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Bollut 070

www.bollutnet.org 
Novembre 2012

 
Indice:

01. Editoriale

02. Frank Crüsemann: Il rapporto tra i due Testamenti e il dialogo cristiano-ebraico

03. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte V

04. NEV: Anglicani e ministero episcopale delle donne

05. Claudiana: Angela Merkel, Parole di potere. Il pensiero della cancelliera

06. Protestantesimo: Culto della Riforma

 
01. Editoriale
 
Gentili Bolluttori,
Siamo già un po' oltre, ma ecco il Bollut di novembre che riporta interessanti riflessioni sul dialogo ebraico-cristiano e ancora altre notizie interessanti. Auguro a tutti un buon periodo di Avvento, tradizionalmente un tempo di conversione e di preparazione interiore.
Buona lettura!
Vostro Dieter Kampen (DK)
 
 
02. Frank Crüsemann: Il rapporto tra i due Testamenti e il dialogo cristiano-ebraico
 
Comunità Evangelica Luterana - Segretariato Attività Ecumeniche
 
XXVI Ciclo di dialogo cristiano-ebraico (2012-2013)
 
Il dialogo intertestamentario: una nuova chiave di lettura per comprendere le Scritture?

Incontro inaugurale:

SOLA SCRIPTURA
Il rapporto tra i due Testamenti e il dialogo cristiano-ebraico

Relatore:
FRANK CRÜSEMANN
Kirchliche Hochschule, Bethel


DOMENICA 11 NOVEMBRE 2012 ore 17:00
Comunità Evangelica LuteranaCampo Ss. Apostoli, 4448 - Venezia
(Ex-Scuola dell’Angelo Custode)


Frank Crüsemann
Sola Scriptura
Il rapporto tra i Testamenti e il dialogo cristiano-ebraico

Il nuovo rapporto con l´ebraismo, che dopo una lunga e terribile storia impregnata di cecità e colpa è stato donato alle chiese, è una grande fortuna. Tuttavia il percorso iniziato nel dialogo non è arrivato alla fine. Siamo ancora molto lontani dalla meta e ci sono sempre nuovi duri contraccolpi. Nella Chiesa cattolica romana, come nel caso della nuova-antica preghiera del Venerdì Santo, essi suscitano scalpore in tutto il mondo. Però fatti simili sono avvenuti più volte anche nella Chiesa evangelica, perlomeno in Germania. E nella quotidianità molti risultati ottenuti da tempo non di rado vengono semplicemente dimenticati. Questo tentennare, questa incertezza, non riguardano soltanto i diversi orientamenti teologici delle chiese, ma si trovano anche in molti singoli cristiani, e forse, se siamo onesti, anche in più di qualcuno di noi. Vogliamo riconoscere l´ebraismo e crediamo allo stesso tempo di aver ottenuto, tramite Gesù Cristo, una vicinanza a Dio e alla salvezza che manca agli ebrei.
Uno dei motivi più profondi di queste contraddizioni sta nel modo in cui leggiamo la Bibbia e precisamente la valutazione della prima parte della nostra Bibbia cristiana che praticamente coincide con la Bibbia ebraica. Ma più importante ancora è il modo in cui leggiamo il Nuovo Testamento, la parte specificamente cristiana della nostra Bibbia.

I. Un’immagine nota e il suo dubbio fondamento biblico

Intanto vorrei illustrarvi quanto mi sta a cuore il problema con un immagine nota e il suo fondamento biblico. Si tratta di Gesù dodicenne al tempio (Lc 2,41-51).
Questa scena è stata dipinta infinite volte. Un esempio proviene da Albrecht Dürer1: Gesù siede rialzato su un trono e tiene in mano un libro aperto, certamente il libro è la Bibbia ebraica. Egli la mostra aperta agli scribi d´Israele e il suo dito, come il suo sguardo, indicano un brano che egli evidentemente spiega. La scena è univoca: Gesù insegna. Egli istruisce i dotti d´Israele che siedono davanti a lui come gli allievi davanti ad un maestro. Sono stupiti, riflettono, cercano di comprendere l´insegnamento, forse controllano la dottrina, discutono, si contraddicono. Però è innegabile chi sia qui il maestro e chi il discepolo.
Questa rappresentazione fa parte di una lunga tradizione iconografica, dai grandi della storia dell´arte fino alle illustrazioni della Bibbia e le immagini nelle chiese. Lo schema di fondo è sempre lo stesso: il piccolo Gesù sta al centro e sono gli scribi e i gransacerdoti che vengono istruiti da lui, che devono imparare stupiti o arrabbiati, meravigliati o dubbiosi. Gesù come maestro d´Israele – quest´immagine è profondamente radicata nella memoria collettiva e trasmette un messaggio univoco sul rapporto tra Nuovo e Antico Testamento e quindi, allo stesso tempo, tra cristiani ed ebrei: Gesù come personificazione del “nuovo”, sotto ogni aspetto, al di sopra della tradizione d´Israele. Quello che le introduzioni in uso delle due parti della Bibbia cristiana dicono in maniera altrettanto univoca: esiste un “vecchio” Testamento che è stato abolito e sostituito da un Testamento “nuovo”, più giovane, concetto poi espresso, consolidato e concentrato, in questa immagine suggestiva.
Espressioni che corrispondono a questo ruolo del piccolo Gesù si trovano ancora oggi, come in passato, nella letteratura scientifica. “Egli non siede come un discepolo ai piedi di questi maestri… La sua posizione è piuttosto quella del maestro” – si afferma2. Egli diventa “un maestro della Torà che già da bambino istruisce gli anziani”3.
Ma vale la pena esaminare attentamente il testo stesso. “Gesù – è detto – siede in mezzo ai maestri e li ascolta e li interroga. Ma tutti coloro che lo ascoltavano erano sorpresi dalla sua intelligenza e dalle sue risposte” (v.46s).
Gesù si trova in mezzo ai maestri. Non è detto se egli stia in risalto al centro. La prima cosa che è detta di Gesù è anzi che ascolta questi maestri. Egli ascolta, non: egli parla; egli impara, non: egli insegna. Gesù recepisce quel che i maestri d´Israele hanno da dire. Così impara sicuramente prima di tutto la Torà. In secondo luogo si dice che egli pone loro delle domande. Nulla indica che siano le domande retorico-didattiche di un maestro ai suoi discepoli. Gesù vuole sapere di più, cerca ulteriori informazioni. Con queste due prime formulazioni fondamentali del dodicenne non è detto nulla di diverso da quello che vale per ogni ragazzo ebreo. A dodici o tredici anni egli diventa Bar Mizwa/figlio della Legge, che da indipendente entra a far parte della tradizione e si impegna a osservare i comandamenti. Luca racconta quindi che Gesù all´età adeguata entra a pieno titolo nella tradizione della Bibbia ebraica e della sua interpretazione ebraica.
Certo, il versetto 47 poi lo fa emergere dalla normalità. La sua comprensione è fuor del comune e suscita stupore. E infine si accenna anche a risposte che egli dà. Ma anche qui non esiste motivo di dedurre fatti del tutto nuovi, non usuali, e discorsi che rompano con la tradizione. Le domande, come le risposte, fanno altrettanto parte di ogni situazione e insegnamento, come di ogni discussione, disputa, conversazione sulla tradizione e i suoi testi. Con tutto ciò Gesù viene presentato come il discepolo ideale della Torà che dà motivo di stupore. Che le persone diventate dei grandi nella vita successiva eccellano particolarmente, già nell´infanzia e nella gioventù. per recettività eccezionale e rapida comprensione, è un topos che già all´epoca del Nuovo Testamento viene riferito di figure pagane-antiche come Ciro, Alessandro, Augusto, Epicuro, come pure di personaggi biblici quali Noè, Salomone, Samuele (che riceve la chiamata a profeta a dodici anni) e Daniele. Nessuno dedurrebbe, in base alle loro capacità sorprendenti, una rottura con la tradizione, una sostanziale superiorità delle novità da loro rappresentate o addirittura l’abrogazione dell´antico.
Nell’interpretazione cristiana della scena del giovane Gesù al tempio dal Vangelo di Luca, si incontra una chiara contrapposizione tra la visione del nuovo che domina la tradizione cristiana ed il testo stesso del Nuovo Testamento. La superiorità del Nuovo rispetto all´Antico, com’è così profondamente determinante per la tradizione cristiana, non viene qui confermata e supportata, ma non solo qui, dallo stesso Nuovo Testamento. Al contrario, Luca piuttosto lascia inserire consapevolmente Gesù nel suo divenire adulto, nella Bibbia ebraica e nella tradizione interpretativa ebraica. Questo è il presupposto e resta valido in permanenza.

II. Diversi modi finora in uso di rappresentare i testamenti e quello che hanno in comune

Dunque come può essere determinato il rapporto tra le due parti della Bibbia cristiana? Nel corso della storia della teologia sono state date risposte molto diverse a questa domanda. Possiamo distinguerne quattro tipi base, quattro modelli di fondo a cui si possono far risalire tutti i tentativi fatti finora. Si tratta di storia della chiesa schematizzata. Allo stesso tempo però incontriamo anche le nostre esperienze personali. Noi tutti, almeno la maggior parte di noi, siamo cresciuti in questa forma mentis. Dal catechismo per i bambini, fino alle prediche odierne, abbiamo incontrato questi modi di rapportarsi con i due ‘Testamenti’ e li abbiamo – il più delle volte forse mescolati tra loro – assimilati nel cuore e nella testa. Mi limito ad un breve accenno a questi schemi di fondo.

  1. Rifiuto

Innanzitutto c´è il totale rifiuto dell´Antico Testamento. Secondo tale opinione questo libro è ebraico e non riguarda noi come cristiani. Perciò non c´entra con la Bibbia cristiana che consiste esclusivamente nel Nuovo Testamento. Di conseguenza c´è da pretendere l´esclusione dell´Antico Testamento dalla Bibbia. Questo atteggiamento nel secondo secolo é stato condannato dalla chiesa, con il Contra Marcione di Tertulliano, e da allora raramente è stato nuovamente sostenuto, per esempio dai “cristiani tedeschi radicali”.

  1. Contrasto

Se quindi l´Antico Testamento fa parte della Bibbia cristiana, si avvicina maggiormente a Marcione un atteggiamento che si può definire come contrasto. Allora il nuovo sta in contrasto con l´antico, l´Antico Testamento è inteso solo come sfondo davanti al quale il Nuovo evidenzia propriamente il suo profilo. Questo modello fino ad oggi agisce come schema di fondo in molte prediche e sostiene abbastanza spesso una dottrina elementarizzata, come nei contesti della pastorale o nel catechismo per i bambini. Vengono sempre evidenziati i contrasti: il nuovo che supera il vecchio. Allora stanno di fronte: gli ebrei e Gesù, la Legge e il suo superamento nel Vangelo, ma anche la vendetta contro la grazia e la misericordia, il condizionamento delle norme di purità/impurità contro il suo superamento.

  1. Testimonianza di Cristo

Mentre il modello di contrasto è stato sviluppato ed ha avuto effetto soprattutto in epoca moderna, il modello più importante della teologia premoderna si può definire come testimonianza di Cristo. Conforme a ciò, l´Antico Testamento dà testimonianza di Cristo. Lo fa soprattutto sotto forma di promesse che indicano Cristo. Quindi qui parla lo stesso Dio del Nuovo Testamento e quindi in ultima analisi Cristo stesso, così pressappoco intende Martin Lutero. Questo modello, con molte differenziazioni, si trova a partire dagli apologeti del II secolo attraverso tutti i padri della Chiesa fino ai riformatori.

  1. Relativizzazione e selezione

In epoca moderna, vedere l´Antico Testamento in modo talmente diretto come fosse testimonianza di Cristo, divenne problematico col sorgere del pensiero storico. Così, sullo sfondo dello storicismo e con l’introduzione dell´esegesi storico-critica, nacque un quarto modello che, con molte varianti, in epoca moderna è risultato il più importante. Relativizzazione e selezione – così si può chiamare questo modello, di cui oggi incontriamo varianti, più o meno evidenti, quasi dappertutto. Si tratta sempre di uno sviluppo, uno svolgimento in successione storica, un avanzare a passi, dove il Nuovo più giovane è superiore al più vecchio, la forma più tarda superiore alle forme anteriori. In tutto questo l´Antico Testamento può essere valutato in maniera assolutamente positiva; allora Gesù e lo specifico cristiano diventano perlomeno sempre più positivi.

  1. Analogie e limiti delle posizioni finora indicate.

Nonostante tutte le divergenze dei modelli di fondo presentati, si riconoscono tuttavia delle coincidenze nei seguenti punti:
- Il Nuovo Testamento in qualche maniera supera l’Antico, e precisamente in una prospettiva fondamentale, teologicamente determinante. E questo “di più” viene soppesato diversamente da quanto sarebbe giusto per l’ordine d’importanza nella rispettiva parte della Bibbia. È vero che per taluni Paolo teologicamente è più importante di Matteo, e c’è una graduazione tra i Salmi e il libro delle Cronache. Tuttavia il nuovo testamento esprime qualche cosa per principio, in quanto di categoria più elevato.
- Questo rango più elevato, in ultima analisi, ha la sua motivazione ed il suo presupposto nel fatto che il Nuovo Testamento viene letto da sé stesso e come tale viene poi paragonato.
Vale sempre la regola: il Nuovo Testamento sta in piedi da solo e contiene lo specifico cristiano. Le Bibbie che consistono nel solo Nuovo Testamento (talvolta con i Salmi in appendice) esprimono questa convinzione. Ma ciò corrisponde all’autocomprensione dei testi neotestamentari?
- Tutti i modelli, nella loro forma classica, sono d’accordo anche su un terzo punto: gli ebrei teologicamente non fanno più parte del gioco. Se esiste un filo conduttore positivo dall’Antico Testamento al Nuovo, esso sorpassa gli Ebrei. In breve: l’Antico Testamento, dopo Cristo, è diventato il libro della Chiesa. L’antica alleanza risulta superata, quella nuova è realizzata in Cristo e solamente in Cristo.

  1. Spunti per un nuovo rapporto con l’Antico Testamento e con l’Ebraismo.

Ora, in seguito all’olocausto-Shoah, esistono punti di partenza per un nuovo approccio, prima con l’Antico Testamento e poi con l’Ebraismo.
- Dietrich Bonhoeffer e Gerhard v. Rad già durante la seconda guerra mondiale elaborarono una nuova valutazione dell’Antico Testamento e con questa determinarono il tempo postbellico fino ad oggi. È vero che essi, se si guarda nei particolari, si trovano ancora in balia dei vecchi schemi, ma gettano le basi per le novità.
- Dagli anni ’60 poi, viene sviluppato progressivamente un rapporto diverso con l’Ebraismo. Nella chiesa cattolica dall’alto, con il Vaticano II, da noi (chiesa evangelica luterana) piuttosto dal basso, in processi lunghi, fruttuosi, ma sempre contestati. Il punto nodale sta nel riconoscimento dell’elezione permanente e dell’alleanza non disdetta di Dio con Israele. Questi però sono i contenuti principali dell’Antico Testamento, di essi racconta la prima parte della nostra Bibbia.

Tuttavia, nonostante diversi nuovi punti di partenza, non ne è risultato un modello originale, convincente, per la correlazione delle due parti. Questa è stata la provocazione dinnanzi alla quale, come docente di Antico Testamento cristiano, mi sono sentito sempre più coinvolto. Le mie riflessioni personali mi hanno portato alla seguente tesi:

III. La TESI

Se si parte dai rapporti tra i riferimenti interni biblici delle due parti della Bibbia cristiana, risulta un modello del tutto diverso, cioè a partire dalla domanda: qual è il significato dell’Antico per il Nuovo Testamento?
Il principio della Riforma sola Scriptura – soltanto la Scrittura, deve finalmente guadagnare valore proprio per tale questione centrale. Per Lutero sola Scriptura significa innanzitutto che la Scrittura deve determinare la propria interpretazione: Scriptura sui ipsius interpres. Per questo la mia tesi essenziale è la seguente: l’Antico Testamento dovrebbe avere nuovamente per la fede cristiana, e per la teologia, lo stesso ruolo che ha nel Nuovo Testamento.

IV. Il rapporto del Nuovo Testamento verso quello Antico – osservazioni

Ora quindi chiedo: come vede il Nuovo Testamento stesso il suo rapporto con l’Antico? Se tento di dare uno sguardo complessivo soltanto con alcuni esempi, ciò significa anche che vi sto rammentando cose in fondo conosciute da tempo.

  1. La Bibbia ebraica come Scrittura del Nuovo Testamento

La risposta più importante, con cui in fondo è già detto tutto, è: per il Nuovo Testamento, l’Antico è “la Scrittura”. Nella terminologia biblica si parla al singolare di “Scrittura”4, più spesso però al plurale di “Scritture”5, non di rado anche in espressioni del tipo “sta scritto/come sta scritto”6. Si aggiungono poi le dizioni similmente in uso fino ad oggi anche nell’Ebraismo: “Legge/Torà (nómos), Profeti e (gli altri) Scritti”7, spesso semplicemente “Legge/Torà e Profeti”8. La prima parte posteriore della Bibbia cristiana divisa in due parti è, anche per gli scritti del Nuovo Testamento, la Bibbia, quindi in senso pieno “Sacra Scrittura”, autorità precostituita e valida, ciò che da parte di Dio è valido.

  1. Riferimento positivo costante

È evidente che il Nuovo Testamento fa riferimento all’Antico dall’inizio alla fine, dal primo versetto fino all’ultimo, in senso positivo. È sufficiente esaminare l’inizio: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo” – così inizia Mt. 1,1. Non sapendo chi è Davide e cosa c’entri Abramo, si deve sfogliare la Bibbia all’indietro e cercare, altrimenti non si capiscono già le prime parole – per non ignorare che anche la formulazione della prima frase è una citazione indiretta (Gen 5,1) e che il significato della parola Christo/Messia/Unto si può riempire di contenuto solo a partire dalla Scrittura. Quello che inizia così non si può capire autonomamente, preso a sé non è comprensibile e non vuole esserlo. È un proseguimento, il cui inizio bisogna conoscere.

E questo continua fino alla fine del Nuovo Testamento nell’Apocalisse di Giovanni:” e se qualcuno toglierà qualcosa dalle parole di questo libro profetico, Dio lo priverà dell’albero della vita e della città santa, descritti in questo libro” (Ap 22,19). Dell’albero della vita e del suo accesso si parla in Gen 2s. E per la città santa si tratta di Gerusalemme, essa viene descritta con i colori dei testi dell’Antico Testamento e il suo significato non si può separare dalla sua storia riferita nella Scrittura.

Tra questo inizio e questa fine non c’è interruzione di riferimenti. Si osservino soltanto i primi capitoli di Matteo: ogni piccolo episodio contiene una citazione della Scrittura. La storia della nascita di Gesù cita letteralmente Is. 7,14 (Mt 1, 22ss); il racconto della visita dei Magi d’Oriente cita Mi 5,2ss (Mt 2,5ss); la fuga in Egitto (Mt 2, 13ss) cita Os 11,1 (Mt 2,15ss) E le citazioni continuano così e si susseguono in modo non meno fitto negli altri Vangeli. Questi riferimenti raggiungono una concentrazione particolare nella Storia della Passione. Qui troviamo soprattutto un’abbondanza di citazioni dai Salmi, specie dal Salmo 22, dai quali viene addirittura sviluppato il racconto nei suoi singoli tratti.
E l’insieme delle lettere del Nuovo Testamento inizia così in Rom 1,1ss: “Paolo, servo di Gesù Cristo, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il Vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture”. Nella lettera ai Romani, come nelle altre lettere paoline, praticamente non c’è un solo percorso tematico che non venga argomentato con la Scrittura e a partire dalla Scrittura.

  1. Affermazioni di principio di grande portata

Si aggiungono poi affermazioni di principio di grande portata, come il primo grande discorso di Gesù nel Nuovo Testamento, il cosiddetto Discorso della Montagna, con la massima chiarezza desiderabile:

“Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli” (Mt 5,17-19).
In fondo con questo è detto tutto. E forse s’incomincia a sospettare quale sforzo immane, durato secoli di molte generazioni di teologi, sia stato necessario per raggiungere la distanza dalla Torà e la sua svalutazione che ancora per tanti sembra sempre ovvia.

Per togliere anche gli ultimi dubbi Mt 23,2 recita:
“Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono”. Tutto! Tutto quello che insegnano i dotti farisei della Torà è da praticare per i seguaci e per le seguaci di Gesù! Ciò supera ampiamente la stessa Scrittura e s’inserisce profondamente nell’interpretazione farisaica rabbinica che stiamo introducendo, attualizzazione e continuazione della scrittura della Torà, in sintesi nella Torà orale. Si vede così quanto la linea principale della storia della chiesa sia stata un’immensa occasione mancata! Che questi farisei, secondo il parere di Matteo, loro stessi non sempre pratichino quanto insegnano e che tutto l’ulteriore capitolo poi sia una violenta disputa sulla loro prassi, è l’altro lato della faccenda. Esso però non toglie nulla all’affermazione di principio nella sua importanza.

Come esempio accosto, per le lettere dell’apostolo Paolo, 2 Cor 1,19ss:
“Il Figlio di Dio, Gesù Cristo,…non fu ‘sì’ e ‘no’, ma in lui fu il ‘sì’. Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono ‘sì’. Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro ‘Amen’ per la sua gloria”. Lo spunto sono evidentemente i rimproveri per la comunità di Corinto che accusa Paolo di contraddizione tra il parlare e l’agire (v.16ss), sicché “il mio sì sarebbe allo stesso tempo un no” (v.17). Mentre egli si appella all’affidabilità di Dio che definisce pure il proprio parlare (v.18): “per questo la nostra parola rivolta a voi non è un sì o un no contemporaneamente”. L’affidabilità di Dio, su cui si basa la sua propria affidabilità, non è sì e no contemporaneamente. Cristo piuttosto è il Sì di Dio divenuto realtà. E precisamente questo è ora decisivo: Cristo è il Sì a tutte le promesse di Dio.

Tutte “quante ce ne siano” con lui sono confermate in maniera univoca. Per il momento si dovrà dire: come promesse esse sono confermate. Esse rimangono promesse che sono sempre state. E poi c’è la locuzione “quante ce ne siano” (hósai). L’intera argomentazione – e con essa pure il suo buon nome e la sua considerazione quale apostolo – dipende dal fatto che questo Sì è valido in senso univoco e illimitato. Minerebbe la propria posizione, se valesse quello che la ricezione cristiana di regola presuppone, che cioè con Cristo venisse valorizzata soltanto una parte delle promesse veterotestamentarie e attese escatologiche, appunto quelle che coincidono con la rispettiva cornice teologica cristiana. Quanto scarsa sia la relazione teologica tra le affermazioni neotestamentarie e la Scrittura, lo dimostrano i commentari scientifici che evadono tali quesiti e non ne parlano affatto.

  1. E le affermazioni negative?

Per millenni l’Antico Testamento è stato letto come superato, o addirittura sostituito, da quello Nuovo. Naturalmente ci sono state anche motivazioni tratte dal Nuovo Testamento: quindi testi letti in una determinata maniera che hanno fornito queste argomentazioni. Esse spesso sono più presenti di quelle sopra citate e forse vi sono tornate in mente da tempo. Voglio qui ricordare solo uno di questi testi chiave, Lc 16,16:

“La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza di entrarvi”.

L’inizio suona univoco e molto spesso viene percepito, anche proprio dai teologi (l’ho verificato), come una successione temporale: Legge/Profeti e Vangelo, cioè come la sostituzione dell’Antico con il Nuovo Testamento. Non soltanto, nello stesso capitolo segue la parabola del cattivo ricco e del povero Lazzaro con la sua alta stima difficilmente superabile della Torà9, ma intanto segue semplicemente il v.17: “E’ più facile che passino il cielo e la terra, anziché cada un solo trattino della Legge”. Qualunque cosa significhi il v.16a, non è intesa la sostituzione o il superamento della Torà. Si tratta piuttosto di un proseguimento di Torà e Profeti da parte del Vangelo e precisamente in modo tale che con l’annuncio del regno di Dio, le antiche tradizioni della Legge di Dio da un lato e la promessa di Dio dall’altro, convergano verso una forza attiva attualmente.
Per me stesso fu davvero sorprendente scoprire che in tutto il Nuovo Testamento non ci sono dei testi che parlino di un sostanziale superamento o sorpasso della Bibbia di Israele.

  1. Risultato: L’Antico Testamento come spazio di verità del Nuovo.

Tentando un riepilogo risulta il titolo di un mio libro: l’Antico Testamento come spazio di verità del Nuovo10. Che con così tanti riferimenti si rimandi ad uno spazio predefinito, nel quale può essere fissato rispettivamente quello che è da dire su Gesù come Cristo, è una metafora che forse può cogliere qualcosa delle nostre osservazioni. Come il cielo con le sue stelle rende possibile spazio e orientamento, ma non si risolve in questi riferimenti, così i riferimenti espliciti ed impliciti del Nuovo Testamento lasciano apparire la Scrittura rispettivamente come lo spazio predeterminato di Dio in cui si realizza l’orientamento necessario, cioè l’inserimento di Cristo e del suo ruolo.
Di questo ora parleremo a modo di esempio.


V. Il Dio della Bibbia ebraica e la messianicità di Gesù

“Io credo in Gesù Cristo”– in questo sta lo specifico della fede cristiana proprio a differenza di quella ebraica. Però quanto più frequentemente nel Nuovo Testamento si parla di questo Cristo, tanto più frequenti sono i riferimenti alla Scrittura. Ora desidero esaminare i riferimenti alla Scrittura in tre temi centrali delle affermazioni neotestamentarie su Cristo: il tema della resurrezione, della messianicità e dell’ascensione. Allo stesso tempo si tratterà sempre del problema se l’Antico Testamento contiene la promessa, mentre il Nuovo porta l’adempimento.


1. La resurrezione di Gesù e la Scrittura

Inizio con il tema della resurrezione e con il capitolo 15 sulla resurrezione in 1Cor. Qui Paolo nei versetti 3b-5 ricorda alla comunità di Corinto il Vangelo che ha loro portato. Due volte le espressioni concise si riferiscono espressamente alle Scritture, “morto per i nostri peccati” e “risorto”. I due brani essenziali teologici della fede paleocristiana sono quindi avvenuti “kata tas graphas”, conformemente alle Scritture.
Secondo l’interpretazione abituale, Paolo qui pensa alle promesse veterotestamentarie, nel senso di predizioni che ora si sarebbero avverate. Un tale schema però esiste soltanto dal II secolo d.C. (Giustino). Paolo stesso evidentemente pensa in maniera del tutto diversa. Questo lo indicano le sue argomentazioni nei versetti 13ss: Se non vi è resurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha resuscitato il Cristo, mentre di fatto non lo ha resuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati … siamo da commiserare più di tutti gli uomini” (1Cor 15,13-19).

L’interpretazione abituale parte dalla fede cristiana nella resurrezione di Gesù come qui è testimoniata nei versetti 3ss, 12 e 20. Se però la fede cristiana nella resurrezione si fondasse solamente sull’evento della resurrezione di Gesù, allora l’argomentazione fatta nei versetti 13ss in fondo sarebbe incomprensibile e potrebbe trattarsi al massimo di una specie di ipotesi astratta. Però nelle argomentazioni parallele concatenate dei v.13-15 e 16-19 Paolo evidentemente non parte dal caso singolo della resurrezione di Gesù, bensì dalla promessa della resurrezione generale di tutti i morti che Paolo qui presuppone proprio quale fondamento teologico portante. Dalla fede nella resurrezione generale dei i morti dipende tutto il resto. E non solo vi include tutto quello che caratterizza la fede cristiana: annuncio, fede, perdono dei peccati, speranza, bensì anche la resurrezione stessa di Gesù. Se Paolo pensa veramente quanto dice qui, allora la fede cristiana nel suo insieme dipende da quello che la Scrittura e la Tradizione ebraica da sempre, Paolo direbbe da Abramo (Rom 4,17), considerano come ricevuto essenzialmente con il Dio d’Israele.

Sorprendentemente questo vale anche per i testimoni che hanno visto il risorto, ad inclusione di sé stesso: la nostra testimonianza sarebbe una testimonianza inventata, dice (v.15). Se non si vuole pensare che lui e gli altri non hanno “visto” niente, allora l’intenzione può essere solo quella che quanto hanno visto, senza la fede preliminare nella potenza di Dio che vince la morte e nella sua promessa di resuscitare i morti, non esisterebbe. Questa esperienza non è indipendente dalla Scrittura e per questo non può essere “confermata” da essa a posteriori oppure aperta e chiusa ex novo, bensì questa esperienza è un’esperienza della resurrezione di Gesù solo in quanto, esattamente al contrario, conferma la testimonianza preliminare della Scrittura. La Scrittura e le sue promesse in questo modo di ragionare diventano la base teologica non solo per la resurrezione di Gesù e per la fede cristiana, ma anche per la testimonianza degli stessi testimoni oculari.

Nei Vangeli le cose non stanno in modo sostanzialmente diverso. Come esempio riporto l’episodio di Emmaus in Luca 24. Racconta di un percorso che dall’impedimento degli occhi a riconoscere, dal non riconoscere e non capire (v.16), porta all’apertura della vista e alla conoscenza. Quello che permette questo cambiamento è – viene espresso in maniera oltremodo chiara – la Scrittura. I due discepoli in un primo tempo raccontano allo sconosciuto viandante che li accompagna tutta la storia come una storia di speranza delusa: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele” (v.21). Loro che avevano vissuto, sentito e anzi trasmesso tutto quanto, devono farsi definire “stolti e lenti di cuore” (v.25): “Voi non comprendete e il vostro cuore è troppo pesante”. Ma perché le cose stanno così? Non perché non credono al messaggio degli angeli e delle donne, bensì soltanto perché sono “stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti” (v.25). È la fede nella testimonianza dei profeti e, ben inteso, in tutto quanto là si può leggere, che è carente. La fede nei profeti è la chiave che determina tutto, non solo per comprendere quello che è successo a Gesù: la fiducia nel messaggio dei profeti è proprio la fede di cui si tratta. Quello che qui è da credere è stato già scritto dai profeti.
E di conseguenza suona pure l’insegnamento: “E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (v.27). Qui entra in gioco il Tanàkh, il canone ebraico tripartito, Torà, Profeti e Scritti. E la ripetizione “tutte”, che rinforza “tutti i profeti” del v.27, dimostra che non si tratta di singole parole e citazioni, non di dicta probantia, bensì dell’insieme della Scrittura, di qualcosa che si può trovare in essa dall’inizio alla fine. La differenza dalla dimostrazione delle promesse, espressa dalla teologia ecclesiale del II secolo d.C., è univoca. Qui non si tratta più di citazioni delle promesse. In ultima analisi deve trattarsi del Dio vivente che è il Dio dei vivi. È veramente sorprendente: il risorto fa riconoscere sé stesso leggendo e spiegando la Scrittura con i due discepoli. Riesce evidentemente solo così e solo così vuole essere riconosciuto. Nessuno splendore, nessun miracolo, nessuna esperienza travolgente scatenano fede e conoscenza, bensì solo l’orizzonte che viene aperto tramite la spiegazione delle Scritture rende possibile la comprensione.

2. La messianicità di Gesù come adempimento delle promesse veterotestamentarie?

Arrivo alla definizione di Gesù come Cristo, come Messia, che pervade tutti gli scritti del Nuovo Testamento. Ma in che senso egli viene inteso come ”realizzazione” della speranza messianica veterotestamentaria ebraica?

Intanto do un’occhiata ad una delle cosiddette citazioni di realizzazione nei primi capitoli del Vangelo di Matteo. In Mt 4,14s, accanto a memoria storica e lamento, viene citata una delle grandi promesse messianiche da Is 9. Ma intanto è interessante il suo inizio poco appariscente per il chiaro riferimento locale alla Galilea, che viene denominata “il territorio di Sebulon e di Naftali”. Poi viene citata la famosa espressione della luce che sorge: “Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce” (Is 9,1). Chiaramente in maniera evidente si ricorda così un evento antico. Di che si tratti in definitiva si comprende soltanto se si continua la lettura in Is. 9:

“Tu hai spezzato il giogo che l'opprimeva
la sbarra sulle sue spalle
e il bastone del suo aguzzino...
Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando
e ogni mantello intriso di sangue
saranno bruciati...” (Is 9,3s)

Questo è lo scopo fondamentale dell'agire messianico che si realizzerà nel tempo messianico, e tutti lo sanno, la citazione lo riporta alla memoria. Tuttavia una tale “pace senza fine” (Is 9,6) non è affatto già arrivata con Gesù, quindi l'attesa in questo senso immediato non è adempiuta. Matteo cita l'inizio del testo di Isaia che racconta un altro inizio avvenuto in passato e che a sua volta richiama alla memoria, di tutti quelli che conoscono il seguito, la grande attesa messianica facendola rigermogliare nuovamente: la speranza della fine di ogni sfruttamento e violenza militari.

Valutazioni simili valgono pure per gli altri testi cosiddetti messianici. Nella Scrittura fin dalla prima presenza del concetto Messia/maschiach (1 Sam 2,10) le dimensioni di dominio politico e giustizia sociale sono centrali. Giustizia per i poveri e gli oppressi – questo è il nucleo della speranza messianica e il significato della caratterizzazione essenziale e fondamentale di Gesù nel Nuovo Testamento come “Cristo”. Ciò vale per Is 11 con l'annuncio di diritto e giustizia per i poveri e miseri (v.4s) e la sua ripresa in Rom 15,12 e Pt 4,14. Ciò vale per Zac 9,9 con il suo re “umile” che abolisce le armi e ha importanza per Mt 21,5 e l'entrata in Gerusalemme. Non per ultimo è da nominare qui il Salmo 2 che parla di un'insurrezione contro Dio e contro il Messia insediato a Sion e contro il suo dominio mondiale che con particolare chiarezza viene citato e riferito a Gesù in Atti 4,25s e Ap 2,26s. Si tratta espressamente di unzione in Is 61,1ss. la cui istituzione da parte di Dio anche qui mira ad un'azione liberatoria verso poveri e prigionieri (v.1s) che viene ripresa in Lc 4,16-21.

Che Gesù “adempia” non significa che con Gesù ora le speranze siano realizzate – ciò sarebbe una bugia. Piuttosto viene detto che con Gesù le speranze vengono confermate – come speranze. In vista di ingiustizia, guerra e violenza in questo mondo, la speranza in un cambiamento messianico può essere solo la stessa in quanto noi cristiani l'abbiamo appresa dagli Ebrei e in Gesù Cristo la vediamo rafforzata e rinnovata, ma comune ad entrambi.

3. L'ascensione di Gesù e il ritiro del Messianico nell'azione di Dio

Per l'attività del Messia Gesù, a partire dal tempo della formazione dei testi del Nuovo Testamento fino ad oggi, è decisiva l'espressione “siede alla destra di Dio”. Notoriamente fa parte del Credo apostolico e si trova perciò quasi in ogni culto cristiano. La formulazione deriva dal Salmo 110,1:

“Oracolo del Signore al mio signore:
Siedi alla mia destra
finché io ponga i tuoi nemici
a sgabello dei tuoi piedi”.

L'inizio di questo Salmo è un oracolo che indica al re messianico-davidico di sedersi alla destra di Dio, quindi in vicinanza immediata del trono divino stesso, e precisamente per un periodo, finché Dio stesso non abbia sconfitto per lui i suoi nemici. Questo “finché” può essere tradotto anche con “mentre”.

Questo detto del Salmo 110,1 è il versetto più citato della Scrittura nel Nuovo Testamento. Lo si trova 16 o addirittura 21 volte11 e in quasi tutti i gruppi di scrittura del Nuovo Testamento. Per il Nuovo Testamento e il suo annuncio di Cristo esso riveste una posizione chiave. L'ascensione è allo stesso tempo la fine della presenza e della possibilità di sperimentare Gesù, anche e proprio come risorto. Luca ne parla nella cosiddetta ascensione (Lc 24,51; Atti 1,4ss). Di importanza fondamentale per il ruolo del Vecchio Testamento nella fede cristiana è il contenuto che con questa immagine dell'ascensione viene espresso a proposito del rapporto del Messia Gesù con Dio. In seguito a tale immagine il Messia dipende da Dio e dalla potenza di Dio. Dio assoggetterà i nemici e realizzerà la salvezza messianica. Il Messia deve aspettare finché/mentre Dio agisce così. Ciò nel salmo è una speranza e rimane una speranza fino ad oggi. Però in vista di un Messia già identificato e rivestito di segni messianici costituisce soprattutto un rientrare, un assestamento del messianico. Tutto viene riportato all'agire di Dio. Quello che nel mondo avviene per l’affermazione del progetto messianico, e quello che succede fino alla sua piena realizzazione, è l'azione del Dio d'Israele, e null'altro.

Soltanto con l'ascensione al fianco di Dio è raggiunto il momento presente, a partire dal quale e verso il quale parlano i testi neotestamentari. Tale momento è decisivo per la frequentazione e per la valutazione della Scrittura. Le affermazioni del Nuovo Testamento certamente sono diventate punto di partenza e fondamento per la dottrina della trinità. Ma questa dottrina ha un altro lato che spesso viene ignorato: Cristo, con questo rapimento al fianco di Dio, è presente e attivo nel mondo e presso la sua comunità in nessun altro modo rispetto a quanto Dio lo sia sempre stato – finché tutti i nemici saranno sconfitti definitivamente. Che Dio, in modo quanto mai nascosto, domini sul mondo e stia tutti i giorni accanto ai Suoi, questo non è nulla di nuovo, tutto l'Antico Testamento ne parla e quindi in linea di massima non c'è nulla che divida. La signoria messianica di questo Messia celeste innalzato non è distinguibile dalla signoria di Dio.

Da questo punto di vista è proprio la “cristologia dall’alto” che, accostando Cristo del tutto a fianco di Dio, riporta la sua presenza nel mondo, e quindi anche l'adempimento dell'attesa messianica, a quello che Israele ha da sempre espresso, creduto, saputo e formulato nella Scrittura, su Dio. Le affermazioni sull'innalzamento al fianco di Dio descrivono così allo stesso tempo il modo in cui le tracce messianiche sono presenti nel mondo, in maniera tanto nascosta e duratura quanto già da sempre è un dato di fatto dell'esperienza del Dio d'Israele. Il Dio d'Israele fin dall'Esodo è sempre stato vissuto come potenza di liberazione e giustizia. E quindi anche come potere messianico.

L'attività liberatrice di Dio, l'attività del perdono e del rinnovamento, l'attività creativa e di creazione ex novo, l'attività elettiva, docente e giudicante di Dio – tutto ciò di cui racconta la Scrittura, fa capire chi è Dio e come agisce Dio, come la potenza di Dio viene sperimentata nella contraddizione del mondo. Da questo Dio, e solamente da Dio e dal suo agire, dipende il progetto messianico di cui è responsabile questo Gesù. Nel mondo Gesù è presente non diversamente di quanto lo fosse già da sempre, cioè così come Israele lo conosce, ne ha fatto esperienza e lo attende – finché la vittoria sui suoi nemici, le potenze del peccato, della violenza e della morte, non sarà completata.


VI. Conclusione

In ogni culto cristiano si trovano testi dell'Antico come del Nuovo Testamento e per questo il dialogo fra Ebrei e Cristiani è sempre presente. Il rapporto tra le due parti della Bibbia naturalmente non è identico a quello tra ebraismo e cristianesimo, ma ha ugualmente un'importanza centrale anche per questo, non ultimo nel pensiero della Riforma orientato alla Scrittura. Tuttavia, quello che è cristiano non viene determinato soltanto dal Nuovo Testamento, e non perché questo non sia già comprensibile soltanto in sé stesso, ma rimanda costantemente alla sua radice ed è vero soltanto se questa è vera. Nel culto questo si evidenzia soprattutto nei Salmi. Un culto cristiano senza di essi è difficilmente concepibile. Sono l'espressione più profonda della devozione cristiana eppure non contengono altro che l'esperienza del Dio d'Israele. In proposito si leggano soltanto le prefazioni e gli epiloghi sui Salmi di Lutero. “Se vuoi vedere dipinta la sacra chiesa cristiana con colori e forme vivaci, espressa in una piccola immagine, allora mettiti davanti al libro dei Salmi ed avrai uno specchio puro, luminoso, nitido, che ti mostrerà quello che è la cristianità. Anzi troverai dentro anche te stesso..., in più Dio stesso e tutte le creature.”12 “Insomma, il Salterio è una buona scuola, in cui si impara la fede e si impara, si esercita e rafforza, una buona coscienza verso Dio”13. Tutto quello che sappiamo e crediamo di Dio è detto qui, prima di Gesù e senza che si parli di lui. Qui si evidenzia la necessaria e permanente asimmetria: il Vecchio Testamento, come l'Ebraismo, porta in sé il suo valore e la sua verità; il Nuovo Testamento, come la fede cristiana, dipende dalla precedente verità d'Israele e dalla sua validità permanente. È appunto questa la conseguenza necessaria del principio della Riforma sola Scriptura.

1 Gesù dodicenne nel tempio, Collezioni d´arte di Stato di Dresda, Galleria di pitture dei Maestri antichi.
2 F. Bovon, Il Vangelo secondo Luca, I volume parziale (Lc 1,1-950), Zurigo e altrove 1989, p.157.
 
3 H.Klein, Il Vangelo di Luca, KEK I/3 (10a ed.), Göttingen 2006, p.154.
 
4 Hé graphé in Lc 4,21; Gv 2,22; 7,38; 19,24.28.36.39; Atti 1,16; Rm 4,3; 11,2; Gal 3,3; I Pt 2,6 e div. altri.
 
5 Hai graphoi Mt 21,42;22,29; Mc 12,24; Lc 24,27.32.45; Gv 5,39; Atti 8,32.35; 17,2; Rm 1,2; 15,4; 16,26; I Cor 15,3.4.
 
6 Mt 2,5;4,4.6.7.10; Mc 1,2;7,6; Lc 2, 23; 4,4.5.10; Rm 1, 17; 4,17.23 e molti altri.
 
7 Cfr. Lc 24,27; cfr. v.44.
 
8 P.e. Mt 6,17; 7,12; 11,13; Lc 16,16; Gv 1,45; Atti 13,13; Rm 3,21.
 
9 Spec. Lc 16,29.31: “Se non ascoltiamo Mosè e i Profeti, non saremo persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.
 
10 La nuova visione della Bibbia cristiana, Gütersloh 2011
 
11 Mt 22,44; 26,64; Mc 12,36; 14,26; 16,19; Lc 20,42s; 22,69; Atti 2,34s; Rom 8,34; 1 Cor 15,25; Ef 1,20; Col 3,1; Ebr 1.3.13; 8,1; 10,12s. Inoltre parlano dell'innalzamento della destra di Dio senza essere citazioni esatte: Atti 2,33; 5,31; 7,55s; Ebr 12,2; 1 Pt 3,22; Senza “alla destra” ancora Atti 3,21.
 
12 Seconda prefazione al Salterio (1528), WA DB 10/1, pp. 98-105; testo secondo H. Bornkamm ed.., Luthers Vorreden zur Bibel, Göttingen 1989, p. 69.
 
13 Postfazione al Salterio (1525), WA 10/1, 588; Bornkamm, ibid. p. 70.
 
 
03. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte V
 
Cari Bolluttori, finalmente entriamo nelle pagine dei Dictata, esaminando il Prefatio che venne stampato all'inizio del testo dei Salmi, che Johann Grunemberg aveva messo a disposizione di Lutero e dei suoi studenti.
Buono studio!
Nicola Tedoldi
 

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Praefatio di Gesù Cristo, figlio di Dio e nostro Signore, al Salterio di Davide”.

Così intitola Lutero la sua prefazione: e in una glossa a parte, scrive: “se l'Antico Testamento potesse essere interpretato dalla saggezza umana senza il Nuovo Testamento, direi che il Nuovo Testamento è stato dato senza motivo.”
Con questa glossa Lutero riprende la lettera ai Galati 2,21: “Cristo è morto invano se la giustizia si ottenesse per mezzo della legge”. Tutto, insomma, ruota attorno a Cristo e non c'è nulla che possa prescindere da Lui e nulla ha senso compiuto se non in Lui.
A questo punto Lutero cita i quattro grandi testimoni della fede: Mosè, Zaccaria, l'apostolo Pietro e l'apostolo Paolo. “Ogni profezia e ogni profeta deve essere compreso in riferimento a Cristo Signore”, scrive Lutero facendo riferimento a Gv 5,39, laddove Gesù dice che le Scritture rendono testimonianza di Lui. A questo punto il giovane professore mette in discussione coloro che cercano si spiegare i salmi non “profeticamente”, ma “storicamente”, seguendo certi rabbì ebrei che, come scrive Lutero, “sono falsificatori e inventori delle vanità giudaiche. Nessuna meraviglia, perché essi sono lontani da Cristo”.
Frasi durissime, queste del giovane monaco, che apriranno tra gli studiosi una questione molto delicata, sul sospetto antisemitismo di Lutero. D'altronde proseguendo nella lettura del praefatio ai suoi Dictata, troviamo altre espressioni non certo positive nei riguardi del giudaismo e di quella che Lutero chiama la loro “generazione adultera”. Non ci deve sconvolgere la sua crudezza antigiudaica: Lutero è rimasto schiavo della tradizione antigiudaica cristiana, più che mai comune nel suo tempo, e su cui non ha agito con la stessa forza riformatrice come su altri temi, non passando cioè al setaccio della Parola di Dio questo importante argomento.
 
 
04. NEV: Anglicani e ministero episcopale delle donne
 
(NEV/VE) - Il Sinodo della Chiesa d’Inghilterra ha respinto ieri la proposta di ammettere le donne al ministero episcopale. E questo nonostante l’attuale arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana, Rowan Williams, e il suo successore, attuale vescovo di Durham, Justin Welby, sostengano entrambi l’ordinazione di donne vescovo. Una netta maggioranza del Sinodo ha votato a favore dell’ammissione delle donne all’episcopato, ma in una delle tre camere (la House of Laity) i "sì" non hanno raggiunto la maggioranza richiesta dei due terzi, motivo per il quale la proposta è stata respinta. Deluse dunque 42 delle 44 diocesi della Chiesa d’Inghilterra che avevano espresso voto favorevole. A vent’anni dall’ammissione delle donne al ministero sacerdotale le donne costituiscono un terzo del clero della Chiesa d’Inghilterra.
Fonte: NEV 47/2012
 
 
05. Claudiana: Angela Merkel, Parole di potere. Il pensiero della cancelliera

 
Cari lettori e care lettrici,
la novità che oggi vi proponiamo risulta forse un po’ insolita per Claudiana, tuttavia è interessante e istruttiva:
ANGELA MERKEL, Parole di potere. Il pensiero della cancelliera
pp. 225, euro 14,90
Il libro, che raccoglie discorsi della cancelliera dal 1990 in poi, presenta una Angela Merkel poco conosciuta, attenta agli altri e agli altri stati;
fautrice di una politica responsabile fondata sui valori cristiani, sostenibile, attenta alle generazioni future e pienamente inserita nell’Unione europea e
nella Nato.
Nella vicenda dell’ascesa di Merkel da ricercatrice nella Germania Est a capo del governo della Germania unita e leader europeo si rispecchia la storia recente dell’Europa. Nel 2010 “Time” l’ha eletta «europea dell’anno»; negli ultimi sette anni,“Forbes” l’ha nominata sei volte «donna più potente del mondo» e Barack Obama l’ha lodata per le «straordinarie capacità di leadership». Oggi in Europa nessuno è indifferente al suo nome.
Leggendo il libro si scopriranno molte sorprese inaspettate. Eccone una:
Si dice che solo con stipendi elevatissimi si ottengono i migliori dirigenti. Può darsi. Da
queste considerazioni alcuni traggono la conclusione seguente: poiché chi è alla guida
di un gruppo automobilistico statunitense guadagna migliaia di volte quello che
guadagna un suo dipendente, anche il dirigente di un gruppo automobilistico tedesco
deve ricevere uno stipendio analogo. […] tutti coloro che sono nell’industria
automobilistica considerano particolarmente di successo un produttore giapponese di
automobili. Ebbene, in quella ditta il capo guadagna solo circa venti volte quello che
guadagna un operaio.
Vi ricordo di visitare la sezione Remainder del sito (http://www.claudiana.it/php/remainder.php), in cui troverete 150 titoli al 25% dell’originario costo di copertina, e la sezione Libri in primo piano (http://www.claudiana.it/index.php), dove sono elencate le novità del periodo in offerta 15 x 15.
Un cordiale saluto
Manuel Kromer

 
06. Protestantesimo: Culto della Riforma

 
Potete ora rivedere il Culto della Riforma, cliccando sul seguente link:

Inoltre si possono vedere le puntate precedenti di protestantesimo sulla seguente pagina:

 
 


Trasmesso dalla Chiesa Evangelica Luterana di Trieste
In occasione della domenica della Riforma
a cura della rubrica Protestantesimo
Il culto sarà condotto dai pastori delle comunità evangeliche di Trieste.
La predicazione è affidata al Decano della Chiesa Evangelica Luterana in Italia, pastore Holger Milkau.
I canti saranno eseguiti dal "Coro della Riforma",
sotto la direzione di Elisa Pacorig e accompagnato al pianoforte da Christina Semeraro.
All’organo Manuel Tomadin. Violinista Michela Bergamasco.

(Culto registrato domenica 28 ottobre, ore 10.30)

 
 
 
 
     
     
 
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