e le ultime modifiche e aggiornamenti). Fino ad allora:
Buona lettura!
Vostro Dieter Kampen (DK)
 
 
02. Testimonianza di Francesca Vatta
Come promesso nel Bollut scorso, riportiamo qui la testimonianza di Francesca Vatta, anch'essa entrata nella nostra Comunità di Trieste il 29 luglio scorso. (DK)
 
Cari fratelli e sorelle,
sono qui oggi perché desidero divenire membro effettivo della vostra comunità, per la quale nutro sentimenti di amore, stima e riconoscenza.
Mi sono avvicinata a questa chiesa la scorsa vigilia di Natale, partecipando a un culto la cui atmosfera mi ha riempito il cuore di una commozione mai provata prima. In cuor mio avevo desiderato tutta la vita di poter partecipare a un culto della Vigilia di Natale che mi regalasse questa emozione, che mi scaldasse il cuore, che mi desse un messaggio così semplice ed elevato allo stesso tempo, e che mi mettesse in comunione sincera con gli altri fratelli riuniti a ricordare l’avvento della Luce del mondo tra di noi. Mi ci ha invitato un’amica austriaca, e ci sono andata con un po’ di curiosità ma soprattutto piena di recondita speranza in qualcosa di significativo che potesse portare a un rivolgimento nel mio modo di essere cristiana, ormai stanco e rassegnato perché stanca e rassegnata era la speranza di poter veder emergere i valori in cui credo nella chiesa a cui ritenevo ancora d’appartenere, la cattolica-romana.
Forse ricorderete che i cattolici hanno vissuto un periodo di illuminata quanto insperata e sentita azione riformatrice negli anni Sessanta, con il concilio Vaticano II: ora però la luce riformatrice di quel concilio appare sempre più fioca, lontana, quasi estinta. La testimoniano ancora alcuni sacerdoti cattolici più anziani, specie che temo ormai in via d’estinzione. Loro hanno vissuto gli anni del Concilio come l’arrivo di un grande vento di libertà in contrapposizione alla rigidezza estrema, condita con un pizzico di magia, cui erano stati educati. Qualche esempio: guai a inghiottire anche una sola goccia d’acqua, anche involontariamente, prima di ricevere l’Eucarestia, guai a pronunciare non abbastanza sottovoce le formule di consacrazione del pane e del vino, che non dovevano essere udite nemmeno dal chierico che si trovava sull’altare a pochi passi di distanza, guai a non riuscire a recitare entro la mezzanotte le orazioni prescritte, non importa come nè in quanto tempo … Mi raccontano purtroppo di aver sofferto molto per l’imposizione di una visione di Dio difficilmente riconducibile a quanto Gesù ci ha raccontato riguardo al Padre. Veniva insegnato loro che “così come Dio molto ama, così molto odia, e quindi la gioia più grande dei beati in paradiso sarà quella di poter veder friggere i dannati all’inferno”. Mi raccontano addirittura che, riguardo alla pratica delle indulgenze, veniva insegnato loro che “non appena il soldino risuona nella cassetta, sale presto al cielo un’anima benedetta …”: sembra quasi di sentir risuonare dopo secoli, tradotte in italiano, le parole di Johann Tetzel di luterana memoria: ”Sobald das Geld im Kasten klingt, die Seele in den Himmel springt!”.
Per la generazione di cattolici che l’ha vissuto negli anni Sessanta, il concilio Vaticano II ha rappresentato un’autentica svolta verso una libertà che per molti cristiani è sempre stata ovvia: il poter avere libero accesso alla Sacra Scrittura, fino ad allora tenuta accuratamente sotto chiave, nel timore di possibili interpretazioni deviate. Ma ciò a cui stiamo assistendo oggi è un progressivo allontanamento con presa di distanza dai principi che hanno animato, ormai cinquant’anni or sono, questo Concilio. Ciò viene lamentato da molti gruppi di cattolici cosiddetti progressisti, e di sacerdoti al limite dello scisma, come è accaduto poco fa nella vicina Austria: si chiede con forza una riforma, nella consapevolezza della sua urgenza e dato l’oggettivo e inarrestabile svuotamento delle comunità e del corpo sacerdotale.
Io fino a pochi anni fa mi ritenevo una cattolica progressista e quindi forse un po’ dissidente. Ho vissuto molto male questa mia condizione, pervasa da un senso di perenne inadeguatezza, solitudine, senso di isolamento ma anche di frustrazione e totale impotenza di fronte a un pensiero che sembra ineluttabilmente condizionare la cultura del mio paese, la sua etica e le sue leggi. Di tale pensiero ho cominciato già molto tempo fa a non condividere in larga misura l’etica per arrivare, dopo un po’ d’approfondimento teologico personale, a non condividerne nemmeno la visione teologica. Ne ho parlato con il vostro Pastore, uomo di grande cultura oltre che di grande sensibilità, umanità e mitezza. Grazie a lui, ho potuto mettermi sulla via tracciata da Lutero, leggendo i suoi testi introduttivi alla teologia e all’etica luterana, estremamente illuminanti, come altrettanto illuminante è stata la “Libertà del cristiano” testo fondamentale di Lutero da lui prestatomi. Nel leggerlo ho felicemente trovato un cristianesimo a lungo cercato, e cioè profondamente cristocentrico, fondato solo su Cristo, la sua parola, la sua grazia e l’assoluta fede in lui, in cui nessuno si attribuisce arbitrariamente e in esclusiva il diritto di interpretare la Scrittura, nessuno pensa di essere vicario di Cristo, nessuno pensa di essere migliore dei suoi fratelli solo perché è stato ordinato sacerdote, nessuno crede che alle donne debba essere precluso il pastorato. Riguardo a quest’ultima questione la chiesa cattolico-romana ha sempre risposto: “il sacerdozio femminile è fuori discussione perché non c’erano donne tra gli apostoli”. Vorrei allora citare la teologa Adriana Zarri, che all’epoca del pontificato di Giovanni Paolo II ribattè scherzosamente: “probabilmente non ci saranno state donne fra gli apostoli, ma con assoluta certezza non c’era alcun polacco …”. “Quanto più correttamente”, dice Lutero nella sua lettera a Leone X, “si esprimono gli apostoli, che si chiamano servi del Cristo presente, e non vicari di un Cristo assente”. Quel che è stato per me realmente illuminante nel mio percorso è stato proprio il trattato sulla libertà del cristiano, che questa lettera accompagna, riguardo alla natura della libertà: “Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno. Un cristiano è un servo zelante in ogni cosa, e sottoposto ad ognuno”. Il cristiano è dunque insieme signore e servo, libertà e servitù sono due dimensioni della sua esistenza. Ho finalmente realizzato il significato della celebre frase paolina “Non c’è né schiavo né libero […] perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù” (Gal. 3, 28). Io l’avevo sempre recepita semplicemente come un auspicato traguardo di eguaglianza tra tutti gli uomini in Gesù Cristo. Lutero invece porta un vento di rinnovamento straordinario che scompagina la tradizionale divisione dell’antichità tra libertà e servitù che si trasformano profondamente contaminandosi a vicenda. Il fondamento di tale trasformazione è l’unione dell’anima con Cristo, che Lutero celebra con immagini che raggiungono le vette della più alta poesia, in un “felice scambio”, in una iucunda permutatio, in cui l’anima consegna a Cristo ciò che è suo (peccati, rimorsi, ansie) e riceve da Cristo tutti i suoi beni (perdono, pace, serenità). L’epilogo della Libertà del cristiano celebra proprio il prodigio stupendo che questo amore opera nell’uomo. L’ala della fede lo rapisce in alto, al di là di sé, in Dio, l’amore lo piega sotto di sé, verso i fratelli.
Concludo con una frase su Lutero di Karl Marx che credo possa esprimere compiutamente quel che sento nel mio cuore desiderando di far parte di questa comunità, sebbene sappiamo tutti che Marx non poteva stimare fino in fondo il potenziale liberatorio del cambiamento che la Riforma ha promosso. “Lutero vinse, in verità, la servitù per devozione, mettendo al suo posto la servitù per convinzione. Egli spezzò la fede nell’autorità, restaurando l’autorità della fede. Trasformò i preti in laici, trasformando i laici in preti. Liberò l’uomo dalla religiosità esteriore, spostando la religiosità nell’uomo interiore. Emancipò il corpo dalla catena, incatenando il cuore”. Anch’io desidero incatenare il mio cuore a questa comunità, e desidero far mie, senza superbia, le parole che Lutero pronunciò di fronte alla Dieta riunita a Worms nel 1521: “La mia coscienza è prigioniera della parola di Dio”.“Qui sto. Non posso altrimenti. Che Dio mi aiuti. Amen”
 
 
03. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte III
 
Cari Bolluttori, il giovane Lutero “incontra” un testo fondamentale per la sua attività di professore e per il suo sviluppo teologico: lo Psalterium Quincuplex. Da questo “incontro” nascono le basi per la stesura dei suoi Dictata super Psalterium.
Buono studio!
Nicola Tedoldi.
 

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E' Lui che ha la chiave di Davide”.
E' il 1509, quando a Parigi, Lefèvre d'Etaples dà alle stampe il suo Psalterium Quincuplex, opera interessante, in quanto riunisce “in parallelo” cinque salteri: gallicum, romanum, hebraicum, vetus, conciliatum.
Per la verità i primi tre salteri facevano già parte di quello che veniva chiamato Psalterium triplex, secondo S. Girolamo, che fece del salterio queste tre revisioni partendo da testi diversi. A Roma nel 384, Girolamo compì una prima revisione, nota come Psalterium romano, adottando gli stessi criteri con cui era stato emendato il testo del Nuovo Testamento contenuto nella Vetus latina. Succesivamente, a Betlemme, verso l'anno 389, utilizzando il testo greco della LXX contenuto nell'Esapla di Origene, fece un'altra revisione, nota come Psalterium gallicum. Infine, lo stesso Girolamo tradusse i salmi direttamente dall'ebraico, da cui nacque appunto lo Psalterium hebraicum: quest'ultima versione ebbe scarsa attenzione, almeno fino all'epoca della Riforma.
Levèvre d'Etaples, umanista francese e teologo, aggiunge alle tre versioni in lingua latina di Girolamo, altre due versioni, quella classica della Vetus latina e un'altra, che chiamò “Conciliatum”, da lui stesso redatta a partire dallo Psalterium Gallicum con uno sguardo alle altri tre versioni. Un testo importante il suo, che ebbe il plauso perfino del cardinal Ximénes de Cisneros, noto per aver patrocinato la bibbia poliglotta nota con il nome di Bibbia Poliglotta Complutense.
Quello che caratterizza questa versione dei Salmi è l'impronta “cristologica” che Lefèvre le diede. Nell'incipit del Salmo 1 leggiamo infatti: “Psalmus de Christo Domino; est enim qui habet clavem David et qui claudit et nemo aperit”, cioè: “Salmo su Cristo Signore: infatti è lui che ha la chiave di Davide e che chiude e nessuno apre”. Lo Psalterium Quinculex è sì alla base dell'ermeneutica del teologo francese, ma sarà di orientamento anche per il pensiero teologico di Lutero stesso.

 
04. Prof. Franco Buzzi: Speculazione e storia in Lutero
 
Il seguente testo è il primo capitolo di un saggio più lungo che riprende le tematiche trattate dal Prof. Buzzi durante i seminari teologici organizzati in collaborazione con l'ASLI. Ringraziamo quindi Prof. Buzzi per la stesura del testo e speriamo di poter presto fare una piccola pubblicazione con i frutti dei seminari. (DK)


Conoscenza naturale di Dio e rivelazione storica del suo nome
in Lutero e nel luteranesimo
di Franco Buzzi

È presente anche nei riformatori del XVI secolo la tesi secondo cui è possibile all’uomo conoscere con la propria ragione naturale che Dio esiste1. Tuttavia questa prospettiva dottrinale non gioca un grande ruolo nella loro teologia. Infatti, secondo loro, questa tesi porta con sé possibili elementi di ambiguità dai quali bisogna liberarsi2. Sono, in sintesi, i limiti di ogni speculazione astratta.
  1. Speculazione e storia in Lutero
Prima però di considerare il lato critico della loro ammissione, occorre prendere atto che la Bibbia stessa non ha dubbi sul fatto che sia possibile affermare l’esistenza di Dio servendosi semplicemente della ragione. Anche Lutero ne è convinto: non si può dubitare di questa conoscenza naturale di Dio, della quale tutti gli uomini da sempre dispongono, anche dopo il peccato di Adamo e nonostante la sua propagazione universale. Commentando Rm 1, 19-233, Lutero riconosce che gli uomini non avrebbero neppure potuto peccare di idolatria, se non avessero attribuito «a ciò che non è Dio» le caratteristiche di Dio. Ne consegue in modo evidente che, per operare quest’attribuzione perversa (“perversa”, perché hanno «soffocato la verità nell’ingiustizia» cfr. Rm 1, 18), è senz’altro necessario conoscere qualcosa di Dio, insomma avere una notizia certa di Dio:
È fuori discussione che a tutti, ma in particolare agli idolatri, sia stata data una chiara conoscenza di Dio, come dice qui, in modo tale che, senza possibilità di scuse, si possa loro provare che essi hanno conosciuto le perfezioni invisibili di Dio: la sua divinità stessa, come pure la sua eternità e la sua potenza. Ciò risulta chiaramente dimostrato da questo: tutti coloro che hanno costruito e adorato idoli, chiamandoli dei o Dio, ed hanno attribuito a Dio l’immortalità, cioè l’eternità al pari della potenza e della capacità di prestare aiuto, tutti costoro hanno dimostrato di avere avuto nel cuore una chiara conoscenza della divinità. Infatti, come potrebbero chiamare Dio o ritenere simile a lui un’effige o un’altra creatura, se non sapessero nulla circa la sua natura e circa ciò che solo a lui compete fare? Come potrebbero attribuire questa caratteristiche a colui cui ritengono che la pietra assomigli, se non credessero che esse convengono veramente a Dio?4
Come si vede la conoscenza naturale di Dio non riguarda semplicemente la sua esistenza, ma comporta anche la nozione di alcune sue caratteristiche metafisiche e morali: onnipotenza, invisibilità, immortalità, giustizia e bontà.
Ora però occorre cominciare a porre in evidenza i limiti e le ambiguità che si accompagnano a tale capacità naturale di cogliere Dio. L’idolatria dimostra che: 1. Gli uomini non si fermano all’affermazione dell’esistenza di Dio e di qualche sua qualifica divina: non lasciano essere e non onorano la divinità nella sua nudità, ma la interpretano secondo i loro desideri e la loro opinione arbitraria5. 2. Inoltre gli uomini tramutano la verità di Dio in menzogna6 e in ciò fanno il gioco di satana che è il padre della menzogna (Gv 8, 44).
La conoscenza puramente naturale di Dio porta dunque con sé anche difficoltà, limiti e ambiguità7. Lutero ha riflettuto a lungo sui vari aspetti di quest’argomento. Nel suo Commento a Giona8 mi sembra che egli sia stato assai esauriente sull’intera questione della capacità e dei limiti della ragione naturale. Infatti, commentando Gio 1, 5 (dove si dice che «i mariani, impauriti, invocarono ciascuno il proprio Dio»), Lutero trova la conferma di quanto Paolo sostiene in Rm 1: la ragione naturale, lume presente in tutti gli esseri umani, sa che Dio è più grande di tutte le cose, sa che egli può aiutare in tutte le necessità e può scampare da tutti i pericoli9. Ma se Dio può aiutare in tutte le necessità, ne consegue anche che da Dio può venire ogni bene, perché chi può salvare dal male può donare anche ogni bene e propiziare la felicità. Il lume naturale della ragione giunge fino a riconoscere che Dio è buono, ricco di grazia, misericordioso e mite; das ist eyn gross liecht, esclama Lutero10.
Ma qui si ferma la ragione e in ciò consiste il primo inconveniente: la ragione umana sa che Dio può aiutare e salvare ecc., ma che egli voglia farlo proprio a vantaggio mio, questo non lo sa affatto, anzi ne dubita, vedendo che talvolta accade esattamente il contrario nel caso di una disgrazia. Qui la ragione non serve più, qui occorre una vera fede che non dubita che Dio voglia aiutare non solo gli altri, ma proprio a me voglia essere propizio; questa fede è una grazia grande e un dono raro dello Spirito Santo11.
L’altro inconveniente, ribadisce Lutero nel medesimo contesto, consiste in questo: la ragione naturale, non sa chi veramente sia Dio e si confonde su questo punto, chiamando Dio ciò che non è tale e non chiamando Dio chi tale è veramente. Solo lo Spirito Santo può insegnare chi sia veramente Dio. Invece la ragione, abbandonata a se stessa, si inganna e adora un Dio che si fabbrica a proprio capriccio, ma ingannandosi non fa altro che servire satana, cadendo nell’idolatria12.
In realtà, esercitandosi nella conoscenza naturale di Dio, l’uomo corre il rischio di entrare in rapporto con lui, semplicemente a partire da se stesso e con la volontà di diventare dominante in tale rapporto. In altri termini, anche nella conoscenza razionale di Dio l’uomo è esposto al desiderio di esercitare la propria potenza su Dio e nella relazione con lui. Infatti è pericoloso voler salire in cielo senza le scale: chi si espone a tale tentativo viene in realtà schiacciato e annullato dalla Maestà di Dio13. Noi non sappiamo reggere il mistero assoluto di Dio, cioè Dio com’è in sé e per sé. Il Deus nudus non è alla nostra portata, noi possiamo avere a che fare solo con il Deus vestitus. Perciò, quando Davide si rivolge a Dio e implora la sua misericordia (cfr. Sal 51, 1: Miserere mei, Deus secundum magnam misericordiam tuam), egli non parla con il “Dio assoluto”, ma con il “Dio vestito”, rivestito della sua parola e delle sue promesse, quelle fatte ad Abramo e agli altri patriarchi14. Si comprende benissimo che cosa significhi Deus nudus: è Dio in quanto raggiunto extra verbum et promissiones, semplicemente secundum cogitationes cordis sui, è il Dio non rivelato15, non entrato in contatto con l’uomo e la sua storia, il Dio che i filosofi, ma anche gli uomini religiosi (fraintendendo paradossalmente la rivelazione storica di Dio e da essa di fatto prescindendo), cercano di raggiungere speculationibus suis16.
Insomma, all’uomo che si arroga il potere, la forza, la capacità propria di porsi davanti al Dio nudo, vale a dire alla Maestà immensa e imperscrutabile di Dio, tocca in sorte di trovarsi davanti alla sua santità e giustizia assoluta: qui egli non può provare altro che timore, paura e disperazione. Tuttavia, dal momento che noi non possiamo reggere la Maestà di Dio né possiamo comprenderla, piace a Dio di adattarsi al nostro modo d’intendere e alle nostre facoltà dotate di poca forza, perciò egli si manifesta come Deus vestitus delle sue parole e delle sue promesse, nelle quali è contenuto anche Cristo17. Possiamo accostarci a lui solo se egli si riveste di una voce umana e si adatta alle capacità del nostro modo d’intendere. In questa forma di condiscendenza Dio può essere avvicinato dall’uomo che può riporre la sua fiducia in lui.
Certo, si può dire, con Lohse18, che Lutero intende compiere un cammino tutto fedele alla prospettiva di sant’Agostino. Il grande ricercatore della verità, nei Soliloquia, non si chiedeva nient’altro che questo: qual è o quali sono le questioni sulle quali vuoi indagare per ottenere una risposta? E dichiarava a se stesso che unico era il suo interesse: Deum et animam scire cupio. Nihilne plus? Nihil omnino19. Proprio nella prospettiva di Agostino, che non è mai semplicemente legata alle esclusive operazioni dell’intelletto, ma considera esistenzialmente tutta la persona, assumendola nella sua storicità e dunque nella concretezza della storia salvifica, Lutero si pone la questione della conoscenza di Dio, senza mai prescindere dalla condizione storico-concreta dell’uomo, che è quella di uomo peccatore, e dalla rivelazione storica di Dio in Cristo e in Cristo crocifisso.
Solo la conoscenza propriamente teologica di Dio, dell’uomo e del loro rapporto dà ragione della condizione storica e concreta dell’uomo. Su questo punto Lutero è stato veramente innovatore e coerente nel definire l’oggetto d’interesse della teologia:
La conoscenza di Dio e dell’uomo è sapienza divina e propriamente teologica, tale però da essere riferita a Dio che giustifica e all’uomo peccatore, sicché l’oggetto della teologia sia propriamente l’uomo colpevole e perduto e Dio che giustifica e salva20.
In tal modo diventa quanto mai manifesto che l’esercizio d’interiorità richiesto da Agostino non si identifica mai per Lutero con un mero rientro in se stesso di tipo psicologico né di tipo metafisico, ma si compie in un autentico esercizio teologico: è un interrogare se stessi allo specchio della Scrittura. Questa riflette la realtà esperienziale dell’uomo e la chiarisce alla luce della condizione di peccato e nell’appello alla conversione, offerta all’uomo dalla misericordia di Dio radicata nelle promesse di Dio che si compiono in Cristo. Qui risulta anche evidente come questa definizione dell’oggetto della teologia sia perfettamente coerente con la definizione che Lutero dà di theologia crucis rispetto alla theologia gloriae21. Ed è altrettanto evidente come la questione dell’unico vero oggetto o argomento della teologia, intesa come theologia crucis, porti immediatamente alla ribalta la questione della giustificazione: essa non costituisce affatto un tema posticcio, che arrivi “dopo” e come un’aggiunta, rispetto a una conoscenza di sé e di Dio che potrebbero essere già perfettamente compiute in se stesse. Al contrario: il tema della giustificazione si presenta come il luogo teologicamente vero, all’interno del quale soltanto prendono corpo la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio22.
Pertanto Dio non vuole restare un Deus vagus, ricercabile all’infinito, indeterminato ecc. Egli si determina, si umanizza, prende corpo per noi. Incontra Israele in una determinata storia, in tempi e luoghi precisi, parla loro tramite alcuni profeti particolari e si impegna con loro e a loro si lega con promesse concrete23. Tutte queste forme di manifestazione, compresa la predicazione della parola e gli stessi sacramenti, sono le sue «larve», le sue «maschere»24, «la nebbia e l’ombra» di cui egli si circonda e che egli suscita, per presentarsi a noi, altrimenti non potremmo sostenere la sua Maestà25. Dio prende anche voce umana nel Figlio suo e in lui si rivela e al tempo stesso si nasconde. C’è infatti un nascondimento del Dio rivelato e un nascondimento del Dio nascosto26: sono due aspetti complementari del rapportarsi di Dio a noi27, i quali sono ugualmente modi e contenuti della nostra fede in Cristo.
 
 
Note
1 Come primo riferimento si veda: H. Petri, Glaube und Gotteserkenntnis von der Reformation bis zur Gegenwart (= Hanbuch der Dogmengeschichte, I, 2c), Freiburg-Basel-Wien, Herder, 1985, pp. 61-68.
2 Per Lutero, in particolare, vedi: P. Althaus, Die Theologie Martin Luthers, Gütersloh, Gütersloherverlagshaus, 19836, pp. 31.34; B. Lohse, Luthers Theologie, Göttingen, V&R, 1995, pp. 52-54.
3 Lutero commenta il testo della Vulgata, Rm 1, 19-23: «quia quod notum est Dei, manifestum est in illis; Deus enim illis manifestavit. Invisibilia enim ipsius a creatura mundi per ea quae facta sunt, intellecta respiciuntur, sempiterna quoque eius virtus et divinitas; ita ut sint inexcusabiles. Quia cum cognovissent Deum, non sicut Deum glorificaverunt aut gratias egerunt, sed evanuerunt in cogitationibus suis, et obscuratum est insipiens cor eorum, dicentes enim se esse sapientes stulti facti sunt. Et mutaverunt gloriam incorruttibilis Dei in similitudinem imaginis corruptibilis hominis et volucrum et quadrupedum et serpentium»; per il commento cfr. WA 56, 173-184.
4 WA 56, 176, 26-177, 1, trad. it. M. Lutero, La lettera ai Romani, a cura di F. Buzzi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1996, p. 213.
5 WA 56, 177, 8-9: «In hoc ergo erraverunt, Quod hanc divinitatem non nudam reliquerunt et coluerunt, Sed eam mutaverunt et applicaverunt pro votis et desyderiis suis».
6 Ibid., 177, 11: «Et sic Dei veritatem mutaverunt in mendacium».
7 Sui limiti e le ambiguità della ragione naturale a proposito della conoscenza di Dio, si veda: B. Lohse, Ratio und Fides. Eine Untersuchung über die ratio in der Theologie Luthers, Göttingen, V&R, 1958, pp. 63-63; Th. Kaufmann, Die Ehre der Hure. Zum vernünftigen Gottesgedanken in der Reformation, in Der Gott der Vernunft, a cura di J. Lauster e B. Oberdorfer, Tübingen, Mohr Siebeck, 2009, pp. 76-78. Sul carattere antispeculativo della ricerca di Dio in Lutero, vedi: K.-H. zur Mühlen, Reformatorisches Profil. Studien zum Weg Martin Luthers und der Reformation, Göttingen, V&R, 1995, pp. 134-135.
8 M. Luther, Der Prophet Jona ausgelegt (1526), in WA 19, 167-251. Su questo testo si trovano ottime considerazioni in H. Zahrnt, Luther deutet Geschichte, München, Verlag Paul Müller, 1952, pp. 25-33, ma anche Lohse, Ratio und Fides, cit., p. 59.
9 Ibid., 19, 205, 29-30, 34-35: «naturliche vernunfft kennet, das die gottheyt etwas grosses sey fur allen andern dingen […] Gott sey eyn solch wesen, der da helffen konne ym meer und ynn allen no(e)tten. Solch liecht und verstand ist ynn aller menschen hertzen…».
10 Ibid., 19, 206, 13.
11 Cfr. ibid., 19, 206, 27-30: «Nu ist aber von no(e)ten solcher glaube, der nicht zweyffel, Gott wolle nicht andern alleyne, sondern auch myr gnedig seyn. Das ist eyn rechter, lebendiger glaube und eyne grosse, reiche, seltzame gabe des heyligen geysts».
12 Ibid., 19, 206, 31-33; 207, 14-30.
13 WA 40/II, 329, 22-26: «Hunc Deum absolutum debent omnes fugere, qui non volunt perire, quia humana natura et Deus absolutus […] sunt inter se infestissimi inimici, nec potest fieri, quin a tante Maiestate humana infirmitas opprimatur».
14 Ibid., 40/II, 329, 29-31: «Hunc Deum non nudum, sed vestitum et revelatum verbo suo necesse est nos apprehendere, alioqui certa desperatio nos opprimet».
15 Ibid., 40/II, 329, 32-35: «Gentes enim loquuntur cum Deo extra verbum et promissiones, secundum cogitationes cordis sui, Prophetae autem loquuntur cum Deo induto et revelato promissionibus et verbo suo».
16 Ibid., 329, 20-22: «Populus Israel non habuit Deum absolute speculatum, ut sic dicam, sicut imperitum monachorum genus speculationibus suis ascendit in coelum et de Deo absolute cogitat».
17 Ibid., 329, 27-28: David «loquitur cum Deo vestito et induto promissionibus suis, ne excludatur a nomine Dei Christus».
18 Lohse, Luthers Theologie, p. 53.
19 Augustinus, Soliloquia, 1, 2, 7.
20 WA 40/II, 327, 11-328, 2: « Cognitio dei et hominis est sapientia divina et proprie theologica, Et ita cognitio dei et hominis, ut referatur tandem ad deum iustificantem et hominem peccatorem, ut proprie sit subiectum Theologiae homo reus et perditus et deus iustificans et salvator».
21 Le tesi principali della theologia crucis e del suo rapporto con la theologia gloariae sono state chiarire da Lutero nella Diptuta di Heidelberg (1518). Si tratta soprattutto delle tesi dal 19 al 22, WA 1, 361-363.
22 Cfr. Lohse, Luthers Theologie, p. 54.
23 Cfr. Althaus, Die Theologie Martin Luthers, pp. 32-33.
24 WA 17/II, 262, 37-263, 3: «Die das Euangelion yetz treiben, sind es nitt, die es thu(o)n, sie sind nur aine larve und mummeley, durch welche Gott sein wercke und willen aussrichtet. Ir seyts nicht (spricht er) die die fische fahen, ich ziehe das netz selbs, Das kann aber niemant erkennen, wie Got durch schwacheit würcket, denn der da glaubt».
25 WA 39/I, 244, 15-245, 6: «Si veniret ad nos in sua maiestate, non possemus eum capere et hanc totam lucem ferre. Itaque venit ad nos prophetia, adest vere corporaliter seu substantialiter et operatur in nobis per verbum et sacramenta. Haec enim nunc eius sunt involucra. Oculi nostri sunt mali, haebetes, lippi, obscuri, non possent eum aspicere. Ideo (ut iam dixi) tectus ad nos venit, facit nobis nebulam et umbram».
26 Su questa dialettica tra Verborgenheit des offenbaren Gottes e Verborgenheit des verborgenen Gottes insiste molto D. Korsch, Martin Luther, Tübingen, Mohr Siebeck, 20072, pp. 73-87.
27 Invero anche il «sottrarsi al rapporto» da parte di Dio (il suo essere in sé e per sé, il Deus nudus, absolutus ecc.) è pur sempre, sia pure per via di negazione, una forma del suo rapportarsi a noi, che da noi deve essere sempre considerata insieme al suo rivelarsi positivo ed esplicito.

05. ASLI: Convegno teologico: Lutero e la mistica



ASLI – Accademia di Studi Lutereani in Italia

28-29 Settembre 2012

Lutero e la mistica

„Lutero e la mistica“ è il tema del primo convegno teologico dell'ASLI – Accademia di Studi Luterani in Italia. E' un tema di grande rilevanza per molteplici aspetti, sia per l'interesse generale che la mistica suscita, sia perché la ricerca internazionale degli ultimi anni ha dato risultati riguardevoli in questo campo, ma anche perché, in Italia, la mistica di Lutero non è mai stata approfondita.
Trovare il fondamento mistico di Lutero può aiutare a comprendere meglio la sua teologia e a valorizzarla per l'oggi. Ancora, aiuta a vedere le radici di Lutero nel monachesimo e nella teologia medievale e può quindi dare impulsi importanti per il dialogo ecumenico.

ASLI – Accademia di Studi Luterani in Italia

I. Convegno teologico

28-29 Settembre 2012

Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Sala delle Accademie
Piazza Pio XI, 2 - Milano

Lutero e la mistica

Programma:

Venerdì 28 Settembre

Ore 17: Saluto: Prof. Franco Buzzi - Prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Presidente dell’Accademia Ambrosiana
Presentazione dell'ASLI: dott. Giorgio Ruffa - Presidente dell'ASLI
Introduzione al tema: Pastore Dieter Kampen – Vicepresidente dell'ASLI

Ore 17.30: I. Relazione:
Prof Paolo Ricca – Prof. emerito della Facoltà Valdese
L'interesse di Lutero per la “Theologia deutsch”


Sabato 29 Settembre

Ore 9.30: II. Relazione:
Prof. Franco Buzzi
La fede di Abramo” nei commentari (Genesi, Romani e Galati)

Ore 11.30: III. Relazione:
Prof. Sven Grosse - Staatsunabhängige Theologische Hochschule (STH), Basilea
Lutero come mistico e Bonaventura.

Ore 15: IV. Relazione:
Prof. Michele Cassese – Trieste
La mistica nuziale in Lutero e nel pietista Zinzendorf.

Ore 17: V. Relazione:
Pastore Dieter Kampen - Trieste
Il carattere mistico della fede pura.

 
Convegno pubblico - ingresso libero.

 
Redatta in bianco e nero, la locandina può essere stampata in proprio.

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Organizzazione
La partecipazione al convegno è libera e non necessita di iscrizione.
Arrivo, pernottamento e pasti sono da organizzare individualmente.
Chi ha piacere può partecipare al pranzo comune di sabato che stiamo organizzando nelle vicinanze dell'Ambrosiana e che avrà un costo di circa 25 Euro a persona. In questo caso è necessario iscriversi entro il 20 settembre.

Arrivo
Le stazioni di metro più vicine sono “Dante Cordusio” e “Duomo” sulla linea rossa oppure, un po' più lontano, la fermata “Italia Missori” sulla linea gialla.
Sia la linea della Metropolitana rossa che gialla sono prendibili alla Stazione Centrale di Milano.

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L'ASLI – Accademia di Studi Luterani in Italia, fondata nel 2011, è un associazione laica e indipendente che in una prospettiva ecumenica promuove lo studio e la conoscenza di Lutero in Italia e mette in contatto coloro che si interessano alla materia. Tra le attività principali spiccano l'annuale seminario teologico, in collaborazione con la CELI, e il convegno teologico, nonché la pubblicazione dei rispettivi atti e di saggi dalla ricerca internazionale in lingua italiana.
Per ulteriori informazioni vedi www.studiluterani.it.
 
 
 
 
 
     
     
 
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