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Bollut 073

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Febbraio 2013

 
Indice:

01. Editoriale

02. Sergio Rostagno: 2017 Per una preparazione seria

03. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte VI

04. NEV: Dimissioni di Benedetto XVI

05. Claudiana: Martin LUTERO, Le Resolutiones

 
01. Editoriale
 
Cari Bollutori,
A partire dalle ore 20 del 28 febbraio saremo senza Papa. Non che questo sia particolarmente grave, ma la notizia ha comunque destato stupore. I primi sospetti dei miei informatori romani erano che alle ore 20.45 verrà trasmessa la partita del Bayern, notizia poi smentita. Resta quindi la spiegazione certamente meno eccitante, cioè che si è trattato di una decisione razionale e che la vera ragione delle dimissioni è quella indicata dal Papa stesso, cioè l'avanzare dell'età. E perché no? In fondo anche i vescovi vanno in pensione e il ministero petrino è una funzione esercitata dal vescovo di Roma. La sofferenza pubblica e il lento declino del predecessore Papa Wojtyla sono stati un insegnamento per tutti, ma non si può ripeterlo continuamente. Inoltre, ha oscurato la funzione giurisdizionale e magistrale del papato e ha incoraggiato una certa divinizzazione abusiva del Papa. Con le sue dimissioni Ratzinger ha ridimensionato il papato al suo ruolo funzionale e ha così liberato lo sguardo su Cristo. Quindi, mi sembra una delle decisioni più sagge del suo pontificato. Vedremo in seguito alcuni commenti su questa questione, anche se il punto forte di questo Bollut sta nella prima parte, dedicata, in vista del 2017, ad una riflessione sul significato della Riforma.
Buona lettura!
Vostro
Dieter Kampen (DK)
 
 
02. Sergio Rostagno: 2017 Per una preparazione seria
 
Nel 2017 le chiese evangeliche festeggeranno il 500esimo anniversario della Riforma. Perciò dovremo chiederci come vorremo celebrare questo avvenimento e quindi dovremmo prima interrogarci sul significato che la Riforma ha per noi oggi. Sono grato al Prof. Rostagno che ha preso l'iniziativa per coinvolgerci in una discussione seria e sono doppiamente grato per l'articolo seguente, che, nato nell'ambito della discussione intorno al 2017, illustra punti teologici fondamentali della Riforma. Spero che questo articolo sia il primo di una serie che riflette sul significato del 2017, una discussione a cui tutti sono invitati a partecipare. (DK)
 
 
2017 - Per una preparazione seria

Il primo testo sull’idea di Riforma, dato per sicuro di Lutero, per ragioni interne (è infatti scritto nel suo stile e contiene alcune delle sue idee), è forse del 1512 o del 1516. Si tratta del discorso di apertura preparato per un sinodo da tenersi in un convento dei frati premonstratensi oggi non più esistente, situato nella regione del Brandeburgo. Il discorso parla di Riforma in un senso molto speciale. Il sinodo doveva occuparsi del miglioramento della vita morale del popolo. Lutero predica sul testo della nascita spirituale in Prima Giovanni 5, 1ss. e da questo testo arriva subito, come diremmo oggi, alla “situazione attuale”: la decadenza dei costumi. Quest’ultima tuttavia non è colpa del popolo, ma dipende da cause più remote. Gli ecclesiastici, che dovrebbero predicare al popolo la «Parola di Dio», seguono invece altri interessi. Ci vorrebbe una riforma, dunque, che partisse proprio da lì. Ma non si tratta nemmeno di riformare gli ecclesiastici. Si tratta piuttosto di ritrovare la fonte dalla quale sorga la «Parola di Dio» stessa. Riproduco qui tradotte alcune frasi nel corpo di questo sermone:

La mia più grande e principale preoccupazione –­ potessi con parole infuocate e ardenti farla risuonare nei vostri cuori – è che i sacerdoti per prima cosa siano ricchi di ogni parola di verità.
Tutto il mondo abbonda, anzi oggi trabocca di molte, svariate e grette dottrine. Il popolo, più che istruito, è sconcertato da tante leggi, tante interpretazioni, infine da tante superstizioni, a tal punto che la parola di verità, se talvolta appena debolmente riluce, in molte situazioni neppure si accende.
Non c’è da meravigliarsi. La colpa è nostra, dei Prelati e dei sacerdoti. È di questo che ci dobbiamo meravigliare. Sono tanto ciechi, tanto dimentichi del dovere (proprio loro che avrebbero dovuto servire a questa nascita con la parola di verità), intenti ad altro, tutti occupati nelle cure temporali, che trascurano del tutto il loro compito specifico. La maggior parte insegna favole, come già dissi, e umane finzioni. E siamo ancora sorpresi che un popolo si comporti male con parole di tal genere?
[. . .] Sia pure integro, umano, colto, accresca le rendite, costruisca case, sviluppi la sua retorica, infine faccia miracoli, resusciti i morti, scacci i demoni: è sacerdote e pastore soltanto quello che è l’angelo del Dio degli eserciti, il messaggero di Dio, quello che serve il popolo con la parola di verità, ossia serve alla natività divina [. . .]
Perciò, se anche avrete stabilito molte cose in questo venerabile Sinodo e avrete organizzato bene tutto, ma non vi sarete preoccupati di ordinare ai sacerdoti, dottori del popolo, di applicarsi al puro evangelo e ai santi interpreti degli evangeli, una volta eliminate le favole che non hanno alcun fondamento, affinché essi annuncino ad alta voce al popolo, con timore e rispetto, la parola di verità e infine tralascino anche qualunque umana dottrina o con sobrietà la inseriscano rendendone evidente la diversità e così collaborino fedelmente alla divina natività, se, dico, non avrete curato tutto questo con grande attenzione, con devote preghiere, con severa coerenza, io dichiaro ad alta voce e apertamente che tutto il resto è nulla, invano ci siamo incontrati, non abbiamo fatto un solo passo avanti. Infatti questo è il punto principale; qui sta tutto il succo di una legittima riforma (hic legitimae reformationis summa); qui la sostanza di ogni religiosità. Che demenza e sviamento perverso è che si discuta di buoni costumi e non ci si preoccupi di più del modo con cui essi possano formarsi e dell’esserci delle persone per le quali si preparano i buoni costumi? Certo è come edificare una casa in aria: è una cosa da pazzi. C’è un principio basilare: la chiesa non nasce né sussiste nella sua essenza se non per la parola divina. «Ci generò – dice –­ con la parola di verità» [Giacomo 1, 18]. 1


Insomma è inutile parlare di Riforma, se non si pone all’ordine del giorno del sinodo non già il miglioramento dei costumi (pur necessario), ma la «Parola di Dio». Di questa Parola, così sembra, si è persa tra il popolo la nozione, o la percezione, a causa dell’irresponsabile condotta degli ecclesiastici. Alla situazione disastrosa diagnosticata pone rimedio soltanto il ricorso alla «Parola di Dio», perché la chiesa «nasce» (non dice: rinasce; la piccola differenza conta) dalla tale Parola e il resto segue.
Troviamo in questa sezione del sermone alcuni degli elementi tipici del pensiero luterano, elementi che avranno ben presto sviluppo e applicazione nelle lezioni e negli scritti dal 1512 al 1520 e diverranno poi tipici della Riforma. Degno di nota è il fatto che il genere «riforma» per Lutero viene sostanzialmente a coincidere con la «nascita» della chiesa. Non si afferma che la chiesa rinasce dopo un periodo di oscuramento morale o dottrinale. La chiesa come tale, senza alcuna componente di tempo, semplicemente nasce dalla Parola di Dio. La chiesa è sempre «nascente» e la sua origine è oggi come ieri la semplice Parola di Dio. Solo questa è la sua autentica «riforma». L’idea di riforma non si collega quindi all’intenzione di «riformare», bensì alla sostanzialità della chiesa. La chiesa «sussiste» sulla Parola di Dio, allo stesso modo in cui «nasce» su di essa. Sussiste allo stato nascente e riconoscente. Questa è la sua autentica e legittima riforma.
L’affermazione dovette essere, nell’occasione in cui fu tenuto il sermone, non poco sorprendente, se, come pare, il sinodo doveva trovare risposte circa il disordine morale del popolo. Invece di affrontare i sintomi e le cause del disagio morale del popolo, Lutero accusa direttamente i predicatori. E di che cosa li accusa? Di fare di tutto fuorché occuparsi della sola cosa per la quale essi sono legittimati: vale a dire la predicazione della Parola di Dio2.
Essenziale e importante, soprattutto per noi interpreti, è invero il fatto che la questione morale viene dichiarata secondaria rispetto a una questione ancor più urgente e primaria, quella dell’annuncio della Parola di Dio e della persona che la riceve. Il livello morale della questione che si vuole affrontare non è il suo vero livello fondamentale. La morale non basta, occorre qualche cosa al di là della morale. La soluzione dei problemi della persona non si trova nella recrudescenza della norma morale o nel maggior rigore del comportamento, ma in qualche segreto che sta al di là della morale, segreto dal quale poi potrà derivare una morale più sicura. Questa, ricordiamocelo, sarà una delle chiavi per comprendere la teologia della Riforma. Il gesto antimoralistico di Lutero apre tuttavia una questione di cui non si vede mai la fine o la profondità. Ma il dado tratto: Una questione di natura filosofica altrettanto che teologica sarà dichiarata aperta. Si vuole andare oltre il piano etico. Per affrontare il grave mistero della «Parola di Dio» sarà risolutivo andarvi con l’immersione completa nel linguaggio teologico, quello primario della Bibbia e quello secondario della dottrina («eliminate le favole»), perché nessun altro linguaggio è più adatto di questo. In seguito a un lavoro serrato di interpretazione, il contenuto della «Parola di Dio» si preciserà, senza tuttavia trasformarsi in un programma, ovvero senza mai perdere il primitivo senso misterioso legato alla «nascita». Ciò che riguarda il soggetto oltre il piano dell’etica non è di natura speculativa. Occorre trovare un linguaggio più appropriato, più reale. Per ora Lutero apre un problema inatteso, problema sul quale ritornerà negli anni seguenti incessantemente, e che risolverà poco per volta.
Dunque abbiamo sorpreso nelle frasi di Lutero (frasi scritte nel 1512 secondo alcuni, o forse più tardi, nel 1516, secondo altri) in poche espressioni le preoccupazioni fondamentali del suo pensiero. Non c’è qui certo tutto Lutero, ma c’è già il problema, che darà ancora molto da fare a lui e a noi.
Riprendo e sottolineo le espressioni di Lutero. Per lui la doppia domanda, rispetto alla questione morale è: 1) come siano fondati (fiant) i codici comportamentali e 2) come le persone, cui sono destinati, siano a loro volta presi come soggetti. Si vede dal breve testo tradotto come già qui Lutero distingua la vita morale dal suo fondamento: è assurdo parlare di buoni costumi senza domandarsi prima su che cosa si fondino. Soprattutto occorre approfondire ciò che riguarda i soggetti stessi, quelli ai quali si rivolge il discorso dei buoni costumi. (La frase esatta è: quomodo hi [mores, i costumi] fiant et sint quibus bonos mores paras; letteralmente: come si formino i costumi e [come] siano coloro per i quali si preparano i buoni costumi). È la seconda parte della frase che ora ci interessa, cioè come si configurino coloro dei quali si parla come soggetti morali. Per Lutero il fatto di «essere» i portatori di un progetto morale non sta tutto rinchiuso nel fatto di essere soggetti morali, ma costituisce un problema precedente tale fatto. Mi pare evidente un passaggio dal piano morale a quello costitutivo e personale. Il soggetto non può essere trattato come titolare della decisione etica senza porlo in questione come soggetto prima di tutto. Il piano morale non è quello primario dove si pone la questione del soggetto (l’essere umano tout court). La frase sembra dunque ben corrispondere alla posizione che Lutero assumerà a proposito del rapporto tra morale e fede. Per tale rapporto egli suggeriva fin d’allora quella che gli appariva essere la risposta più netta, cioè il richiamo alla Parola di Dio, un richiamo che va oltre il piano morale; anzi comincia con il distruggere questo piano, per poi poterlo ricostruire su basi più vere. Questa è, secondo Lutero, la base legittima per iniziare a parlare di Riforma (hic legitimae reformationis summa). Il problema esistenziale del cristiano non gli pare essere quello di una religiosità più profonda o moralmente più «seria», ma quello del soggetto e della «nascita».
Se la trascendenza del soggetto viene collegata a norme o regole precise da ossequiare sul piano morale, si produce una falsificazione del soggetto stesso. L’illusione di compiere delle «buone opere» lo porta a un involontario, fatale assoggettamento, estraniandolo da sé. Lutero intravede nel rafforzamento delle facoltà umane come guida verso la trascendenza un momento di pericolo per l’essere umano stesso. Quel che comincia con la confusione tra la realtà della trascendenza e la sfera della norma ecclesiastica o morale, finisce poi nella perdita di indipendenza personale e politica. L’essere umano, credendo nelle proprie capacità, volendo dimostrare nella pratica quanto sia valida la sua teoria, finisce per offrirsi a un potere esterno, che ne approfitta per asservirlo. In tal modo egli inganna se stesso e diventa servo di questo suo autoinganno. Lutero insinua che la dipendenza esterna è soltanto un sintomo della dipendenza intima della persona. È la persona che asserve se stessa, quando, credendo di fondarsi sicuramente sulle proprie possibilità e solo su quelle, in definitiva sta creandosi una immagine di se stessa, immagine illusoria e asservente. Soltanto il ricorso alla realtà esterna della «Parola di Dio» può indicare una strada alternativa. Essa infatti produce quella «nuova» nascita di cui si è parlato. È così che comincia il lungo viaggio di Lutero per definire la libertà dell’essere umano.
Oggi in campo filosofico e politico si pone talvolta in altri termini lo stesso problema: come è possibile un riferimento trascendente (posto che l’essere umano abbia bisogno di trascendenza), che non sia nello stesso istante monopolizzato e usato con violenza da qualche potere religioso mediatico per limitare la libertà umana? E come limitare legittimamente tale libertà e fino a che punto lo si potrebbe fare? Si ritrova quindi a tutt’oggi, si può dire, la stessa esigenza, dalla quale sorge la Riforma del XVI secolo. Possiamo ringraziare la Riforma perché su questo ci ha dato un indirizzo preciso. Poi ovviamente ciò non basta; non basterà mai. Ma intanto è meglio che niente; anzi non è poco.
Lutero trovò alla fine la sua strada. Scrivendo a Giovanni di Sassonia nel 1521 riassumerà le sue tesi con una formula nettissima:

«Resta nella fede, che ti dà Cristo: qui tu hai infinitamente più che abbastanza; e nell’amore, che dà te al prossimo: qui da fare ne troverai talmente da essere tu infinitamente troppo poco». (Bleibe du ym glauben, der dir Christum gibt, da hastu viel mal gnug an, unnd ynn der liebe, die dich dem nehisten gibt, da wirstu tzu thun gnug finden, deyn viel mal tzu wenig sein wirt).
(M. Lutero, Evangelo dei Dieci Lebbrosi [1521]; WA 8, 366, 22-25).

Si discute oggi molto sull’Europa e sulla cultura che le dà coesione. Questo riguarda anche la Riforma. Infine, per non allungare troppo il mio discorso, ribadisco la necessità che si apra anche da noi una discussione su quel che noi dobbiamo alla Riforma, affinché anche noi protestanti in Italia si arrivi al 2017 in modo vivace.

Sergio Rostagno *

* Professore emerito di teologia sistematica, Facoltà Valdese di Teologia, Roma.


1 Riporto anche in latino l’ultima frase: «Stat fixa sententia, ecclesiam non nasci nec subsistere in natura sua, nisi verbo Dei.» Testo completo in WA I, 8-17; ringrazio la professoressa Paola Rostagno (Torino) per i suggerimenti in vista della versione italiana di alcune frasi.
2 Il compito primario degli ecclesiastici stessi consiste nell’annuncio di tale Parola, dirà spesso Lutero. Confronta Libertà del cristiano: «E l’intero ceto ecclesiastico – apostoli, vescovi, preti – non è stato chiamato e istituito se non per il servizio della Parola» (Opere Scelte 13, 90; § 5 nel testo tedesco e rispettive traduzioni).
 
 
03. Nicola Tedoldi: Dictata super Psalterium, parte VI
 
 
Cari Bolluttori, entriamo nei Dictata attraverso la “porta d’ingresso” del Salmo 1 per scoprire come Lutero affronta lo studio della Scrittura.
Buono studio!
Nicola Tedoldi

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Beato l’uomo…”: inno all’umanità di Cristo.
.
Beato l’uomo
Gesù è il solo beato, il primogenito fra molti fratelli (Rm 8,29), la primizia di coloro che dormono (1Cor 15,20).
 
Che non cammina nel consiglio degli empi
Gesù non ha seguito la strada di quei Giudei che lo hanno crocefisso, di quegli empi che hanno deliberatamente scelto il male.
 
Non si ferma nella via dei peccatori
Questi peccatori, tra i Giudei, dice Lutero, lo sono due volte, il loro peccato è duplice in quanto peccatori che non ammettono di aver peccato.
 
E non si siede in compagnia degli schernitori
No! Gesù siede alla tavola della salvezza, dove una donna lo cosparge di olio profumato (Mc 14,3) esaltandone la regalità
 
Ma il cui diletto è nella legge dell’Eterno
La legge in cui Cristo prova diletto è quella della libertà e della grazia, non quella della paura e delle punizioni. La legge diventa desiderio, delizia, gioia.
 
E sulla sua legge medita giorno e notte
La meditazione supera il pensiero, lo rende profondo, attento, rivolto al cuore. Una meditazione continua, incessante. Giorno e notte indicano il “sempre” ma anche “tutte le situazioni” quelle buone e quelle cattive. Il giorno è tempo di luce, tempo di prosperità; la notte è tempo di oscurità e di avversità.
 
Egli sarà come un albero piantato lungo i rivi d’acqua
Se viviamo dell’insegnamento di Dio, come ne ha vissuto Gesù, saremo piantati su terra fertile dove scorre l’acqua della conoscenza e della saggezza, della grazia e della dolcezza.
 
Che dà il suo frutto nella sua stagione
Questo è il grande e unico dono di Dio, i frutti che Dio fa maturare in noi al “giusto tempo”. Molti producono frutti in tempi sbagliati in accordo con il proprio pensiero, ma spesso questi frutti non sono maturi. E’ come raccogliere grano prima del tempo del raccolto! Bisogna essere attenti al momento e pronti a dare frutto quando la stagione lo permette.
 
E le cui foglie non appassiscono
Le foglie sono parole, dice Lutero. La parola di Gesù è foglia che non appassisce. Cielo e terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mt 24,35), dice Gesù.
 
E tutto quello che fa prospererà
Tutto quello che il Cristo ha istituito e ordinato agli apostoli e ai suoi discepoli, sacramenti e misteri, avrà un effetto vitale nel mondo.
 
Non così sono gli empi ma come pula che il vento disperde
Gli empi non sono beati, non sono uomini, urla Lutero, la loro gioia non è nella legge di Dio, non meditano su di essa. Non sono nemmeno pula, sono “come” la pula. La pula non ha radici, non può essere piantata, non dà frutti.
 
Perciò gli empi non reggeranno nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti
Dio sta già giudicando gli uomini, qui e ora nel mondo. Il Salmo, dice Lutero, parla del giudizio e non del giorno del giudizio finale. Dio separa i buoni dai cattivi e porta i buoni alla luce e i cattivi nell’oscurità (1Pietro 2,9).
 
Poiché l’Eterno conosce la via dei giusti, ma la via degli empi porta alla rovina.
In verità vi dico: non vi conosco (Mt 25,12): così il padrone apostrofa le vergini stolte nella parabola raccontata da Gesù. E se Dio non ci conosce, la nostra via è “rovina”. Ma il giusto è conosciuto dal Signore, amato, cercato, guidato e la sua via è gioia e vita.

 
04. NEV: Dimissioni di Benedetto XVI
 
Benedetto XVI/1. Stupore e ammirazione dal mondo protestante italiano

Roma (NEV), 13 febbraio 2013 - “E' indubbio che si tratta di un gesto di grande coraggio, dettato piuttosto dalle condizioni di salute fisica di Benedetto XVI. Allo stato attuale, noi auspichiamo che il suo successore possa riaprire un processo di sensibilizzazione verso il cammino ecumenico che è sempre più necessario e che in questi ultimi anni ha piuttosto battuto il passo”. Questa a caldo la reazione del pastore Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), in seguito all'abdicazione di Benedetto XVI dal ministero papale avvenuta l'11 febbraio.

Numerose le reazioni dal mondo protestante, che complessivamente ha accolto la notizia della rinuncia del papa con ammirazione e stupore (vedi notizie successive). Tra i leader delle chiese protestanti in Italia il pastore Holger Milkau, decano della Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI), ha dichiarato: "Benedetto XVI è sempre stato un personaggio ragionevole; avrà riflettuto a lungo sulla sua decisione. Non sono molte le persone, nell'ambito delle chiese, capaci di valutare al meglio le proprie forze ed i propri compiti. In questo senso, la dichiarazione del Papa suscita in me rispetto e riconoscenza. Dimostra che la chiesa romana cattolica in Benedetto XVI ha avuto un grande papa, che ora perde". Milkau ha quindi ricordato come Benedetto XVI abbia "sostenuto favorevolmente, seppur in modo poco 'dichiarato', il rapporto tra evangelici e cattolici. Come luterani italiani ricordiamo con gratitudine la sua visita alla nostra comunità di Roma, e gli inviti alle celebrazioni ecumeniche, l'ultima delle quali i Vespri ecumenici a San Paolo fuori le Mura, lo scorso 25 gennaio".

Il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini, ai microfoni di Radio Beckwith evangelica ha sottolineato il coraggio di Benedetto XVI, per aver assunto questa decisione: "Segnala le sue debolezze, le riconosce, le dice apertamente e si mette da parte con uno spirito di servizio. Quindi modernizzazione, ma anche molta lucidità e maturità. Resta il fatto che queste dimissioni sono state dichiarate un po’ all’improvviso, in un momento in cui apparentemente Benedetto XVI è ancora in grado di decidere e governare. Quindi ancora più apprezzabile. Dal mio punto di vista, al di là delle ragioni che si possono andare a scandagliare, resta il rispetto per una scelta che sicuramente non deve essere stata semplice e che aiuta la chiesa ad aprirsi alla semplicità della vita di tutti gli esseri umani che faticosamente vivono il declino, la fragilità e le difficoltà della vecchiaia".

L'Alleanza evangelica italiana (AEI) in un comunicato, apprezzando la forza delle convinzioni di Benedetto XVI, ha espresso "umana comprensione per una scelta motivata dalla percezione di una crescente debolezza personale".


Fonte: NEV: 13 febbraio 2013 - anno XXXIV - numero 7


Benedetto XVI/2. "Decisione storica". La reazione dei teologi valdesi Ricca e Ferrario

Roma (NEV), 13 febbraio 2013 - A pochi minuti dalla notizia dell'abdicazione di Benedetto XVI dal ministero pontificio, Paolo Ricca e Fulvio Ferrario, due prominenti teologi valdesi, avevano subito sottolineano la portata storica di tale gesto. "Un gesto coraggioso, nuovo e apprezzabile", ha dichiarato l'11 febbraio all'Agenzia NEV il teologo Ricca, che conosce Joseph Ratzinger sin dal Concilio Vaticano II, quando tutti e due giovanissimi vi parteciparono. Memorabile anche il dialogo sull'ecumenismo tenutosi nel 1993 tra l'allora Prefetto della Congregazione vaticana per la dottrina della fede e il professore della Facoltà valdese Paolo Ricca, per il quale i recenti silenzi del papa apparivano "strani": "Mi chiedevo se per caso non fosse per una possibile malattia, e spero sinceramente che di questo non si tratti. Certamente questa dichiarazione è un fatto nuovo, direi positivo, 'motivato dal forte peso dell’incarico'. La novità, a mio parere, la si può vedere nell’atto di umanizzazione che lo stesso papa si è restituito con tale gesto. Una figura, quella papale, solitamente e volutamente rappresentata al di sopra dell’umano, grazie al dogma dell’infallibilità e del primato universale".

Per Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese di Roma e coordinatore della Commissione battista, metodista e valdese per le relazioni ecumeniche, siamo di fronte ad "un messaggio significativo per tutti coloro che tentano, nella loro debolezza e con molti errori, di servire la propria chiesa". Ferrario ha espresso "profonda e anche ammirata meraviglia", e ha aggiunto: "come cristiano e ministro della chiesa mi colpisce la lucidità umana e spirituale che la decisione di Benedetto XVI esprime, ma anche l'idea, espressa quasi di passaggio, secondo la quale il suo ministero, che pure richiede le forze fisiche che egli ritiene di non avere più, si esercita 'non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando'".


Fonte: NEV: 13 febbraio 2013 - anno XXXIV - numero 7


Benedetto XVI/3. Leader protestanti ed ecumenici mondiali: "rispetto per la decisione"

Roma (NEV), 13 febbraio 2013 - "Abbiamo pieno rispetto per la decisione presa da Benedetto XVI", ma soprattutto per il modo in cui, fino ad oggi, egli ha "assunto la responsabilità e il peso del suo ministerio in un'età avanzata e in un tempo particolarmente impegnativo per la chiesa". E' questa la prima reazione del pastore Olav Fykse Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), che a New York, dove era in visita agli uffici dell'ONU, ha saputo dell'abdicazione del papa. Tveit ha ricordato l'apporto del pontefice al movimento ecumenico, riferendosi in particolare al periodo tra gli anni '60 e '70, quando Joseph Ratzinger era membro della Commissione Fede e Costituzione del CEC.

Eguale apprezzamento per una "notizia che abbiamo ricevuto con molto stupore ed ammirazione", è stato espresso dal pastore Guy Liagre, segretario generale della Conferenza delle chiese europee (KEK). "Riconosciamo – ha aggiunto Liagre - che la decisione di Benedetto XVI è stata presa nella preghiera".

La notizia è stata accolta con sorpresa anche dal vescovo Munib Younan e dal pastore Martin Junge, rispettivamente presidente e segretario generale della Federazione luterana mondiale (FLM). Entrambi hanno ribadito la loro vicinanza nella preghiera al papa e alla chiesa cattolica romana. Un particolare apprezzamento è stato espresso per l'impegno ecumenico di Benedetto XVI in relazione ai 50 anni di dialogo tra FLM e Vaticano, che papa Ratzinger ha sostenuto a diverso titolo nel corso degli anni.

Il presidente della Chiesa evangelica in Germania (EKD), pastore Nikolaus Schneider - ricordando la visita nel settembre 2011 del papa a Erfurt presso il monastero agostiniano dove visse il riformatore Martin Lutero - per parte sua si è detto "colpito", ma ha accolto con "grande rispetto" la decisione del papa, che "rientra evangelicamente nella misura dell'umano".

Il sito della Chiesa metodista britannica riporta il commento di Ken Howcroft, pastore della chiesa metodista di Ponte Sant'Angelo a Roma e rappresentante presso il Vaticano dei metodisti mondiali. “E' triste quando un leader cristiano pensa di doversi ritirare dai propri uffici in questo modo – ha detto Howcroft –. Ho sentito il papa durante i vespri di chiusura della Settimana di preghiera per l'unità dei cristiani a San Paolo fuori le mura, ed ho apprezzato la saggezza e la chiarezza del suo messaggio. Tuttavia, recentemente, sembrava essere umanamente più fragile, a fronte di grandi sfide che tutte le nostre chiese oggi si trovano ad affrontare”.

“Nonostante papa Benedetto non abbia servito a lungo, egli ha saputo mostrare il suo impegno per la missione della chiesa”, ha scritto il pastore Setri Nyomi, segretario generale della Comunione mondiale delle chiese riformate (CMCR), in una lettera inviata al cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani. Assicurando la sua vicinanza nella preghiera, Nyomi ha espresso la speranza che “il papa trovi sollievo e riposo, una volta deposto il peso del servizio inerente al suo ruolo”.


Fonte: NEV: 13 febbraio 2013 - anno XXXIV - numero 7


Da Ratisbona a Erfurt, il percorso incidentato dell'ecumenismo di Benedetto XVI

di Luca Baratto, curatore della rubrica di Radiouno “Culto evangelico”

Che cosa rimarrà del pontificato di Benedetto XVI? A dieci giorni dall'annuncio con cui papa Ratzinger ha sorpreso il mondo, con gli eventi che corrono verso il conclave e un nuovo pontefice entro Pasqua, è già tempo di valutazioni.

Quale immagine di questo papa rimarrà? Come protestante, senza dubbio l'immagine più forte è quella dell'ingresso di Benedetto XVI nell'ex convento di Erfurt, dove Martin Lutero maturò – secondo le parole del papa stesso - le sue ineludibili domande su Dio, quelle che in forma nuova dovrebbero diventare anche le nostre di oggi. Nessun papa si è spinto tanto in là, forse aiutato dall'essere lui stesso un compatriota di Lutero, nonché profondo conoscitore del protestantesimo.

Tuttavia, l'ecumenismo non è (solo) questione di immagini; il dialogo tra chiese è piuttosto un cammino e, da questo punto di vista, bisogna dire che con Benedetto XVI si è trattato di un cammino particolarmente accidentato. Dallo sciagurato discorso di Ratisbona (2006) all'importante visita a Erfurt (2011), papa Ratzinger non ha fatto altro che ribadire le distanze tra il cattolicesimo e il protestantesimo.

Di Ratisbona tutti ricordano l'incidente diplomatico provocato dalla citazione delle poco edificanti idee di Manuele II Paleologo sulla teologia dell'islam. L'intenzione di quel discorso, altamente accademico, era però volta a sottolineare il legame inscindibile tra fede, che viene dalla Bibbia, e ragione, che viene dal pensiero greco. Un legame che, secondo Benedetto XVI, ha avuto due nemici nella Riforma del XVI secolo, con l'affermazione del Sola Scriptura, e nel protestantesimo liberale del XIX secolo, che vedeva nel processo di ellenizzazione del cristianesimo un progressivo allontanamento dalla sua ispirazione originaria. Ratzinger completava poi il suo ragionamento prendendo le distanze dai nuovi tentativi di inculturazione del cristianesimo, affermando che – in un mondo in cui il 66% dei cristiani vive nel sud del mondo – le categorie filosofiche greche sono le uniche adatte ad esprime la fede cristiana. Già qui si poteva notare un cattolicesimo che nelle parole del papa riesce a definire se stesso solo in contrapposizione agli altri e rimanendo chiuso nei confini europei.

Questa stessa dinamica - affermazione della propria tradizione/contrapposizione con le altre -, è evidente anche in altri passaggi del pontificato di Benedetto XVI. Per esempio nella reintroduzione nel 2007 della messa in latino che ha riportato sugli altari la liturgia di Pio V, pensata a suo tempo in chiave chiaramente antiprotestante. E non si può dimenticare che nell'annus horribilis dell'ecumensimo, il 2007, è uscito il documento pontificio “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa” della Congregazione per la dottrina della fede, in cui si afferma, tra l’altro, che solo la chiesa cattolica possiede “tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù” e che, di fatto, le chiese evangeliche non sono chiese ma mere “comunità ecclesiali”. La visita ad Erfurt nel 2011 segna, in questo percorso, una tappa per molti aspetti positiva, con le parole di Benedetto XVI che riconoscono le ragioni della ricerca teologica e spirituale di Lutero. Tuttavia, anche in quell'occasione fu ricordato Lutero ma furono dimenticati i protestanti. Cioè, è possibile riconoscere le ragioni di un individuo ma non una parola è stata spesa dal papa per dire qualcosa sul prodotto di quell'esperienza e sui milioni di seguaci di Cristo che ancora oggi vivono la loro fede nelle chiese protestanti di tutto il mondo. Insomma, i protestanti un po' come i gay: persone a cui vanno riconosciuti diritti e meriti personali - di cittadini, agli uni; di credenti, agli altri -, ma negati quelli collettivi - l'essere una famiglia, per gli uni; avere la dignità di chiesa, per gli altri.

Recentemente è uscito un libro del cardinale Walter Kasper dal titolo “Raccogliere i frutti”. Un titolo che sottolinea come l'ecumenismo abbia prodotto dei risultati importanti e di come dei frutti ci siano stati; ma la raccolta è anche la fine di una stagione. Ora bisogna ricominciare a seminare un campo che negli ultimi anni è rimasto incolto – non per sola responsabilità di Benedetto XVI; è certamente possibile fare anche un elenco degli ostacoli posti dai protestanti all'ecumenismo. “E il seminatore uscì a seminare”: questo incipit della parabola evangelica dovrebbe essere il motto delle nuove dirigenze cristiane, protestanti, ortodosse, cattoliche, del nuovo papa. Non custodi, non gestori; bensì seminatori. (NEV-notizie evangeliche 08/2013)

Fonte: NEV: 20 febbraio 2013 - anno XXXIV - numero 8


Benedetto XVI. Commenti protestanti alla rinuncia del papa

Un gesto che interroga i protestanti anche sotto il profilo dei rapporti ecumenici

Roma (NEV), 20 febbraio 2013 - Nei giorni scorsi sono stati numerosissimi gli esponenti del mondo protestante che hanno commentato le dimissioni di Benedetto XVI (vedi NEV 07/13). Al coro di voci che hanno espresso stupore per lo storico gesto del papa si aggiunge quella del presidente dell'Unione cristiana evangelica battista d'Italia (UCEBI), pastore Raffaele Volpe: "Per me è un'ottima novità - ha dichiarato ai microfoni di Radio Radicale - è segno che c'è la consapevolezza che gli uomini e le donne che sono al servizio nelle nostre chiese, quando credono di non avere più le forze, si mettono da parte". Per il pastore Volpe, se da una parte le dimissioni del papa umanizzano la sua stessa figura, dall'altra, tuttavia, si apre anche una questione in merito alla "teologia del papa": "Chi è il papa? E' una figura al di sopra degli altri, o alla fine, proprio per questa sua umanità, è una figura tra le parti? Questo cambia molto i rapporti tra evangelici, ortodossi e cattolici. Non è una novità che in ambito evangelico e ortodosso, un elemento su cui insistere, è proprio quello: che lui non è 'super', ma 'inter' partes. Un papa che si ritira potrebbe aiutare una democratizzazione e umanizzazione della chiesa cattolica ... potrebbe, non è detto", conclude Volpe, auspicando ora un papa che sia più internazionale: "Un papa che abbia una visione più ampia, che non sia quella dei nostri cortili".

Commenti e analisi sulle dimissioni del papa sono arrivate anche da parte avventista. Giuseppe Marrazzo, direttore del mensile “Il Messaggero Avventista”, parla di un "gesto coraggioso e innovativo" e aggiunge: "Il pontefice ha sparigliato le manovre politiche che la diplomazia della Santa Sede comincia a tessere intorno a un papa anziano e indebolito dagli anni. Forse ha saputo cogliere con lucidità il momento opportuno per rimettere la guida della chiesa cattolica nelle mani di un successore in grado di poterla assicurare 'con il vigore sia del corpo sia dell’animo'". Per Davide Romano dell'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste (UICCA) invece "le recenti dimissioni di papa Benedetto XVI sono l’unica vera novità del suo non brevissimo pontificato". In un editoriale pubblicato su "Notizie avventiste" Romano scrive: "Sotto il profilo delle relazioni ecumeniche, pur non volendo affrettare premature valutazioni ed esaustivi bilanci del suo pontificato, rimane, da parte evangelica, quantomeno l’impressione, anzi la netta sensazione, di una opportunità perduta. Ci si sarebbe aspettato ben altro piglio ecumenico da parte di un pontefice che oltretutto dichiarava a più riprese di voler dare anche piena attuazione alle delibere del Concilio Vaticano II, segnando invece anche su quel terreno significative inversioni di tendenza o riletture normalizzanti".

Fonte: NEV: 20 febbraio 2013 - anno XXXIV - numero 8

 

05. Claudiana: Martin LUTERO, Le Resolutiones

 
Care lettrici e cari lettori,

il teologo Paolo Ricca, dopo l’edizione della Libertà del cristiano di
Lutero e del Catechismo di Heidelberg – entrambi usciti in seconda
edizione nel 2012 –, ci fa dono di questa sua nuova fatica:

Martin LUTERO, Le Resolutiones. Commento alle 95 Tesi (1518)
edizione con testo originale a fronte, pp. 479, euro 29,00


Esce per la prima volta in Italia quest’opera importante del riformatore
scritta per spiegare il contenuto delle 95 Tesi che diedero origine alla
Riforma protestante. Come dice Ricca nella sua Introduzione, le Tesi,
chiare di per sé, non avrebbero avuto bisogno di commento: Lutero scrisse
dunque quest’opera perché da molte parti si fraintendeva o si
strumentalizzava il contenuto delle Tesi e, inoltre, perché l’auspicato
confronto fra teologi sulle Tesi non si era verificato e questa fu
l’occasione per esporre le sue ragioni.
Al centro dell’opera vi troviamo il concetto di vera penitenza e la
critica (che ne discende) dell’utilizzo indiscriminato e senza remore
della pratica delle indulgenze, comincia a intravedersi la questione della
Chiesa e della sua riforma e non manca di colpirci il profondo
attaccamento di Lutero al testo biblico («pensa e parla con la Bibbia»,
dice Ricca).

«Oggi tante cose sono cambiate e le Chiese stanno imparando, sia pure a
fatica, a «spiegarsi» una con l’altra, come allora cercò di fare Lutero.
L’esito di queste «spiegazioni» non è ancora chiaro, ma possiamo sperare
che, se non altro, non ci saranno nuove scomuniche. Possiamo anzi sperare
qualcosa di più. Nel 2017 ricorrerà il 500° anniversario della Riforma
protestante. Potrebbe essere l’occasione per un messaggio congiunto delle
Chiese, col quale si dichiarano definitivamente decadute le vecchie
scomuniche e ci si impegna insieme, pubblicamente, a muovere i primi passi
verso la terza grande riforma della cristianità: quella ecumenica. In quel
quadro la voce di Lutero, ascoltata o no, continuerà a risuonare» (P.
Ricca).

Link al sito:
http://www.claudiana.it/php/mostrascheda.php?nscheda=9788870169096
Link del saggio: http://www.claudiana.it/pdf/9788870169096-saggio.pdf

Visitate la sezione Remainder del sito
(http://www.claudiana.it/php/remainder.php): troverete 150 titoli al 25%
dell’originario costo di copertina.

Con cordialità
Manuel Kromer






 
 
 
 
 
     
     
 
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