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Maggio/Giugno 2015


Indice:

01. Editoriale

02. Fulvio Ferrario: Dietrich Bonhoeffer

03. NEV: Il Papa nel tempio valdese di Torino

04. ASLI: 2. Giornata teologica

05. Claudiana: Nuovi libri su Lutero


01. Editoriale

Cari Bollutori,
pubblicando il Bollut con cadenza bimestrale abbiamo perso l'anniversario della morte di Dietrich Bonhoeffer (comunque qui ripreso con un articolo di Fulvio Ferrario che fa riflettere), ma possiamo riportare la recente e altamente significativa visita del Papa nella chiesa valdese di Torino e annunciare le pubblicazioni più recenti della Claudiana su Lutero.
Buona lettura!
Vostro
Dieter Kampen (DK)


02. Fulvio Ferrario: Dietrich Bonhoeffer


Dietrich Bonhoeffer: un mito che ci ricorda quel che conta

di Fulvio Ferrario, decano della Facoltà valdese di teologia, autore di “Bonhoeffer”-Carrocci, 2014

Settant'anni fa, il 9 aprile 1945, veniva assassinato, nel campo di concentramento di Flossenbürg, Dietrich Bonhoeffer. Egli è divenuto, nel frattempo, non solo un simbolo, ma addirittura un mito. Le ragioni sono numerose.
Anzitutto, l'intreccio tra il suo pensiero e la sua biografia, suggellati dal martirio, ne hanno fatto per le chiese l'occasione (o anche, per usare una parola non bella, ma pertinente) lo strumento, per recuperare credibilità dopo i compromessi e i silenzi che hanno caratterizzato l'epoca dei fascismi. La prosa incisiva di Bonhoeffer accompagna un coraggio personale non comune, frutto della ferrea disciplina spirituale, in parte ereditata dal contesto familiare, in parte coltivata mediante una severa spiritualità, fatta di lettura biblica e preghiere quotidiane, ascesi “laica”, ma molto pronunciata, controllo sui propri sentimenti. E' persino troppo facile trovare nei suoi scritti, o negli episodi della sua vita, la citazione folgorante per concludere un sermone, l'intuizione suggestiva che mette in moto il pensiero, la parola che commuove. Bonhoeffer è il cristiano che molti vorrebbero essere, l'uomo di chiesa che non teme di sporcarsi le mani con la politica, il pacifista che non si rende schiavo nemmeno dei propri ideali, e prepara un attentato dinamitardo contro Hitler.
Non vorrei criticare superficialmente la mitizzazione di Bonhoeffer, è anche più che dubbio che io abbia, personalmente, le carte in regola per farlo. Anche i miti hanno la loro funzione, nella chiesa e nella società. Non ha torto, però, Alberto Gallas, il maggiore studioso italiano del teologo, cattolico, prematuramente scomparso, quando pone, come epigrafe della sua importante monografia, un passo di Rilke: “...come sono andati a recuperarti nella tua gloria! Appena ieri erano contro di te, fino in fondo, e ora ti frequentano come un loro pari. E portano in giro con sé le tue parole nelle gabbie della loro presunzione e le mostrano nelle piazze e le eccitano un po', standosene al sicuro”.
In effetti, è facile, oggi, celebrare Bonhoeffer, che ha visto la centralità della “questione ebraica” quando nemmeno Karl Barth, come egli stesso ha riconosciuto, l'aveva fatto; o che ha scritto parole sull'idea di responsabilità che sono fondamentali anche per chi non conosce il suo nome; che è andato incontro alla morte affermando: “E' la fine. Per me è l'inizio della vita”. Meno facile è leggere la critica bonhoefferiana nei confronti di un protestantesimo esangue, che utilizza le parole di Lutero sulla salvezza per grazia al fine di sottrarsi all'obbedienza quotidiana ai comandamenti; che straparla di “libertà evangelica” senza sapere che essa nasce dalla disciplina; che celebra la centralità della Bibbia senza una pratica quotidiana di lettura e di meditazione. Una delle costanti nell'opera bonhoefferiana, peraltro ricca di svolte e innovazioni, è la consapevolezza che un cristianesimo, e in particolare un protestantesimo, fatto di consuetudini e di acquisizioni culturali, anche sacrosante, non ha futuro, e nemmeno presente. Bonhoeffer aveva capito benissimo già negli anni Trenta quello che ad alcuni non è chiaro nemmeno ora, cioè che l'epoca di un protestantesimo nominale, che può permettersi di vivere, o almeno vivacchiare, contando sulla propria grande eredità (che ora, appunto, include Bonhoeffer stesso!) è finita per sempre. Già dal punto di vista sociologico, una minoranza può vivere solo investendo nella propria testimonianza un alto tasso di motivazione. Dal punto di vista spirituale, poi, la situazione minoritaria costituisce un'occasione: la scarsa rilevanza (o, per quanto riguarda noi, evangelici italiani: l'assoluta irrilevanza) sociologica della chiesa sottolinea che solo la parola della quale essa è, indegnamente, portatrice è rilevante. Ben venga, dunque, anche il mito di Bonhoeffer, se esso contribuisce a ricordarci quel che conta. La nostra testimonianza, oggi, non richiede il sangue: “solo” il tempo per andare al culto, per leggere la Bibbia e per pregare ogni giorno; “solo” i quattrini di una contribuzione che non voglia essere vergognosa (come diceva, un po' rudemente, ma non senza efficacia, un mio amico: “Gesù Cristo non può valere meno di un cappuccino al giorno”); “solo” la concentrazione spirituale per provare, fallendo, ma ricominciando ogni giorno, ad essere qualcosa come degli aspiranti cristiani. Chi tenta di farlo può, forse, permettersi di emozionarsi per le grandi parole di Bonhoeffer, che non fanno altro che echeggiare quelle della Bibbia. Troppo grandi e troppo alte per noi, forse (cfr. Salmo 131): ma se Dio ce le ha rivolte, siamo autorizzati, “nell'insanabil nostra debolezza”, ad accoglierle.

Fonte: nev-notizie evangeliche, 14/2015


03. NEV: Il Papa nel tempio valdese di Torino


Papa Francesco nel Tempio valdese di Torino ha chiesto perdono
Il moderatore Bernardini: “La richiesta ci ha profondamente toccati e l'abbiamo accolta con gioia”
Torino (NEV), 22 giugno 2015 - "Da parte della chiesa cattolica vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!". Lo ha detto lunedì mattina, 22 giugno, papa Francesco nel Tempio valdese di Torino, gremito per questo storico evento nei rapporti tra la chiesa cattolico romana e quella che è la più antica minoranza cristiana del paese, per secoli perseguitata dai poteri ecclesiastici ed istituzionali.
"La sua richiesta di perdono ci ha profondamente toccati e l'abbiamo accolta con gioia - ha dichiarato all'agenzia NEV il moderatore della Tavola valdese, pastore Eugenio Bernardini -. Naturalmente non si può cambiare il passato, ma ci sono parole che a un certo punto bisogna dire, e il papa ha avuto il coraggio e la sensibilità per dire la parola giusta". Su invito della Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), il papa ha varcato lunedì scorso una soglia alta 800 anni: mai prima d'ora un pontefice si era recato in un tempio valdese.
Al di là di ogni riflessione ulteriore che questo evento senz'altro genererà all'interno delle chiese evangeliche, il moderatore Bernardini si è detto molto soddisfatto e contento, oltre ogni aspettativa, della breve ma intensa e autentica visita di papa Bergoglio, "fratello in Cristo", come lo ha chiamato. Tutto l'incontro si è svolto all'insegna della fraternità, parola riecheggiata ripetute volte nel tempio. Nel suo discorso, che ha preceduto quello del papa, il moderatore Bernardini ha citato l’Evangelii Gaudium di Francesco, dove definisce la visione dell’unità tra i cristiani "come diversità riconciliata". E al papa ha chiesto in particolare due cose: di essere chiamati "chiesa", e non "comunità ecclesiale", e di fare uno sforzo sul fronte dell'ospitalità eucaristica. Inoltre Bernardini ha parlato anche dell'"urgenza di intensificare la testimonianza a favore dei profughi che bussano alla nostra porta", a cui Francesco ha annuito convinto: "Grazie di quello che lei ha detto sui migranti".
E in tema di ospitalità eucaristica, nel suo discorso il papa - che non ha mai fatto uso della dicitura "comunità ecclesiale" - ha fatto cenno allo "scambio ecumenico di doni compiuto, in occasione della Pasqua, a Pinerolo, dalla chiesa valdese di Pinerolo e dalla diocesi. La chiesa valdese ha offerto ai cattolici il vino per la celebrazione della Veglia di Pasqua e la diocesi cattolica ha offerto ai fratelli valdesi il pane per la Santa Cena della Domenica di Pasqua".
Alla fine si sono abbracciati e baciati sulle guance, hanno pregato tutti assieme il Padre nostro nella versione ecumenica del 1999. Significativo anche il dono che la Chiesa valdese a voluto offrire papa Francesco: una copia anastatica della “Bibbia dell’Olivetano” del 1535, voluta e finanziata dai valdesi, documento fondamentale della prima teologia protestante, e prima traduzione del testo sacro in francese, espressione di “quella Parola che ci unisce", come ha sottolineato il moderatore. Nella dedica al papa si legge: "Segno della comune fonte della fede / e del comune impegno nella testimonianza / 'affinché il mondo creda' (Giovanni 17,21)".
La visita di papa Francesco nel tempio si è conclusa con la benedizione a cura di Alessandra Trotta, presidente dell'Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (OPCEMI): "A papa Francesco rivolgiamo le parole finali di benedizione di un bell'inno che nelle nostre chiese spesso cantiamo alla fine di una riunione che ha unito fratelli e sorelle provenienti da luoghi diversi, a volte molto lontani, e che dunque si incontrano solo poche volte all'anno o in occasioni speciali: caro fratello, finchè ci rivedrem, ti sostenga il Signore nel tuo cammin".
Per rivedere lo speciale di "Protestantesimo-Raidue" andato in onda la notte del 22 giugno:

Per la diretta televisiva, andata in onda su Raiuno, con i commenti di Fabio Zavattaro e Luca Maria Negro:

Per le foto dell'evento vai a




DISCORSO A PAPA FRANCESCO
DEL PASTORE EUGENIO BERNARDINI, MODERATORE DELLA TAVOLA VALDESE
Torino, Tempio di corso Vittorio Emanuele II 23
22 giugno 2015
Caro papa Francesco, caro fratello in Cristo,
mi permetta di accoglierLa in questo Tempio rivolgendomi a Lei con questa espressione dei primi credenti che seguirono Gesù diventando i suoi discepoli e i suoi apostoli. Rivolgendoci a Lei come il fratello in Cristo Francesco, noi riconosciamo la nostra comune condizione di figli di quel Dio che è “al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti” (Efesini 4,6).
I valdesi del ramo italiano, da me rappresentati, e i metodisti – qui rappresentati dalla presidente Alessandra Trotta – e i rappresentanti delle chiese evangeliche sorelle luterane, battiste, avventiste, salutiste, La accolgono con gioia, avendo apprezzato molti discorsi e molti gesti che Lei ha compiuto sin dall’inizio del suo ministero.
Come Moderatore della Tavola valdese, voglio ringraziarLa in particolare per le parole di fraternità che Lei ha ripetutamente espresso nei confronti della nostra Chiesa.
* * *
Entrando in questo tempio, Lei ha varcato una soglia storica, quella di un muro alzatosi oltre otto secoli fa quando il movimento valdese fu accusato di eresia e scomunicato dalla Chiesa romana. Qual era il peccato dei valdesi? Quello di essere un movimento di evangelizzazione popolare svolto da laici, mediante una predicazione itinerante tratta dalla Bibbia, letta e spiegata nella lingua del popolo.
Da oltre otto secoli, attraverso una storia a lungo segnata da varie forme di persecuzione e quindi scritta anche col sangue di molti martiri, non abbiamo voluto essere altro che una comunità di fede cristiana al servizio della parola di Dio e della libertà del suo annuncio.
Oggi, come nel Medioevo e nei secoli successivi, il nostro programma è: libere praedicare, «predicare nella libertà» l’Evangelo di Cristo. E’ questa l’unica ragion d’essere della Chiesa Valdese.
Questa libera predicazione dell’evangelo di Cristo avviene oggi in un’Italia largamente secolarizzata, ma almeno avviene in un contesto sempre più ecumenico grazie all’impegno e all’apertura spirituale di evangelici e cattolici, come questa Sua visita dimostra in modo eloquente. A questo proposito, abbiamo letto nella Sua «Esortazione apostolica» Evangelii gaudium due affermazioni sul modo di intendere e vivere l’ecumenismo che siamo lieti di poter condividere.
La prima riguarda la visione dell’unità cristiana come «diversità riconciliata» che Lei propone (n. 230), e che è la stessa che l’ottava Assemblea mondiale della Federazione Luterana riunita a Curitiba (Brasile) proponeva nel 1990.
Crediamo anche noi che l’unità cristiana possa e debba essere concepita proprio così: come «diversità riconciliata», in cui occorre sottolineare sia la parola «diversità», sia l’esigenza che sia «riconciliata».
La seconda affermazione riguarda i rapporti tra le diverse chiese cristiane. Lei scrive: «Sono tante e tanto preziose le cose che ci uniscono! E se realmente crediamo nella libera e generosa azione dello Spirito, quante cose possiamo imparare gli uni dagli altri! Non si tratta solamente di ricevere informazioni sugli altri per conoscerli meglio, ma di raccogliere quello che lo Spirito ha seminato in loro come un dono anche per noi» (n. 246).
È molto bello questo pensiero di cercare nelle chiese diverse dalla nostra non i difetti e le mancanze – che indubbiamente ci sono – ma ciò che lo Spirito Santo vi ha seminato «come un dono anche per noi».
Proprio questo è l’ecumenismo: la fine dell’autosufficienza delle chiese; ogni chiesa ha bisogno delle altre per realizzare la propria vocazione. Non possiamo essere cristiani da soli.
Ma proprio perché è così, riteniamo che i rapporti tra la Chiesa Valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) e la Chiesa cattolica romana, che già hanno prodotto buoni frutti in diversi ambiti – ricordo solo la traduzione interconfessionale della Bibbia in lingua corrente (TILC), la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, la collaborazione a livello di facoltà teologiche, il testo comune tra CEI e valdesi e metodisti sui matrimoni interconfessionali, la collaborazione alla stesura della Carta Ecumenica, fino al documento comune cattolici-evangelici-ortodossi per contrastare la violenza contro le donne che abbiamo sottoscritto insieme il 9 marzo scorso – ecco, questi buoni frutti possano essere ulteriormente migliorati e incrementati, nei modi che potremo cercare e stabilire insieme.
Dovremo affrontare, però, anche questioni teologiche tuttora aperte.
E poiché ci è data oggi questa bella occasione di incontro e di dialogo, vorrei proporne almeno due che ci stanno particolarmente a cuore.
La prima è questa: il concilio Vaticano II ha parlato delle chiese evangeliche come di «comunità ecclesiali». A essere sinceri, non abbiamo mai capito bene che cosa significhi questa espressione: una chiesa a metà? Una chiesa non chiesa? Conosciamo le ragioni che hanno spinto il Concilio a adottare quell’espressione, ma riteniamo che essa possa e debba essere superata. Sarebbe bello se questo accadesse nel 2017 (o anche prima!), quando ricorderemo i 500 anni della Riforma protestante. È nostra umile ma profonda convinzione che siamo chiesa: certo peccatrice, semper reformanda, pellegrina che, come l’apostolo Paolo, non ha ancora raggiunto la mèta (Filippesi 3,14), ma chiesa, chiesa di Gesù Cristo, da Lui convocata, giudicata e salvata, che vive della sua grazia e per la sua gloria.
La seconda questione, che sappiamo quanto sia delicata, è quella dell’ospitalità eucaristica. Tra le cose che abbiamo in comune ci sono il pane e il vino della Cena e le parole che Gesù ha pronunciato in quella occasione. Le interpretazioni di quelle parole sono diverse tra le chiese e all’interno di ciascuna di esse.
Ma ciò che unisce i cristiani raccolti intorno alla mensa di Gesù sono il pane e il vino che Egli ci offre e le Sue parole, non le nostre interpretazioni che non fanno parte dell’Evangelo. Sarebbe bello se anche in vista del 2017 le nostre chiese affrontassero insieme questo tema.
* * *
In questa giornata, però, non possiamo dimenticare le sofferenze del mondo e le sfide che il mondo pone alle nostre chiese.
Anche su questo piano abbiamo in atto importanti collaborazioni che possono crescere ulteriormente.
Per esempio nel campo della libertà di religione e di coscienza.
Proprio per la nostra storia di minoranza “eretica” prima, “tollerata” poi, “ammessa” successivamente e finalmente “riconosciuta”, noi avvertiamo una forte responsabilità nei confronti di chi ancora oggi – in varie aree del mondo ma anche in Europa e in Italia – è discriminato o perseguitato a causa della sua fede, sia egli cristiano o di altre fedi – per noi non fa differenza – perché, affermando il valore della libertà della coscienza, riteniamo che chiunque debba essere libero e libera di credere secondo la sua ispirazione, così come debba essere libero e libera di non credere o di credere in forme non convenzionali.
Un altro campo sul quale i cristiani e le cristiane dovrebbero impegnarsi con più forza e unità è quello del dialogo interreligioso.
Oggi il mondo è attraversato da guerre che spesso si combattono “nel nome di Dio”. Questa pretesa blasfema di una religione ridotta a ideologia di violenza e di vendetta scuote la nostra coscienza e ci impone di perseguire con determinazione – come Lei tante volte ha fatto – un’altra strada: quella del dialogo tra uomini e donne che, confessando l’unico Dio, non possono condividere parole e gesti di offesa, oltraggio e violenza nei confronti di altri credenti e di altri essere umani, e che invece insieme riescono a tracciare e percorrere strade diverse, strade di pace. Per noi cristiani – cattolici, protestanti, ortodossi – il richiamo a essere “operatori e operatrici di pace” non è un ornamento retorico della nostra fede ma il cuore della legge dell’amore e della riconciliazione voluta da Gesù Cristo.
E parlando di amore e riconciliazione, caro fratello in Cristo Francesco, sento di dover cogliere questa occasione per richiamare l’urgenza di proseguire e intensificare la testimonianza – talora comune ed ecumenicamente ispirata – a favore dei profughi che bussano alla nostra porta.
La “fortezza Europa” li respinge rigettandoli nell’abisso di sofferenze, persecuzioni e dolore da cui fuggono; ma la legge che il Signore afferma ci impone di accogliere lo straniero, l’orfano e la vedova; e l’Evangelo che noi predichiamo dalle nostre chiese e dai nostri pulpiti ci invita ad aprire la porta della nostra casa, a dare da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete perché solo accogliendo chi soffre si può accogliere Cristo.
L’ecumenismo cresce anche nel servizio (diakonìa) e in una predicazione comune che scuota i cuori e le coscienze di chi pensa di risolvere il dramma sociale e umanitario che investe grandi regioni del mondo alzando altri muri, bombardando dei barconi o pattugliando il mediterraneo con mezzi militari.
* * *
E termino.
Chiudendo quest’anno la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, nella basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, Lei ha affermato: “L’unità dei cristiani non sarà il frutto di raffinate discussioni teoriche nelle quali ciascuno tenterà di convincere l’altro della fondatezza delle proprie opinioni.
Verrà il Figlio dell'Uomo e ci troverà ancora nelle discussioni. Dobbiamo riconoscere che per giungere alla profondità del mistero di Dio abbiamo bisogno gli uni degli altri, di incontrarci e di confrontarci sotto la guida dello Spirito Santo, che armonizza le diversità e supera i conflitti”.
Condividiamo queste sue parole. Secoli di confronto e dibattito non hanno appianato, purtroppo, divergenze teologiche che in larga misura hanno resistito nel tempo. Eppure oggi siamo qui a riconoscerci come figli del Padre, fratelli in Cristo, gli uni e gli altri animati dalla forza dello Spirito santo.
Di fronte a noi c’è un mondo inquieto, sofferente, carico di tensioni; un mondo sovraccarico di parole mute, sterili, vane.
In questo mondo, noi cristiani siamo chiamati a dire la Parola della verità e della vita, una parola che non ritorna invano ma che cambia i cuori e le menti. Annunciare questa Parola è la nostra fatica e la nostra gioia di sorelle e fratelli in Cristo.
Ed è il nostro vero mandato ecumenico, caro fratello Francesco: quello che ci chiama all’unità anche e soprattutto nell’annuncio della Parola “perché il mondo creda” (Giovanni 17,21).
Caro papa Francesco, grazie per essere tra noi e con noi.
Dio illumini e benedica il Suo servizio.


DISCORSO DI PAPA FRANCESCO
IN OCCASIONE DELLA VISITA ALLA CHIESA VALDESE
Torino, Tempio di corso Vittorio Emanuele II 23
22 giugno 2015
Cari fratelli e sorelle, con grande gioia mi trovo oggi tra voi.
Vi saluto tutti con le parole dell’apostolo Paolo: «A voi, che siete di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo, noi auguriamo grazia e pace» (1 Ts 1,1 - Traduzione interconfessionale in lingua corrente). Saluto in particolare il Moderatore della Tavola Valdese, Reverendo Pastore Eugenio Bernardini, e il Pastore di questa comunità di Torino, Reverendo Paolo Ribet, ai quali va il mio sentito ringraziamento per l’invito che così gentilmente mi hanno fatto. La cordiale accoglienza che oggi mi riservate mi fa pensare agli incontri con gli amici della Chiesa Evangelica Valdese del Rio della Plata, di cui ho potuto apprezzare la spiritualità e la fede, e imparare tante cose buone.
Uno dei principali frutti che il movimento ecumenico ha già permesso di raccogliere in questi anni è la riscoperta della fraternità che unisce tutti coloro che credono in Gesù Cristo e sono stati battezzati
nel suo nome. Questo legame non è basato su criteri semplicemente umani, ma sulla radicale condivisione dell’esperienza fondante della vita cristiana: l’incontro con l’amore di Dio che si rivela a noi in Gesù Cristo e l’azione trasformante dello Spirito Santo che ci assiste nel cammino della vita. La riscoperta di tale fraternità ci consente di cogliere il profondo legame che già ci unisce, malgrado le nostre differenze. Si tratta di una comunione ancora in cammino, e l’unità si fa in cammino; una comunione che, con la preghiera, con la continua conversione personale e comunitaria e con l’aiuto dei teologi, noi speriamo, fiduciosi nell’azione dello Spirito Santo, possa diventare piena e visibile comunione nella verità e nella carità.
L’unità che è frutto dello Spirito Santo non significa uniformità. I fratelli infatti sono accomunati da una stessa origine ma non sono identici tra di loro. Ciò è ben chiaro nel Nuovo Testamento, dove, pur essendo chiamati fratelli tutti coloro che condividevano la stessa fede in Gesù Cristo, si intuisce che non tutte le comunità cristiane, di cui essi erano parte, avevano lo stesso stile, né un’identica organizzazione interna. Addirittura, all’interno della stessa piccola comunità si potevano scorgere diversi carismi (cfr 1 Cor 12-14) e perfino nell’annuncio del Vangelo vi erano diversità e talora contrasti (cfr At 15,36-40). Purtroppo, è successo e continua ad accadere che i fratelli non accettino la loro diversità e finiscano per farsi la guerra l’uno contro l’altro. Riflettendo sulla storia delle nostre relazioni, non possiamo che rattristarci di fronte alle contese e alle violenze commesse in nome della propria fede, e chiedo al Signore che ci dia la grazia di riconoscerci tutti peccatori e di saperci perdonare gli uni gli altri. È per iniziativa di Dio, il quale non si rassegna mai di fronte al peccato dell’uomo, che si aprono nuove strade per vivere la nostra fraternità, e a questo non possiamo sottrarci. Da parte della Chiesa Cattolica vi chiedo perdono. Vi chiedo perdono per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani che, nella storia, abbiamo avuto contro di voi. In nome del Signore Gesù Cristo, perdonateci!
Perciò siamo profondamente grati al Signore nel constatare che le relazioni tra cattolici e valdesi oggi sono sempre più fondate sul mutuo rispetto e sulla carità fraterna. Non sono poche le occasioni che hanno contribuito a rendere più saldi tali rapporti. Penso, solo per citare alcuni esempi – anche il reverendo Bernardini lo ha fatto – alla collaborazione per la pubblicazione in italiano di una traduzione interconfessionale della Bibbia, alle intese pastorali per la celebrazione del matrimonio e, più recentemente, alla redazione di un appello congiunto contro la violenza alle donne. Tra i molti contatti cordiali in diversi contesti locali, dove si condividono la preghiera e lo studio delle Scritture, vorrei ricordare lo scambio ecumenico di doni compiuto, in occasione della Pasqua, a Pinerolo, dalla Chiesa valdese di Pinerolo e dalla Diocesi. La Chiesa valdese ha offerto ai cattolici il vino per la celebrazione della Veglia di Pasqua e la Diocesi cattolica ha offerto ai fratelli valdesi il pane per la Santa Cena della Domenica di Pasqua. Si tratta di un gesto fra le due Chiese che va ben oltre la semplice cortesia e che fa pregustare, per certi versi – pregustare, per certi versi - quell’unità della mensa eucaristica alla quale aneliamo.
Incoraggiati da questi passi, siamo chiamati a continuare a camminare insieme. Un ambito nel quale si aprono ampie possibilità di collaborazione tra valdesi e cattolici è quello dell’evangelizzazione. Consapevoli che il Signore ci ha preceduti e sempre ci precede nell’amore (cfr 1 Gv 4,10), andiamo insieme incontro agli uomini e alle donne di oggi, che a volte sembrano così distratti e indifferenti, per trasmettere loro il cuore del Vangelo ossia «la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 36). Un altro ambito in cui possiamo lavorare sempre di più uniti è quello del servizio all’umanità che soffre, ai poveri, agli ammalati, ai migranti. Grazie per quello che lei ha detto sui migranti. Dall’opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi deriva l’esigenza di testimoniare il volto misericordioso di Dio che si prende cura di tutti e, in particolare, di chi si trova nel bisogno. La scelta dei poveri, degli ultimi, di coloro che la società esclude, ci avvicina al cuore stesso di Dio, che si è fatto povero per arricchirci con la sua povertà (cfr 2 Cor 8,9), e, di conseguenza, ci avvicina di più gli uni agli altri. Le differenze su importanti questioni antropologiche ed etiche, che continuano ad esistere tra cattolici e valdesi, non ci impediscano di trovare forme di collaborazione in questi ed altri campi. Se camminiamo insieme, il Signore ci aiuta a vivere quella comunione che precede ogni contrasto.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio nuovamente per questo incontro, che vorrei ci confermasse in un nuovo modo di essere gli uni con gli altri: guardando prima di tutto la grandezza della nostra fede comune e della nostra vita in Cristo e nello Spirito Santo, e, soltanto dopo, le divergenze che ancora sussistono. Vi assicuro del mio ricordo nella preghiera e vi chiedo per favore di pregare per me: ne ho bisogno. Il Signore conceda a tutti noi la sua misericordia e la sua pace.

Fonte: NEV- notizie evangeliche, Allegato al numero 26 del 24 giugno 2015: DOSSIER. VISITA DI PAPA FRANCESCO ALLA CHIESA VALDESE NEL TEMPIO DI TORINO. 22 giugno 2015


04. ASLI: 2. Giornata teologica



L'ASLI – Accademia di Studi Luterani in Italia
Campo SS. Apostoli, Cannaregio 4448, 30124 Venezia

e l'ISE – Istituto di Studi Ecumenici San Bernardino

C/o Convento S. Francesco della Vigna

Castello 2786 - 30122 VENEZIA

e il Centro Internazionale Thomas More

Via Orti 3, 20122 Milano

                       ospitati dalla

Comunità Evangelica Luterana di Venezia

invitano alla


2. Giornata teologica - Giornata di studio


4 Novembre 2015, ore 14.30 – 18.30

Chiesa luterana, Campo Ss. Apostoli, Cannaregio 4448, 30121 Venezia

a piedi (consigliato) 20-25 min. dalla ferrovia, seguendo la strada principale

Vaporetto linea 1, fermata Ca' d'oro


Tema:

600 anni del Concilio di Costanza

e il ruolo dei prereformatori

(Jan Hus, Girolamo da Praga e John Wyclif)


Convegno pubblico – ingresso libero



05. Claudiana: Nuovi libri su Lutero



Doctor Martinus. Studi sulla Riforma,
Sergio Rostagno
Claudiana, Torino 2015, pp.256
Euro 19,50
Saggio:








Martin Lutero
L'autorità secolare, fino a che punto le si debba ubbidienza (1523)
a cura di Paolo Ricca
traduzione di Saverio Merlo
testo originale a fronte
pp. 205 + 25 ill. in b/n nel testo e 5 ill. a col. fuori testo
euro 19,00
Opere scelte - Lutero, 15

















 
 
     
     
 
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